Ritualizzazione e deritualizzazione funeraria in occidente

Comincerò col proporre, da psicologo, una considerazione storica sulla cosiddetta e tanto dibattuta "crisi dei rituali funerari" come tratto peculiare della contemporaneità in Occidente. Parlando di crisi dei rituali funebri mi riferisco al fatto di osservazione comune per cui, di fronte alla morte di un congiunto e col "bagaglio" delle nostre reazioni individuali a questa morte, non sappiamo cosa fare e non ci riconosciamo completamente in alcuna delle "proposte rituali"(dai funerali religiosi alle cerimonie laiche di più varia composizione e invenzione) a disposizione nella nostra cultura. Mi pare di poter affermare che, storicamente, questa crisi non è così recente come si tende a sostenere, altrimenti bisognerebbe dimostrare che sia esistita un'epoca mitica della nostra storia in cui alla morte dei cari si sapesse cosa fare perché nella cultura vigeva una tradizione rituale da tutti condivisa con la conseguenza che tutti vi si riconoscevano, in una perfetta traduzione dalla dimensione individuale alla dimensione collettiva del lavoro del lutto.

Se ci riferiamo ad esempio al lavoro di De Martino sul pianto rituale antico constatiamo come egli lavori su materiali frammentari che spesso sono solo residui folklorici di epoche rituali tutte da ricostruire in base ad ipotesi ideologiche a priori. Lo studioso dei rituali funerari, in altri termini, lavora su elementi di una storia sempre in evoluzione comprensibile solo a partire da un principio evolutivo a priori che organizza un materiale caratterizzato da continua compresenza di analogie e contraddizioni. In particolare De Martino parte da un'affermazione di Croce secondo cui il lavoro collettivo del lutto consiste nel far morire i nostri morti in modo culturale, in modo che il loro morire naturale (casuale e astorico) non distrugga l'opera storica che l'Umanità edifica. Su questa base analizza il pianto rituale antico nei residui folklorici che rintraccia in Lucania e nelle analogie che riscontra in tutto il bacino del Mediterraneo dal mondo antico (greco-mesopotamico-egizio) ai nostri giorni, come tecnica sociale volta a trasformare i rischi che la morte di un caro determina (non riuscire più a vivere, avere comportamenti autodistruttivi, vendicarsi, ...) in una specie di trasposizione rituale, un recitare questi rischi in modo da viverli simbolicamente e quindi poterli superare. Su questa strada De Martino introduce una serie di concezioni psicologiche e filosofiche ad hoc dandole a priori per universali e per dimostrate.

Da storicista sostiene che lo scopo dell'Umanità è quello di far passare nel valore ciò che passa con la morte contro la storia e attribuisce questo scopo a tutta l'Umanità, di tutti i tempi e di tutte le epoche. Con la conseguenza di interpretare, così, il quadro mitico-rituale nel quale si inserisce il lamento funebre antico. Se, cioè, un rituale si spiega come iterazione più o meno simbolica di un sacrificio ad una divinità, la divinità sarà la proiezione di un ordine naturale che si potrebbe offendere e che bisogna propiziarsi. Come quando stabilisce un nesso tra il lamento funebre e i lamenti presenti al momento della semina e del raccolto. Ma nel quadro mitico-rituale il nesso può essere rappresentato dal credere che, in tutti i casi, la morte del caro (il rischio di morire a propria volta), la morte del seme (il rischio che non ne spunti niente) e la morte del raccolto (il rischio che sia l'ultimo), accadano per l'intervento di un dio rendendo necessario un rituale per ingraziarselo. E se al dio bisogna sempre sacrificare qualcosa o qualcuno, il pianto rituale potrebbe essere interpretato non tanto come una tecnica per dominare il rischio della "perdita della presenza", quanto come una tecnica per fugare il rischio della perdita dell'appoggio del dio o della potenza a cui si deve sacrificare il caro, una parte del seme e una parte del raccolto. Si tratterebbe allora di confrontarsi nella morte con un dominio che si esercita attraverso di essa piuttosto che di conseguire un dominio sulla morte immettendola nell'orizzonte storico.

