Il Master "Death Studies" all'Università di Padova

Riconquistare il futuro

La convinzione più comune è che morire significhi distruggere il futuro. L’idea è diventata celebre grazie a Epicuro e Seneca e più recentemente ai loro epigoni Cioran e Derrida, secondo i quali chi incontra la morte non ha più un domani. È una convinzione sostanzialmente errata, alla quale dedico i miei studi da anni e le ragioni per cui è dimostrabile in che cosa consista l’errore sono estremamente importanti, ma anche difficili da raccontare in poche parole. Rispetto a ciò, vorrei comunque qui presentare uno degli aspetti più vicini alla vita di tutti i giorni e considerare ciò che attualmente sta accadendo rispetto alla gestione del pensiero della morte e al problema del futuro.
Il Novecento è stato il secolo in cui forse per la prima volta, nella storia dell’umanità, l’uomo ha creduto di poter ignorare di essere mortale. Fino al diciannovesimo secolo, infatti, ogni azione della vita era compiuta nella consapevolezza della inevitabilità del trapasso e per questo si pensava a come migliorare le condizioni di coloro che rimanevano. Possiamo rintracciare in tale preoccupazione, che ha accompagnato tutta la storia dell’umanità, le radici delle idee di “eredità” e di “progresso”: ognuno, sapendo di dover morire, cercava di lasciare al mondo qualcosa di sé che lo migliorasse. E certo grazie anche a questa fede, l’umanità ora non vive più nelle caverne.
Ma nel Novecento è accaduto qualcosa di inatteso: improvvisamente, raggiunte alcune tra le mete più ambite grazie alle scoperte mediche, ai ritrovati delle scienze alimentari, alle conquiste del pacifismo, il tempo si è fermato nel presente, cancellando il rimando a qualsiasi avvenire. L’allontanamento della minaccia di morte (per fame, per malattia, per guerra …) ha fatto emergere una forte volontà di nascondere la necessità di dover morire. Gli ospedali sono perciò divenuti il luogo in cui si celebrano la sfida della scienza contro ciò che è inevitabile (il dover finire) e il nascondimento delle sue sconfitte. Non a caso - è in questo secolo che Gorer parla di “pornografia della morte” - ciò che in precedenza era attribuito al sesso, nel ventesimo secolo riguarda invece la dimensione della dipartita e i suoi corollari. Parallela alla cancellazione della morte è l’eliminazione del concetto di progresso e così pure quello di ricchezza da tramandare ai posteri, da cui deriva la negazione della responsabilità rispetto al futuro. Da un lato i Paesi non si preoccupano di quel che accadrà alle generazioni che verranno, dall’altro gli individui cercano di garantirsi subito il massimo divertimento, perché essere incapaci di affrontare la morte implica l’incapacità di pensare la vita come tempo, costruita su un passato e progettata in funzione dell’avvenire. Eliminare questa prospettiva significa non assumersi le responsabilità necessarie rispetto alle condizioni in cui si troveranno i nostri figli e non aver niente della nostra storia da insegnare loro.
Le ragioni per cui il bisogno di nascondere la morte sia divenuto così grave nel Novecento sono profonde e difficili da descrivere in poche righe; è però vero che con il giro del millennio, allorché la morte ha cominciato a far sapere di essere in grado di ripristinare gli strumenti di lavoro che credevamo di averle sottratto (si pensi al terrore della pestilenza Aids e delle nuove malattie, al rischio di una guerra totale dopo l’attentato alle Torri gemelle, all’incremento dei suicidi a causa del crollo delle borse e della crisi economica…), le persone sono tornate a chiedersi che cosa davvero conta. È così che dopo una prognosi infausta, dopo un incidente gravemente invalidante, dopo una perdita incolmabile ci accorgiamo di non essere in grado di rispondere alla domanda fondamentale: come faccio ad affrontare la fine? Non troviamo neppure le parole per raccontare il dolore perché, dopo il lungo esercizio di adattamento al benessere cui la società ci ha abituati dall’ultimo dopoguerra, siamo diventati degli analfabeti affettivi rispetto al malessere. Comprendiamo che è difficile saper gestire le agonie, il lutto, la sofferenza totale della malattia terminale. E quando si sta per morire tutto diviene estremamente importante e si vorrebbe poter tornare indietro per cambiare ciò che si è fatto o per fare ciò che non si è fatto. Ma queste scoperte rimangono perlopiù inascoltate, ancora, e gli individui sono lasciati alla contingenza delle opportunità che i discorsi illusori da sempre propinano, senza garantire una autentica riflessione su ciò che significa sapere di dover morire.
Per affrontare il senso della morte è necessario restituire al linguaggio contemporaneo il senso del morire, interessando il discorso scientifico e quello culturale nel coinvolgimento della dimensione psicologica e sociale di ognuno rispetto al proprio progetto di vita a tempo determinato. Innanzitutto è fondamentale guarire dall’afasia culturale che accerchia la fine della vita, ma nel contempo occorre restituire profondità temporale alla visione del mondo. Il Master “Death Studies & the End of Life: Studi sulla morte e il morire” all’Università di Padova è nato per dare supporto e forse risposte. Questo percorso, che dura un anno impegnando uno o due week-end per una decina di mesi, offre una preparazione che permette di analizzare i diversi aspetti del morire: i dilemmi della bioetica, la sofferenza della malattia terminale, il problema di come educare alla consapevolezza di dover morire in tutte le età, le tecniche per gestire la relazione di aiuto ai morenti e ai luttuanti … In tal senso il progetto formativo intende offrire competenze a persone che vogliano affrontare il rapporto con la morte a diversi livelli, dalla dimensione personale (è previsto un percorso psicologico di elaborazione delle rappresentazioni soggettive della morte) a quella professionale (sono numerose le discipline professionalizzanti), lasciando sempre in primo piano il valore della ricerca tra cultura e dialogo interiore.
 
