Ricordando Daniele...

Carissimo Daniele!
Una volta tanto, si tratta dell’eccezione che conferma la regola, non mi trincererò dietro la denominazione fittizia al riparo della quale sono solito abitualmente rifugiarmi su Oltre Magazine. Credo infatti che in certe circostanze, gravi, sia doveroso o forse, e più semplicemente, decente parlare in prima persona (l’avevo già fatto qualche tempo orsono a proposito di Alfredo Peculo) proprio per dare maggior rilievo alla relazione interpersonale. Nel tuo caso poi, se c’è qualcuno che possa fregiarsi più di chicchessia dell’appellativo di “viaggiatore” quello sei proprio tu, come spesso credo di aver sottolineato (mi si perdoni l’ineleganza dell’autocitazione) nel corso dei diversi resoconti di viaggio, riferendomi a te come ad un “inveterato giramondo”. Era questo uno dei molti aspetti che ci avvicinavano, ma su questo ritorneremo più in là.
18 agosto 2010. Rientro a casa dopo la mattinata trascorsa in spiaggia tentando, con scarso successo visti i suoi ventitré mesi, di insegnare a nuotare a Leo (il nipotino italo-franco-sino-malese di due anni nato, per completare il tutto, a Londra) nello stesso mare in cui, verso la fine degli anni ’40 avevo imparato io stesso a tenermi a galla e dove i miei figlioli, molto tempo dopo (la mia determinata vocazione al celibato aveva tenuto saldamente fino ad una età relativamente avanzata), avevano percorso, quasi si trattasse di un percorso iniziatico, lo stesso cammino acquatico.
Quel mare che tu conoscevi bene. Lo so perché me lo dicevi ogni tanto che anche tu, ma non sei il solo (ancora recentemente una gradevole persona da poco conosciuta mi parlava di una esperienza analoga), ci eri andato nel dolce tempo della prima giovinezza perché il cuore ti ci portava. Ammaliato forse da una delle nostre “mule” (per chi non lo sapesse, a Trieste i ragazzi e le ragazze diventano, nel nostro dialetto, rispettivamente “muli” e “mule”) la cui fama trascende i ristretti limiti del colle di San Giusto per assumere rilievo nazionale o addirittura internazionale. Non a caso proprio una di esse, Susanna Tamaro, è l’autrice del successo editoriale il cui titolo mi suggerisce la ragione del tuo andare. Quelle “mule” frutto, spesso estremamente avvenente, di incroci di razze diverse, universalmente note per la loro spregiudicatezza e che non hanno, meno che mai, avuto bisogno di movimenti più o meno femministi per affermare, giovanissime, la propria libertà, la propria autonomia ed il diritto a scegliere il modo di vivere che più conviene loro. Il tutto senza che le famiglie, dove la tolleranza e la libertà di pensiero non sono formule astratte e vuote, ma un modo concreto di vivere la propria quotidianità, se ne adombrino.
Rimango convinto che tra le nostre due città, Bologna e Trieste, ci sia nonostante, e forse proprio per questo (la “coincidentia oppositorum” cara ad Aristotele), le differenze enormi che esistono (il mare, il vento, l’architettura, la storia, la cultura, la geografia, i portici, il rosso e l’ocra delle case, le tradizioni, la politica, la gastronomia, …) un “feeling” particolare. Non a caso lo scontroso e grandissimo poeta triestino Umberto Saba ha consacrato una delle sue poesie alla piazza Aldrovandi di quella Bologna che, più di ogni altra città italiana, gli aveva offerto, lontano dalla città giuliana, momenti di gioia e di serenità rari in un’anima tormentata come la sua.
Prima di passare a tavola accendo quasi meccanicamente, non si sa mai, il telefonino e noto l’avviso di un messaggio proveniente da Nino Leanza. Lo apro pensando a chissà che cosa (un saluto dal mare, una richiesta di informazioni, un’idea nuova, ...) e Annie, vedendomi trasalire, mi chiede (non c’è niente da fare, la sensibilità femminile è incommensurabilmente più fine della nostra: non a caso ho sempre voluto, ed ottenuto, che tutti i miei problemi di salute, per poco che siano un po’ seri, vengano trattati da una donna; si tratta di un fattore discriminante nel momento della scelta) prima ancora che a parole, con i suoi occhi azzurri, sui quali più facilmente mi par di leggere l’angoscia (forse perché gli occhi chiari possono oscurarsi): “Che è successo?”. Non rispondo, non ne ho voglia, e con un groppo in gola me ne vado fuori a tirare una forte boccata d’aria guardando quel cielo blu, come il mare sottostante, verso il quale, solo qualche ora prima, ti eri diretto, per il tuo ultimo viaggio con la discreta, abituale, signorilità. Scegliendo un giorno in cui la gioia delle vacanze in famiglia (soprattutto per chi come noi ha passato gran parte della propria vita tra alberghi ed aeroporti) dovrebbe regnare ed invece essa è diventata cupa tristezza e dolore irreparabile per te e per i tuoi cari. Ed anche per chi, senza essere della famiglia, ti conosceva e ti apprezzava. Posso entrarci anch’io?
