RIVOLTI VERSO EST, E CON TANTI VIVERI

Spade e rasoi, bracciali e cinturoni, bardature per cavalli.

Tanti gli oggetti che gli antichi Celti pongono accanto ai loro defunti, quasi sempre sepolti con i piedi ad oriente. Una grande attenzione è dedicata soprattutto al cibo: pensano infatti che le abbondanti offerte di vino e di carne agevolino il cammino nell'aldilà. Dove si continuerà a banchettare.

Sono agricoltori, commercianti, lavorano in maniera artistica il metallo e organizzano anche molte spe- dizioni contro i Romani. La storia dei Celti inevitabilmente si incrocia con quella romana, tanto che riescono, nel 380, a bruciare e a conquistare Roma. Che alla fine riesce, però, a prendere il sopravvento: i Celti entrano così a far parte dell'Impero. Se la loro origine si perde nella notte dei tempi, i Celti sono un gruppo di tribù, alcune seminomadi, altre isolate nel loro piccolo mondo, che popolano con certezza già nel V secolo tutte le regioni europee, dalle isole britanniche ai territori di Spagna, Francia, Belgio, Germania e Paesi Bassi, dal Norditalia ai paesi attorno al Danubio.

Discendenti, secondo la leggenda, da Celio, figlio di Ercole, pur parlando una lingua comune che ancora oggi sopravvive in Irlanda, Scozia e Galles, hanno credenze, tradizioni, forme d'arte diverse da zona a zona. Il territorio su cui vivono è infatti talmente vasto da presentare le più svariate usanze locali. Eppure, alcuni tratti simili tra le varie comunità ci sono: uno di questi è il culto e la cura che tutte le tribù hanno per i defunti.

"Tumuli" fin dal VII secolo. Risalgono al VIII e al VII secolo le prime tombe finora ritrovate della storia celtica. Sono costruite con notevoli accumuli di pietrame, che formano un "tumulo", al centro del quale viene posto il corpo del defunto, circondato da sottili lastre di pietra: una sorta di una rudimentale "bara". Già agli albori della loro storia, i Celti usano porre accanto al defunto offerte e oggetti personali, spade e rasoi, monili e cinturoni, lance e giavellotti. Spesso pongono anche molti bicchieri e recipienti: una usanza che fa pensare che la sepoltura venga accompagnata da un solenne banchetto funebre. Grandiosi tumuli del 600 a.C. sono stati trovati nell'attuale Francia: sono alti anche quattro metri, hanno un diametro dai 25 a 50 metri e sono sicuramente di principi e personaggi importanti. I corpi sono infatti colmi d'oro, tra anelli, collane e braccialetti, circondati da ricchi corredi di vasellame e corni da libagione: tutto quanto occorre perché il defunto sia confortato nel viaggio nell'aldilà e lì possa continuare a banchettare.

"Tombe piatte" nel V secolo. Tra la metà del 500 e il 400, il rito abituale dei Celti è quello della inumazione: i corpi sono deposti, con i loro abiti e i loro ornamenti, in posizione supina in fosse scavate a circa un metro di profondità. Alle volte è praticata anche la cremazione: in questo caso i cadaveri vengono posti sulla pira con le offerte funerarie. Terminato il rito nello stesso luogo sarà elevata la tomba a ricordo del defunto, che sarà pure dotato di oggetti personali e vivande. In questo periodo, le tombe sono "piatte", non più a tumulo.

I cimiteri, spesso situati su lievi alture, ospitano un numero variabile di sepolture: di solito, tra le venti e le cento. Alle volte ravvicinate o allineate in file abbastanza regolari, le tombe sono per lo più poste in maniera disordinata. In numerose necropoli sono stati anche trovati gruppi di tombe ravvicinate: cosa che ha fatto pensare che tra i Celti sia diffusa l'idea della tomba di famiglia. Le fosse, che hanno dimensioni abbastanza costanti e sono di forma rettangolare, vengono di solito scavate nel suolo al momento della sepoltura e non sono coperte dalla stessa terra, ma da un altro tipo di terra più scuro e più soffice. Grande attenzione viene posta all'orientamento dei corpi: mani lungo il corpo o incrociate sull'addome, i defunti sono quasi sempre sepolti con i piedi rivolti verso est. A partire dal II secolo, invece, la cremazione diventerà la pratica abituale e sarà ancora più essenziale: infatti i resti saranno sepolti direttamente a terra, senza suppellettili.

Ricchi corredi, per uomini e donne. Diversi gli oggetti che accompagnano i Celti nell'aldilà, quasi sempre sontuosi ornamenti d'oro e di bronzo. Di solito il corredo funebre femminile è costituito soprattutto da tanti braccialetti, i cosiddetti "torques", che hanno un posto particolare nella bellezza delle donne di queste tribù e sono portati fin dalla adolescenza, da alte cinture a vita con ganci di bronzo per tenere chiusi gli abiti funebri, da grandi orecchini d'oro. Gli uomini sono sepolti invece con le loro armi, coltelli e spade, e con le ricche bardature dei loro cavalli. A tutti, invece, sono riservate provviste di viveri. Sono infatti quasi sempre abbondanti le offerte di cibo, che si trova in contenitori di terracotta, e di bevande, poste in recipienti a forma di fiasco e in vasi di metallo decorati o incisi con cura e con motivi geometrici. Alle volte vengono lasciati vicino ai morti anche animali, pecore intere e maiali arrostiti allo spiedo, costate di bue, intere cosce di vitelli: questo perché il cammino verso l'altro mondo è lungo e spesso faticoso ed il defunto ha bisogno di grandi risorse per affrontarlo. Spesso viene lasciato anche un coltello in ferro, perché il defunto possa tagliare con più facilità tutti i suoi cibi.

Forte senso del sacro. Profondamente religiosi, i Celti venerano un insieme di divinità locali, a cui dedicano suggestive funzioni all'aperto, nei boschi o presso fonti ritenute sacre, guidate da due classi sacerdotali: quella dei gutuatri e quella dei druidi, casta potente e molto rispettata che ha anche compiti giudiziari e didattici.

Se la gerarchia del mondo divino è il risultato delle lotte feroci in cui si sono contrapposte, nella notte dei tempi, le successive generazioni degli dei, l'olimpo dei Celti ha al suo vertice il nome di "Lug": l'inventore di tutte le arti, il signore delle vie e dei viaggi, la divinità onnipresente. Ovvero, il dio sovrano. Convinti dell'esistenza dell'aldilà, per i Celti la vita dell'anima non si interrompe con la morte dell'individuo, ma può continuare in due modi: secondo il primo, l'anima entra a far parte di un altro mondo, ben separato da quello dei vivi, con cui viene in contatto solo durante la notte di Samain, il primo novembre; diversamente, l'anima può tornare sulla terra, in virtù della reincarnazione, che equivale ad una nuova nascita. Una idea, questa, che prende il sopravvento verso il II secolo a.C.

Pensando che si debba fare qualunque cosa per garantire il buon andamento dell'universo, i Celti non esitano neppure a fare sacrifici umani quando la situazione lo impone: sono "Teutates", il dio che protegge la tribù in guerra, "Esus", il Buono, e "Taranis", il tuono, i destinatari di queste pratiche. E chi non compie i riti secondo la prescrizione diventa un tale pericolo per tutti tanto che la comunità, per proteggersene, deve rompere ogni legame con lui e privarlo dell'esistenza sociale. Allonanandolo.
 
Gianna Boetti

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