Senza le ipotesi a priori su cui si basa, l'analisi che De Martino fa del pianto rituale e del suo contesto mitico-rituale potrebbe essere condotta in direzioni totalmente differenti. Ad esempio, invece di interpretare i comportamenti prescritti dal rituale come una serie di rappresentazioni, di "come se" (come se non potessi più smettere di piangere ma solo per il tempo necessario e nel modo attenuato prescritto dal rituale; come se dovessi morire anch'io ma mi posso limitare a ferite o mutilazioni parziali, o posso solo cospargermi il capo di cenere come nella cremazione o di terra come nell'inumazione) che trasferiscono sul piano simbolico i rischi rendendoli vivibili, essi si potrebbero interpretare come rituali di passaggio, sacrifici di sé alla potenza divina che bisogna propiziarsi (mi lamento e piango per quella parte di me che devo lasciar morire insieme al caro perché il dio mi lasci in vita; mi mutilo perché solo così il morto potrà trasferirsi e restare vivo nel mondo dei morti; mi cospargo di cenere o di terra perché devo morire anch'io col morto perché il dio mi lasci vivere).

Ma chi stabilisce qual è il motore evolutivo di una storia? Non sono sempre i contemporanei che guardano al passato dal proprio punto di vista storicizzandolo in modi diversi? Non è allora, tutto sommato, più corretto partire da ciò che si osserva nella contemporaneità e leggere la storia in base a come si descrive questa contemporaneità? In altri termini, mi sembra abbastanza fondato sostenere che situare nel presente la crisi dei rituali funerari potrebbe esser un artefatto del tentativo di attribuire alla storia dei rituali funerari un senso univoco, dato che questo tentativo può "produrre" il mito di un'epoca in cui i rituali funerari (così come tutti i rituali) non siano stati in crisi.

Mi piacerebbe di più, quindi, se partissimo dall'osservazione comune per cui non sappiamo cosa fare di fronte a qualcuno che muore e siamo insoddisfatti dei risultati che otteniamo quando ci atteniamo ai rituali che la cultura attuale ci propone. Considerando che la continua evoluzione dei rituali funerari da una cultura all'altra e all'interno di una stessa cultura indica forse che in tutte le epoche, in base ai paradigmi culturali dominanti, l'uomo tenta di "saper fare" qualcosa (i rituali come tecniche) di fronte alle minacce che la morte materializza. E questo è esattamente il lavoro della cultura umana che non vale la pena di fissare in epoche d'oro dato che è abbastanza evidente che finora non è ancora riuscito a porre fine alla tragedia della morte. La cultura umana, quindi, come tentativo sempre frustrato, sempre in crisi, ma sempre capace di rinnovarsi predisponendo orizzonti mitico-rituali e filosofico-religiosi nel cui contesto ritualizzare il rapporto con la morte per attenuarne la tragedia. E se alla fine si prendesse atto dell'inanità di questo sforzo? Ci sarebbe come unica alternativa la fine dell'umanità o lo sguardo dell'uomo si potrebbe spingere oltre le minacce e la cultura per scorgere altre dimensioni che non siano culturali e che non possano essere toccate dalle minacce? Poter rispondere affermativamente a queste domande significherebbe non considerare come segno di imbarbarimento il processo di deritualizzazione del rapporto con la morte in atto in tutta la nostra cultura e, forse, presente in tutte le culture. La deritualizzazione funebre, cioè, potrebbe essere l'espressione della presa d'atto che di fronte alla morte ogni cultura umana è illusoria e potrebbe cominciare l'elaborazione del lutto per la morte della cultura (con le sue prescrizioni e i suoi rituali) come unica difesa contro la morte.

Potremmo iniziare a prendere atto che non risolveremo mai il problema della morte, che ogni orizzonte mitico-rituale o filosofico-religioso è destinato a rivelarsi illusorio come illusori si sono rivelati tutti gli orizzonti mitico-rituali e filosofico-religiosi fin qui succedutisi nel corso della storia umana. Potremmo alla fine scoprire che, senza alcun possibile mezzo per dominare la morte o per ingraziarci le potenze che la dominano, nella assoluta nudità della nostra tragica impotenza di fronte a ciò che minaccia la vita, l'unica possibilità che ci resta è quella di amarci l'un l'altro al di là di ogni cultura, di ogni rituale e di ogni prescrizione comportamentale. Una brillante soluzione per il problema del conflitto tra culture: andiamo oltre le ritualizzazioni culturali che ci caratterizzano e interagiremo specchiandoci reciprocamente nell'essenzialità del nostro essere irrimediabilmente vulnerabili di fronte alla morte!

È possibile, allora, un'altra Umanità senza cultura umana? Fine della Storia o un'altra Storia? Ucronia (uso il termine di Borghese per intendere una concezione del tempo senza sincronia ) od Utopia?

 
Francesco Campione

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