Torniamo indietro: 19 aprile 2005. Puebla. Bella città coloniale a un paio d’ore da Città del Messico. Giornata di allestimento per una fiera, che si vuole alternativa (e che abortirà dopo quell’unica edizione…) a quella “storica” organizzata ogni due anni da Ildefonso e Gabriela (la prossima avrà, guarda caso, luogo proprio a Puebla la prossima primavera). In attesa dell’apertura del padiglione vado a spasso per il centro approfittando del sole e del cielo blu (dello stesso blu di qualche giorno fa) che abitualmente la fanno da padroni in quelle felici, da questo punto di vista, contrade. Le campane di tutte le chiese, e sono tante, si mettono all’improvviso, come impazzite, a rintoccare a festa. Entro nella chiesa più vicina, già strapiena, e chiedo al primo fedele che cosa stia succedendo. “Hay un papa nuevo”, mi risponde, “Benedicto decimosexto”. Il cardinale Ratzinger è diventato vescovo di Roma. “Habemus papam” e si riparte per un altro giro!
Nel pomeriggio vado in fiera. Il round di osservazione è presto fatto. Poche persone nei dintorni. Passi vicino allo stand. Ci presentiamo formalmente: “Molto lieto, Daniele Mazzolini”, “Piacere, Pietro Innocenti”. Scambio degli inevitabili biglietti da visita. Fino a qui tutto secondo le regole, barbose, della più barbosa banalità. Durante i giorni di fiera abbiamo occasione di chiacchierare, vista anche la scarsità di visitatori. Il rapporto diventa più immediato, più schietto e lascia intravedere aperture interessanti. Ci mettiamo così d’accordo per rientrare assieme a D.F. (Mexico City) con l’autobus che parte dalla “central camionera” che poi sarebbe la nostra stazione delle corriere. Passerò a prenderti alle otto col taxi che avrò fatto venire prima al mio albergo. Alle otto, spaccate al secondo, sono davanti alla tua base. Esci con due occhi grandi così meravigliato per la mia puntualità che tu, amatore di orologi, annunci svizzera e che io preferisco rettificare in asburgica. Dopotutto la real-imperial casa d’Austria ci ha lasciato, dopo i suoi sei e più secoli di presenza nella mia città, qualcuno dei suoi geni e non solo a livello della gastronomia (salsicce, birre, goulasch, apfelstrudel e Sacher torte ...). Precisione asburgica, dunque, che amaramente rimpiangeremo l’indomani nella capitale messicana (anche se paradossalmente proprio un Asburgo partito, sulla “fatal Novara”, dal suo castello triestino di Miramare era stato catapultato al posto di imperatore del Messico: esperienza brevissima tragicamente conclusasi e troppo corta, quindi, per inculcare a quelle altrimenti adorabili genti l’amore per la puntualità) quando sia tu che io attenderemo una giornata intera lo stesso “partner” locale col quale avremmo dovuto incontrarci, ciascuno per discutere dei propri affari. Nei nostri rispettivi alberghi della “zona rosa” aspettavamo entrambi, telefonandoci ogni mezz’ora, per sapere se uno di noi avesse notizie del soggetto in questione. A fine giornata, incazzati come bestie per il mancato appuntamento, ci siamo rivisti e tra una birra ed una tortilla abbiamo ripreso la conversazione intavolata nelle due ore sulla corriera tra Puebla e Mexico City. Si parlava delle nostre esperienze. Molte similitudini si profilavano. Anche molte differenze. Per fortuna, direi, ché trovarsi di fronte ad uno che ha vissuto e la pensa esattamente come noi, sai che barba! Entrambi eravamo giunti in questo settore dopo esperienze totalmente diverse. Tu dopo aver a lungo operato, quasi per tradizione familiare credo, nel mondo delle automobili. Avevi anche avuto un ruolo di rilievo nella filiale brasiliana, a Belo Horizonte, di una importante azienda torinese. Non era la sola esperienza nel continente sudamericano. Un lungo soggiorno professionale a Caracas ti aveva perfino permesso di ottenere il passaporto venezuelano pur conservando quello d’origine. Non era il caso mio. Io venivo dal mondo dell’industria farmaceutica e il passaporto italiano mi era stato ritirato, in virtù della cosiddetta convenzione di Strasburgo sulle nazionalità plurime, nel momento in cui avevo acquisito la cittadinanza del paese in cui avevo deciso di vivere (sono passati trentatré anni