Riti e rituali nel modo di vivere hindu

È noto che gli hindu non praticano l'inumazione dei corpi dei defunti tranne che in casi eccezionali, ovvero quando si tratta di una persona considerata particolarmente "santa", oppure di un bimbo in tenera età. Sebbene vi sia motivo di credere che la sepoltura sia stata praticata, specialmente nell'epoca più antica, sembra che nell'India hindu la cremazione del corpo del defunto sia stata in ogni periodo la forma più comune di cerimonia.
Secondo i testi sacri dopo la morte l'anima procede alla rinascita, attraverso riti e rituali religiosi. Di fatto il corpo fisico non ha più alcuno scopo e viene consegnato alle fiamme affinché gli elementi che lo costituiscono ritornino alla natura. L'anima, invece, è immortale, e secondo le convinzioni spirituali essa rinasce.
Nel Rig-Veda, 1/164/38, si legge: "[...] L'anima è immortale. Il corpo fisico è distruttibile. L'anima controlla tutte le funzioni del corpo. Il corpo funziona finché l'anima risiede al suo interno. I misteri dell'anima restano imperscrutabili anche alle persone più colte. Lo scopo principale della vita dovrebbe essere comprenderla al meglio delle proprie capacità".
In particolare, nella tradizione vedica, Yama è considerato il primo uomo che morì, espiando le proprie colpe ed ottenendo rifugio presso la dimora celeste; in virtù di questo suo primato, ottenne il controllo sui defunti. In alcuni passaggi, tuttavia, ci si riferisce a lui già come al Dio della morte, la deità preposta al controllo e al trapasso delle anime da un mondo all'altro. Egli vive a Yamlok, sua dimora, custodita da due feroci cani con quattro occhi, e per questo è anche noto come Yamraj.
Figlio di Surya, dio del Sole, e della ninfa Saranyu, viene chiamato anche Dharma, letteralmente Giustizia, poiché ha il compito di giudicare le destinazioni delle anime, o Kala, che significa Tempo; infatti è identificato con il tempo poiché è quest'ultimo a decretare il momento della morte.
Ancora oggi, durante i funerali, gli hindu recitano inni vedici dedicati a Yama. Subito dopo il trapasso il corpo del defunto viene posto su una lettiga, dove viene preparato per il rito della cremazione, mentre si eseguono riti di purificazione. Successivamente il corpo del defunto, avvolto in vesti nuove e ornato di fiori freschi, viene trasportato, in un corteo guidato dal figlio maschio primogenito, al luogo di cremazione vero e proprio.
Secondo le fonti religiose è preferibile che il figlio maschio esegua i riti finali di un defunto. Questa è una delle ragioni principali per le quali la maggior parte degli hindu ha il desiderio ossessivo di avere un figlio maschio.
Nel Vashistha Smriti, 17/3, si dice: "[...] Non avere un figlio maschio è una maledizione sulla persona" e ancora, nel Manusmriti, 9/138, si spiega: "[...] In Hindi, un figlio maschio è putra". Dove "Pu" simboleggia l'inferno, "Tra", derivato da "tran", significa "uno che protegge". Pertanto il termine "putra" sta a significare "uno che protegge una persona dall'inferno". È per questo motivo che il figlio maschio compie gli ultimi riti di passaggio, tra i quali il pind daan e lo shraddh. Si tratta di cerimonie atte a far sì che l'anima liberata possa trovare un nuovo corpo spirituale.
Ad esempio, la tradizione del pind daan risale al tempo in cui furono scritti i Veda. La parola "Pind" significa "corpo". La parola "daan" indica "carità". Quindi, pind daan vuol dire offrire un corpo al deceduto.
Normalmente ci vogliono dieci giorni di pind daan per creare un corpo al defunto. Così, dopo 13 giorni dalla morte, è consuetudine offrire cibo ai Brahmini, ai santi e ai saggi in memoria del deceduto. Questa cerimonia viene chiamata shraddh. Si ritiene infatti che quando ai Brahmini e ai saggi viene offerto del cibo in memoria del trapassato, la propria devozione verso di lui rimanga ferma. Quando la cerimonia viene eseguita come gesto di gratitudine verso il defunto, essa porta con sé grande pace interiore e benevolenza insieme alla convinzione della salvezza e della gioia del congiunto.
 
Maria Angela Gelati

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