RICORDO CHE...

Allorquando questi appunti verranno letti dai colleghi impresari e da coloro i quali seguono la stampa settoriale saremo nel pieno del clima natalizio e quindi chiedo loro venia per essermi autonomamente concesso la licenza di derogare dalle mie consuete tematiche etico-professionali per divagare sul Natale, e non solo.

Il Natale inteso non come orgia di consumi, ma come rito di intima spiritualità, di raccoglimento, di appagamento interiore, ma anche festa di tradizioni rivissuta, generazione dopo generazione, nella insostituibile serenità dell'alveo familiare.

Ebbene, nella mia città il Natale viene vissuto ancora in questo clima, specialmente in quei quartieri antichi, fatti di case basse e bianche, nei quali le tradizioni non hanno ceduto il passo alla frenesia consumistica, ma hanno conservato gelosamente il culto ancestrale dei tempi andati, sicché, attraverso le stradine strette e pittoresche, fiancheggiate da stamberghe semibuie, si può percepire l'odore tipico del Natale di antica memoria, fatto di dolcetti caserecci, di frittelle aromatiche, di appassionato lavorìo di massaie operose.

In ognuna di quelle casine c'è già il presepio, che aspetta solo la nascita del bambinello che dovrebbe simboleggiare l'avvento della pace sulla terra e la redenzione dell'umana specie. Il Natale, però, è anche momento di meditazione e di introspezione, quest'anno accentuato dal terribile evento che ha sconvolto il mondo intero, quale è stato l'insensato attacco porta da esagitati fanatici, belve umane (senza offese per il mondo animale), alla società occidentale.

Quale mente cinica e diabolica possa aver progettato e portato a compimento un tale gesto sacrilego contro l'umanità non è dato immaginare.

In nome di quale dio si possano compiere delitti di tal fatta, è impossibile ipotizzare. Eppure è accaduto che oltre 6.000 persone innocenti abbiano perso la vita nel breve volgere di poche ore!

Alla mia mente non servono voli pindarici per fare un salto a ritroso di 60 anni, per ricordare un altro giorno terribile nel quale, nella mia città, in un solo giorno, nel rapido trascorrere di pochissime ore, ben 7.200 persone furono annientate da altrettanta ferocia umana.

Era il 22 luglio del 1943, lo ricordo come se fosse ieri; intorno alle 10 antimeridiane, mentre le sirene lancinavano l'aria per dare l'allarme dell'imminente incursione aerea, le squadriglie di bombardieri anglo-americani, alte nel cielo terso, sganciavano già le micidiali bombe sulle nostre teste, sulle nostre case, sulla nostra miseria accumulata in tre anni di guerra, sulla nostra paura consolidata dalle molteplici incursioni precedenti, sulla nostra disperazione fatta di fame, di notti insonni, di sofferenze inenarrabili.

Passata la prima ondata, mentre la gente correva come impazzita nelle strade e nelle piazze, ci sorpresero stormi di caccia che, in rapido volteggiare sui tetti, mitragliavano senza pietà qualsivoglia cosa avesse parvenza di vitalità. E poi ancora bombe e mitragliamenti, in un crescente susseguirsi furioso ed inclemente, fino alle prime ore dell'incipiente pomeriggio.

Ricordo che ero in una grande piazza, in quel preciso momento, insieme ad uno dei miei fratellini, e corremmo terrorizzati verso casa; i militi fischiavano e ci intimavano di rifugiarci nei portoni adiacenti, mentre le raffiche impietose delle mitragliere dei caccia falciavano intorno a noi esseri umani atterriti ed animali imbizzarriti. Avevo dieci anni appena e solo l'istinto di conservazione mi spingeva a sfuggire quella devastante furia, non la consapevolezza della possibile morte, della quale non avevo cognizione; la morte che avrebbe potuto annientare il mio io, la mia vita, il mio futuro.

Istintivamente cercai riparo e scampo, che trovai nella casa avìta, al contrario di quei poveretti che, intrappolati nelle torri gemelle, non l'hanno trovato e, nell'impeto della disperazione, si sono tuffati dalle finestre di quei due grattacieli diventati all'improvviso due mostri di fuoco. Davanti a quelle immagini apocalittiche, scandite dal piccolo schermo, non ho potuto trattenere la mia più profonda commozione, ora che sfioro la soglia dei 70, cosa alla quale l'incoscienza dei 10 anni non mi consentiva di abbandonarmi.

Ricordo la mia città dilaniata, sventrata, disseminata di corpi mutilati e di rovine spettrali; le stesse identiche scene di desolazione e di morte riviste nelle immagini dei recenti crolli di New York e Washington. E mi chiedo: quale dio può consentire che vengano perpetrate simili nefandezze? Non siamo, per caso, tornati agli albori della storia, allorquando i druidi, sacerdoti di popoli di antico lignaggio celtico, adoravano numi che esigevano orridi sacrifici umani?

Crudeltà senza senso e significato!

Vergogna dell'umanità!

11 settembre 2001: il terrore arriva dal cielo; 6.500 vittime innocenti ed inconsapevoli di una guerra mai dichiarata e mai combattuta.

22 luglio 1943: il terrore arrivava dal cielo; 7.200 vittime, in un sol giorno, in poche ore di furia bellica, delle complessive 22.000 patite dalla mia città fra il maggio ed il settembre di quell'anno nefasto.

Può, l'uomo civilizzato, dichiararsi emancipato, superiore a quello delle caverne? Può ritenere che la pace, la tolleranza, la convivenza, siano traguardi possibili? Può nutrire ancora l'illusione di pervenire ad un mondo giusto? Possono le religioni, che tutto spiegano, ammantano e giustificano, interpretare le finalità di tanta inutile scelleratezza? La fede in un dio onnipotente, comunque denominato, creatore e signore dell'universo, che dovrebbe unire l'umanità pensante, continua, invece, ad accecarla fino alla follia.
 
Alfonso De Santis

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