già…; fra due anni, se ci sarò, avrò passato esattamente metà della mia vita in Italia e l’altra metà in Francia), dove pagavo le tasse (la mia collezione di “Ferrari” si trova all’ufficio entrate di Parigi) e dove mi sembrava logico, giusto e doveroso voler essere un cittadino coinvolto al cento per cento nella vita del suo nuovo Paese. Per una strana e forse non fortuita coincidenza la tua nuova attività la svolgevi, tu appassionato di belle vetture, in un’azienda che porta lo stesso nome di una marca modenese famosissima e che come questa eccelle, nel suo campo, per la qualità dei suoi prodotti. Anche se in realtà i tuoi favori andavano verso un’automobile britannica, che possedevi, il cui emblema è un felino, il giaguaro, famoso per la rapidità del suo correre. Ti ricordi le risate che ci facevamo guardando in fiera quelle trasformazioni taroccate che pretendevano di far diventare originali “british” delle vecchie carrette quasi si trattasse di auto da giostra paesana? Ed ancora avevamo una uguale predilezione per le scarpe, nel mio caso soprattutto e quasi esclusivamente britanniche (dove son finite le gloriose manifatture di Northampton, ma anche la Mac Affee di Belfast che sbrego ragazzi! Altro che gli orrori puntuti e le “scarp de tenis” che offendono gli italici piedi), e per le giacche in “tweed” egualmente provenienti da quelle isole. Tant’è che anni addietro me ne ero andato in piena estate in peregrinazione nelle Ebridi esterne, al largo nel nord della Scozia, alla ricerca di raffinati produttori di “Harris tweed” con cui, allettante prospettiva, contavo di farmi confezionare delle giacche da urlo. Ne ho tanti di quei tessuti, dai toni della landa, ma le giacche non le ho ancora fatte nutrendo, con ostinazione degna di miglior sorte, la improbabile speranza di perdere i famosi quindici chili di troppo che mi porto appresso. E tu ogni tanto quando ci vedevamo mi domandavi, col tuo sorriso ironico che accompagnava uno sguardo penetrante, se le avevo fatte ‘ste giacche e davanti alla risposta ancor oggi negativa mi chiedevi perché, in fondo, non ti cedevo i pregiati tagli.
Credo che a questo comune gusto per tutto quanto provenisse da Albione corrispondesse un approccio simile nella vita quotidiana fatto di ironia, di “understatement” e di un certo, misurato, scetticismo. Probabilmente le esperienze, buone e cattive, fatte nei differenti paesi ci hanno permesso di relativizzare molto di tutto ciò che ci accade attorno nella vita di tutti i giorni. Compresa quella professionale. Qui eri molto meno malleabile. Il rigore e la probità negli affari ti avevano creato qualche solida inimicizia ed una certa fama di “romp…” che mi onoro di condividere con te. Non si può essere amici di tutti, soprattutto di quelli che non lo meritano. Ne so qualcosa quando sento, e mi stupisco, che ci sono quelli che si offendono (addirittura!), pur non essendo citati, ma riconoscendosi nella lettura, perché mi capita di dire, per iscritto e quindi senza ombra di equivoci, quello che penso chiamando per il suo ben meritato nome chi se lo è ampiamente conquistato grazie ai suoi comportamenti.
Come vedi molte cose ci accomunano, anche se in alcuni casi ci si trova su posizioni divergenti. Soprattutto trattandosi di approccio di nuovi mercati. Probabilmente a causa dei diversi prodotti di cui ci occupavamo (tu ancor oggi, io prima di terminare la mia attività professionale), la nostra percezione di certi paesi, presi nel loro insieme, era diversa. Ne discutevamo pacatamente, ciascuno apportando le proprie ragioni per pensarla in un certo modo, ma senza mai trascendere in comportamenti men che civili e soprattutto senza che venissero mai meno la reciproca stima ed il mutuo rispetto, nonostante la divergenza delle convinzioni. Che poi spesso ognuno rimanesse delle proprie idee era un fatto assolutamente marginale. La differenza del pensare è essenziale per assicurare l’avanzare del mondo. Figurati che noia se tutti la pensassero allo stesso modo. Purtroppo è quanto succede, soprattutto in politica, con i fautori della “pensée inique”. Tu che mastichi, assieme ad altri idiomi, il francese sai bene quello che voglio dire.