Ines Testoni



La portata innovativa del Master “Death Studies - Studi sulla morte e il morire”, organizzato dall’Università degli Studi di Padova e voluto e promosso dalle Facoltà di Scienze della Formazione, di Psicologia e di Medicina e Chirurgia, è insita nella proposta formativa rivolta alle persone che operano nelle strutture sanitarie, educative e di sostegno psicologico pubbliche e private nell’ambito dei “Servizi alla persona” e che in particolare sono legate alle problematiche inerenti la morte e il morire.
La crescente richiesta di figure idonee a gestire le relazioni nelle diverse modalità del morire nei campi medico, psicologico, educativo e di insegnamento, l’allungamento della vita nella società occidentale e l’occultamento di tutto ciò che è collegabile alla morte ed al morire, l’abbandono del sofferente ed il prolungamento dell’agonia in solitudine, l’incapacità di considerare le esperienze di lutto come aspetto fondamentale nella costruzione del senso della vita, sono alla base del percorso intrapreso nel Master con l’intendimento di preparare gli operatori nelle relazioni di aiuto, per supportarli nel gestire (per sé e per gli altri) l’angoscia che il pensiero e l’esperienza di morte comportano, con la competenza e la professionalità necessarie.
Le fasi della formazione riguardano: a) la prevenzione primaria rivolta ad insegnanti, educatori, formatori, consulenti, psicologi, per sviluppare la capacità di proporre a loro volta percorsi formativi utili a promuovere la rappresentazione della morte come parte essenziale della vita e a valorizzarla in tutte le sue manifestazioni, compresa quella del declino; b) la prevenzione secondaria indirizzata a medici, psicologi, educatori, consulenti, infermieri per un percorso di elaborazione del senso della morte in aiuto di coloro per i quali il termine della vita è una realtà prossima; c) la prevenzione terziaria per medici, psicologi, educatori, infermieri, assistenti sociali per un supporto professionale nella elaborazione del lutto nella fase di perdita di una persona cara, per reintegrare il progetto di vita nella dimensione affettiva e socio-relazionale dei sopravvissuti.
Tra le tematiche affrontate dal Master l’approfondimento, attraverso tecniche psicodinamiche, delle rappresentazioni personali della morte e l’inserimento nella scuola di percorsi di educazione tanatologica intesa come promozione culturale ad una diversa sensibilità del vivere e del dover morire, a cui si affiancano momenti di riflessione sugli specifici problemi dell’insegnamento e del rapporto con le famiglie.
Se da un lato la scienza della medicina sta affrontando l’esigenza di modificare i propri modelli per dare riscontro alle esigenze di cura legate all’inevitabilità della morte (si fa riferimento alle discussioni sui problemi della gestione della cura dinanzi alla morte, tra qualità della vita, desistenza terapeutica, principi di autodeterminazione, relazioni con i familiari e dinamiche di comunicazione nei processi decisionali, resilienza, lutto traumatico, burnout, …), dall’altro in Italia gli ambiti delle scienze sociali e dei servizi alla persona non sono ancora strutturati per consentire l’inserimento di sistemi adeguati di discussione e di sviluppo delle tematiche che caratterizzano il percorso.
