La mostra di Tiziano a Roma

Rileggere il Rinascimento attraverso i capolavori

Dal 5 marzo al 16 giugno 2013 le Scuderie del Quirinale ospitano un’imperdibile mostra dedicata a Tiziano Vecellio, maestro del Rinascimento veneziano e indiscusso protagonista del rinnovamento della pittura italiana ed europea. L’evento si configura come uno dei più importanti nel panorama delle mostre d’arte in programma per l’anno in corso ed è strutturato per fornire al pubblico una chiave di lettura chiarificatrice del percorso evolutivo che ha caratterizzato la produzione artistica di Tiziano, la quale, a sua volta, testimonia la straordinaria parabola della pittura veneziana e del ruolo che essa ha avuto in ambito nazionale ed internazionale.
Tiziano nacque a Pieve di Cadore nel 1490 e si formò artisticamente a Venezia, dove giunse a soli 9 anni per non andarsene mai più; lavorò niente meno che presso Giorgione da Castelfranco, autore di capolavori quali la celebre “Tempesta”, pietra miliare per comprendere la rivoluzione in atto nell’arte figurativa del Rinascimento. Non ancora ventenne, Tiziano mostrava già un talento straordinario e fu subito apprezzato da numerosi committenti tra cui gli Este di Ferrara e i della Rovere di Mantova. Straordinario ed originale ritrattista, interprete senza pari dei soggetti della mitologia classica, non fu da meno nella realizzazione di tante opere a carattere religioso. Nel corso degli anni venti e trenta del Cinquecento, la sua fama oltrepassava i confini italici e si espandeva per le corti europee. L’imperatore Carlo V lo nominò primo pittore, ma né questo riconoscimento, né il conferimento di un titolo nobiliare riuscirono ad allontanare il maestro dall’amata città lagunare, nella quale egli condusse la sua vita di artista e di uomo. A Venezia, infatti, Tiziano ebbe accanto Cecilia, che però morì dopo l’ultimo parto; insieme ebbero tre figli, due maschi e una femmina.
La mostra che Roma dedica al maestro veneziano suggerisce anche la possibilità di condividere una nuova lettura di tre celebri dipinti che raffigurano la crocifissione di Cristo. Si tratta del “Cristo Crocifisso” dell’Escorial di Madrid, realizzato tra il 1555 e il 1557; della “Crocifissione” per la Chiesa di San Domenico di Ancona, dipinto nel 1558, e del “Cristo Crocifisso e il buon ladrone” conservato nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, dipinto fra il 1560 e il 1570 da artisti della bottega di Tiziano. I tre dipinti furono realizzati nell’arco di 15 anni, un periodo sufficientemente lungo per poter apprezzare i cambiamenti intercorsi nella interpretazione del medesimo soggetto da parte di Tiziano e della sua scuola.
Tuttavia, risulta sorprendente proprio il confronto tra il Crocifisso di Madrid, finito nel 1557 e quello di Ancona, realizzato l’anno successivo: le due tele infatti, pur essendo state concepite in un lasso di tempo ravvicinatissimo, sembrano cronologicamente ben più distanti fra di loro. Se nella prima sono ancora presenti alcuni importanti elementi che la identificano come un’opera appartenente al Rinascimento maturo, nella seconda appare compiuto il passaggio al Manierismo e ad una visione più “teatrale”, meno “narrativa” e idealmente realistica del soggetto. La firma di Tiziano è evidente in entrambe: il colore crea ogni forma, dal soggetto allo sfondo, ma le somiglianze finiscono qui.
La tela di Madrid, che misura 214 cm di altezza per una larghezza di 109, offre la visione della morte di Dio fatto uomo totalmente immersa in un paesaggio che, per quanto spettrale, resta comunque naturale e conserva i tratti tipici della pittura nordica che nel Cinquecento conquistò pressoché tutti gli artisti italiani. La scena si sviluppa su almeno quattro piani prospettici, con la croce in primo piano e il paesaggio ad occupare gli altri tre, in modo da dare al soggetto un risalto suggestivo e drammatico. Oltre a Gesù morente non ci sono altre figure, se non i soldati romani e le due persone che si allontanano tristemente, in secondo e terzo piano, tutte completamente immerse nel paesaggio che fa da sfondo alla rappresentazione del compimento della Parola di Dio; Cristo è completamente solo nell’attimo supremo della morte, nel momento in si compie l’immenso sacrificio del Creatore per salvare le sue creature, cioè l’umanità intera. Nel 1557 Tiziano narrava così la morte di Cristo, obbligando lo spettatore a concentrare l’attenzione sulla croce e sul corpo martoriato del Verbo fattosi carne, guidato dalla sequenza prospettica degli elementi del dipinto.
L’anno dopo tutto è cambiato: con la Crocifissione di Ancona, realizzata su di una tela alta 371 cm e larga 197, Tiziano elimina completamente il paesaggio, lasciando soltanto il cielo, che già occupava i tre quarti dello spazio nella tela precedente, ad incorniciare completamente la rappresentazione della morte di Gesù. È un cielo tempestoso, dove le nubi si squarciano lasciando intravvedere un blu crepuscolare; ai piedi della croce vi sono Maria, composta nel suo dolore di madre, San Domenico, che inginocchiato abbraccia la croce, e San Giovanni, che apre le braccia e guarda il Cristo che muore. A differenza del dipinto precedente, qui l’artista riesce a catturare emotivamente lo spettatore e lo fa attraverso una maggiore verticalizzazione dell’immagine e servendosi dei gesti e delle espressioni delle tre figure ai piedi della croce.
La successione dei piani prospettici ha ceduto il passo al primo piano; la narrazione della storia è stata sostituita dalla rappresentazione scenica dell’evento. Il Rinascimento è finito. Il maestro di Venezia, che ne è stato uno dei protagonisti più illustri ed originali, lo ha compreso e ne ha elaborato le conseguenze, mostrando ancora una volta la sua geniale capacità interpretativa.
 
Daniela Argiropulos


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