Ci siamo visti all’inizio di maggio a Düsseldorf, alla Befa. Nel consueto giro di saluti, assieme ad Alessandra Natalini, ci siamo fatti una foto nello stand di Sandrone. Ci siamo detti: “Alla prossima e buone vacanze”. Non erano lontane. Adesso sono arrivate e con esse l’sms di Nino. Non andremo più assieme a San Paolo del Brasile nelle churrasquerie del quartiere Libertade o nella csàrda, di petöfiana memoria, di Hortobàgy dove, giunti dopo una avventurosa scorrazzata sui tratturi polverosi che si insinuano tra le stoppie della pianura ungherse (provenienti da quella Nyregyhàza dove Karoly organizzava, prima di trasferirla saggiamente a Budapest, la fiera magiara), avevamo assieme a Nino Leanza, che ne era il “primum movens”, ipotizzato ed abbozzato il piano per ridare vita al Consorzio Tanexport versione due. Non ascolteremo più il tuo ammirabile, per sintesi, discorso di Kielce, in Polonia, quando accompagnato più che dal tuo “boss” dall’amico che è per te Franco Ferrari (cui va la nostra simpatia ed il nostro sostegno per una perdita così importante per la sua bella azienda) per ritirare un riconoscimento alla qualità dei vostri prodotti avevi detto, leggendo un bigliettino scritto in polacco, qualcosa come: “Sarò breve. Grazie!”. Suscitando l’ilarità della sala e la riconoscenza di chi, come il sottoscritto, male sopporta gli interminabili monologhi cui sono usi coloro che parlano soprattutto per ascoltare se stessi. Non ci sentiremo più al telefono per chiederci semplicemente “Come va?” o per passarci una informazione su qualche fiera all’estero o i dati di qualche persona che non riuscivamo più a trovare. Ad onor del vero ero più spesso io a chiedertelo e sempre, dico sempre, mi davi la buona informazione a strettissimo giro di telefonata o di messaggino. Te ne sono grato.
Spero che da lì dove ti trovi e dove ci ritroveremo, su questo non c’è dubbio (l’attività che svolgiamo ce lo ricorda anche quando preferiremmo, forse, non pensarci), tu possa rivolgere, come dice San Tommaso d’Aquino, il tuo sguardo protettivo e pieno d’amore e sollecitudine verso le persone care che ancora stanno su terra. Penso soprattutto a tua moglie (che da medico ha dovuto capire immediatamente ciò che stava succedendo) e ai tuoi figli sui quali, pur non conoscendoli personalmente, riversiamo oggi la simpatia e l’affetto che noi tutti di Oltre Magazine ti portiamo.
Una volta di più ci troviamo confrontati a quel dannato calcolo che non finisce mai. La divisione del numero dieci per tre con quel tre - tutto un simbolo - dopo la virgola che i matematici han voluto chiamare “periodico”, ma che è infinito ed eterno come quell’ultimo sorriso di Düsseldorf. Sorriso che ogni volta che penseremo a te rivedremo sul tuo volto amico con lo stesso, immutato, piacere. “Alla prossima, Daniele!”.
 
Pietro Innocenti


Ho conosciuto Daniele Mazzolini in questi ultimi anni e, pur avendo avuto con lui una frequentazione prevalentemente legata ai rispettivi interessi lavorativi, ho avuto il tempo e la possibilità di coglierne le qualità umane oltre che professionali stabilendo un rapporto che, anche se non può essere definito di amicizia nel senso più elevato della parola, è stato certamente di grandissima e cordialissima affinità.
Ci siamo intesi subito con Daniele. Uomo apparentemente un po’ burbero e di poche parole, era in realtà un brillante ed ironico conversatore tanto nell’affrontare temi legati alle sue esperienze professionali quanto nel raccontare le tante storie di vita che lo hanno visto protagonista nel suo intenso e continuo girovagare per il mondo cogliendo, grazie alla sua intelligenza e alla sua cultura, gli aspetti essenziali dei Paesi e dei popoli con i quali è entrato in contatto.
Mi ha insegnato molte cose sul mondo funerario e cimiteriale internazionale. E non solo a me. Le sue intuizioni e le sue lucide capacità di analisi sono state fondamentali punti di riferimento per l’Azienda con la quale collaborava e per i colleghi del Consorzio Tanexport che sempre hanno ricevuto da lui utilissime indicazioni strategiche.
Pensiamo a lui con animo commosso e siamo vicini alla moglie Laura, ai figli Massimiliano e Marcello e a tutti gli Amici della Ferrari che, ne siamo certi, troveranno nella Memoria e nel Ricordo conforto e serenità.
Carmelo Pezzino

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