Solo di recente è emerso uno spazio di formazione specifico sui temi della morte, del morire inteso come fase di fine-vita, del lutto, della perdita, con l’intento di analizzare le componenti e gli aspetti che provengono dalle diverse discipline - bioetiche, filosofiche, antropologico-culturali, psicologiche e sociali - che lo intersecano, condizionandolo.
Il Master “Death Studies & the End of Life” è stato fortemente voluto per rispondere ad esigenze di formazione, ormai ineludibili, che attraverso anche l’organizzazione di convegni internazionali, consentono una attività formativa e di specializzazione per chi già lavora o per chi intende intraprendere un percorso professionale per affrontare il rapporto con la morte a livelli e in ambiti di intervento diversificati, nel rispetto di un cambiamento in atto e delle esigenze che ne derivano. Significativo è il recepimento da parte del Master delle innovative recenti disposizioni normative introdotte in Italia dalla Legge n. 38 del 15 marzo 2010 che, acquisendo la richiesta formulata da chi lavora prendendosi cura di chi vive la fase terminale della malattia, disciplinano e regolamentano l’accesso alle cure palliative ed alla terapia del dolore.
Il progetto formativo include un percorso che dalla dimensione personale, attraverso un percorso psicologico di elaborazione delle rappresentazioni soggettive della morte (l’edizione per l’anno 2011 prevede una importante implementazione di questa fase con l’introduzione di tecniche psicodrammatiche), perviene fino a quello professionale, mantenendo in primo piano la ricerca di senso tra cultura e dialogo interiore. I due livelli, inscindibilmente collegati, compensano gli aspetti di preparazione ad una professione che permette di operare con competenza e con dedizione a chi vorrà comprendere i significati del morire: soltanto chi intende affrontare un percorso con queste caratteristiche potrà conoscere le opportunità formative di questo Master, non disponibili altrove.
La pre-iscrizione per l’anno accademico 2010/11 è da effettuare entro il 13 dicembre tramite procedura telematica (www.unipd.it/master/master.htm); ulteriori informazioni sono disponibili sul portale endlife.it nella sessione master 2011 (http://www.endlife.it/master/master-2011/edizione-2011-master-1).



Queste le testimonianze di alcuni partecipanti alle precedenti edizioni del Master.

“Il Master mi ha insegnato che si può parlare di morte con le lacrime negli occhi, ma con il sorriso nel cuore …”. (V., Psicologa, Psicoterapeuta)

“Il Master per me è stata una meravigliosa esperienza di vita sia dal punto di vista umano che professionale. All’interno di questa “palestra” così ricca di spunti interessanti ho avuto la possibilità di sperimentarmi e di confrontarmi riguardo a tematiche o a situazioni ben difficili da esternare e da condividere nella mia quoti-dianità lavorativa e personale. Ringrazio tutti di cuore”. (C., Psicologa)

“È difficile riassumere in poche righe quanto il Master abbia rappresentato per me. Sicuramente formativo, un momento di crescita non solo professionale, ma soprattutto personale. Impegnativo, ma diversamente non poteva essere considerata la tematica affrontata con l’aiuto di docenti alla cui eccellenza si unisce una rara umanità. Emotivamente coinvolgente grazie al clima che si è creato tra tutti i partecipanti e che ha permesso, a ciascuno di noi, di condividere con il gruppo le parti più intime e personali di sé. … Nuove robuste ali con le quali volare su tutto quello che il futuro ha in serbo per me. Un grazie dal cuore a tutti”. (S., Psicologa)

“Momenti di condivisione personali e ricchi di intensità … Mettersi in gioco lasciandosi andare. Imparare a gestire le emozioni spesso messe a dura prova nella quotidianità della terapia intensiva pediatrica. Una espe-rienza che mi ha arricchito molto. Un progetto di crescita professionale”. (E., Infermiera)

“Una magnifica esperienza di studio, che si è trasformata in un viaggio di consapevolezze. La morte è “buo-na” quando non uccide la dignità e la vocazione personale; è “pietosa” se accetta dalla nostra scienza gli umani rimedi che permettono al morente di spegnersi in pace, e per quanto possibile dolcemente. Va accetta-ta con quel tanto di solennità che basta per contrassegnarla come una delle grandi tappe della nostra vita. L’ultimo capitolo della propria biografia”. (El., Infermiera)

“Mi sono iscritta al Master per motivi personali in seguito ad una perdita importante, ma soprattutto per ave-re visto l’inadeguatezza degli altri (operatori sanitari, familiari, parenti, amici e conoscenti) di fronte alla sofferenza e alla morte della persona a me cara e il “frettoloso e imbarazzato sostegno” davanti al mio dolore e a quello della mia famiglia dal punto di vista del vissuto emozionale. Questo Master mi ha insegnato a dare un nuovo significato alla mia vita e a quella di coloro che amo, ha cambiato la mia visione della morte, mi ha fatto crescere culturalmente, dal punto di vista umano e professionale. Amo ancora di più le piccole cose di ogni giorno e ho un po’ meno paura di morire; non mi fa paura il dolore, ma il non avere tempo per dare un bacio a chi più amo. Vorrei morire come mio padre, tra le braccia di chi amo”. (R., Infermiera)

“Un continuo scoprire e scoprirsi per riflettere e per aprire gli occhi, troppo spesso socchiusi. L’occasione per affrontare la tematica della morte senza soffermarsi unicamente sulle singole morti, ma discutendone au-tenticamente … Un mettersi in gioco con i propri principi, valori, esperienze ed emozioni nella speranza di uscirne rafforzati e più consapevoli”. (J., Educatrice)

“Una ottima lezione di vita, ho avuto l’occasione di imparare tante cose, di sviluppare la capacità di affron-tare i momenti dolorosi e difficoltosi della vita, sia dal punto di vista personale sia sociale con degli impor-tanti risvolti professionali”. (I., Educatrice)

“Scrive Vovelle in “La morte e l’Occidente”: “La morte, divenuta il rivelatore metaforico del male di vive-re, ci chiede di cambiare il mondo. La crisi odierna della morte assume l’aspetto di un disagio della società. La sua riscoperta può essere una delle vie di una presa di coscienza”. Il Master mi ha aiutato ad essere fedele al vecchio adagio di Martin Buber: per cambiare il mondo occorre cominciare da se stessi”. (C., Consulente Filosofica)

“È stato, e continua ad essere, l’inizio di un compimento. Una occasione fondamentale per dare sistemazione e per trovare sede stabile alle riflessioni, alle letture, sulla morte, sul lutto, sull’amore e sulla vita, avute da sempre, ma accresciute in modo particolare dopo la morte di mia madre, quindi da più di vent’anni. Ho ri-messo insieme tanti momenti, prima slegati l’uno dall’altro”. (A., Giornalista)

“Non mi era del tutto chiaro a che cosa sarei andato incontro iniziando il cammino. Oggi ho cambiato l’approccio alle mie paure ed è aumentata la mia responsabilità nell’affrontare il processo del morire e nel far fronte alle persone che hanno subito un lutto”. (V., Medico)Daniela Di Lucia S.
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