le ragioni del mio dissenso

Nei giorni immediatamente successivi all'arrivo di OLTRE MAGAZINE si intensificano le chiamate ai miei numeri telefonici da parte di (ex) colleghi. I quali, talvolta anche con enfasi, mi sommergono con le loro espressioni di apprezzamento, sempre accompagnate dall'incitamento a proseguire. Telefonate che mi gratificano e mi lusingano e per le quali ringrazio tutti. Una preghiera, però, devo rivolgere a chi mi legge: scrivete due righe e speditele direttamente alla rivista oppure inviate una e-mail ad OLTRE MAGAZINE ovvero, in alternativa, telefonate alla segreteria di redazione chiedendo di prendere nota delle vostre opinioni per la successiva pubblicazione. Solo così i pareri condivisi potranno essere conosciuti da tutti i lettori e, cosa più importante, da chi li può rappresentare nelle sedi istituzionali. E solo così, su taluni argomenti, la mia singola voce può diventare un coro, se occorre, anche di protesta. Le conversazioni fra me ed i miei interlocutori rimangono un evento privato e quindi sconosciuto all'esterno; le opinioni espresse in qualsiasi modo alla redazione e pubblicate sulla rivista imprimono una traccia (scripta manent) che gli apparati sindacali e certi profeti di innovative sconvolgenti ideologie non potranno ignorare. Grazie.
a.d.s.

Nei giorni immediatamente successivi all'arrivo di OLTRE MAGAZINE si intensificano le chiamate ai miei numeri telefonici da parte di (ex) colleghi. I quali, talvolta anche con enfasi, mi sommergono con le loro espressioni di apprezzamento, sempre accompagnate dall'incitamento a proseguire. Telefonate che mi gratificano e mi lusingano e per le quali ringrazio tutti. Una preghiera, però, devo rivolgere a chi mi legge: scrivete due righe e speditele direttamente alla rivista oppure inviate una e-mail ad OLTRE MAGAZINE ovvero, in alternativa, telefonate alla segreteria di redazione chiedendo di prendere nota delle vostre opinioni per la successiva pubblicazione. Solo così i pareri condivisi potranno essere conosciuti da tutti i lettori e, cosa più importante, da chi li può rappresentare nelle sedi istituzionali. E solo così, su taluni argomenti, la mia singola voce può diventare un coro, se occorre, anche di protesta. Le conversazioni fra me ed i miei interlocutori rimangono un evento privato e quindi sconosciuto all'esterno; le opinioni espresse in qualsiasi modo alla redazione e pubblicate sulla rivista imprimono una traccia (scripta manent) che gli apparati sindacali e certi profeti di innovative sconvolgenti ideologie non potranno ignorare. Grazie.
a.d.s.
Martedì 16 dicembre, promossi da FEDERCOFIT e patrocinati da TANEXPO 2004 e da OLTRE MAGAZINE, si sono tenuti a Bari due incontri, con i produttori nella mattinata e con gli operatori funebri nel pomeriggio, sul tema: "Comunicare per crescere". Sulla rivista OLTRE MAGAZINE di novembre campeggiava una pagina dedicata ad altri incontri similari già svolti il 13 novembre a Torino ed il 25 a Roma ed uno previsto per il 20 gennaio a Padova (ad oggi svoltosi anch'esso). Sugli inviti pervenuti al mio indirizzo (uno personale come collaboratore della rivista e l'altro come impresa funebre), l'iniziativa veniva rappresentata come un momento propositivo, affinché le istanze della base potessero essere raccolte onde costituire l'ossatura delle future legislazioni regionali. Alla vigilia del convegno di Bari diverse telefonate tendenti, alcune ad indagare, altre a sollecitare la mia presenza, come persona "famosissima" nel comparto (così definito da uno degli illustri interlocutori) e/o come rappresentante dell'azienda di famiglia. Ho risposto decisamente "NO!". Non partecipo perché sono contrario alla frantumazione regionalistica delle leggi che sovrintendono al settore funerario. Il perché sono contrario, fermamente e duramente contrario a questa riprovevole, illogica, deleteria diversificazione campanilistica, lo si può dedurre in maniera inequivocabile da tutto quello che, in piena libertà e senza alcun condizionamento, scrivo per questa rivista, della qual cosa devo rendere merito al direttore ed all'editore che mi danno carta bianca (altrove non succede!). E' sufficiente rileggere i miei interventi dei mesi scorsi per comprendere la mia posizione che è di ferma, fermissima opposizione a tutto quanto si va blaterando da anni sul cosiddetto federalismo, che considero una iattura, una sorta di patologia, una specie di epidemia letale che, dopo avere infettato la politica italiana ai più alti livelli, ora sta mietendo vittime (consenzienti) anche nel nostro settore. Vittime che, lungi dal cercare di "curare" la malattia dalla quale sono contagiati e sconfiggere il virus nefasto, si prodigano nel propagandare, nell'incoraggiare, nel collaborare per la sempre maggiore diffusione dell'infezione. Ebbene, anche se sarò l'unico a farlo, mi dichiaro contrario e continuerò ad esserlo gridandolo ai quattro venti. A costo di sembrare retrogrado e antiquato non aderirò mai alla "moda" separatistica e frantumatoria. E questo non per partito preso (come si suole dire) e non perché l'arroganza istrionica di Bossi non mi ispira che ilarità, ma perché fermamente convinto che questa orgia confusionaria nuoce al nostro lavoro di operatori funebri.
Nell'articolo dello scorso mese ho messo in risalto le discrepanze assurde rivenienti da una sommaria e solo iniziale applicazione di quelle detestabili leggi regionali che tanti invocano come panacea che sconfigge tutti i mali e che, al contrario, hanno provocato soltanto disdoro, figuracce, disguidi, con annessi fastidi, ricorsi, eventuali giudizi da affrontare con relativi costi e quant'altro immaginabile, solo perché una norma concepita ed applicata in Piemonte non viene riconosciuta valida nella Toscana. E' semplicemente ridicolo oltre che vergognoso! Peggio ancora se consideriamo che noi non vendiamo frutta al mercatino rionale, ma operiamo in un mercato che interessa l'intera area nazionale, per non dire europea e internazionale. Un mercato che non è fatto soltanto di cessioni di beni e chilometri da percorrere, ma coinvolge persone e comunità, emozioni e sentimenti, tragedie e dolori. Il grande flusso migratorio da sud verso il nord Italia verificatosi negli anni ‘50 e ‘60 ha scompaginato la monoliticità degli antichi ceppi familiari ed ha innescato un interscambio di grandi dimensioni anche per il nostro settore. I flussi migratori extraeuropei che continuano ad investire l'Italia, stanno dando impulso ad un maggiore interscambio intercontinentale. Interscambio che non attiene ù nel nostro caso ù al semplice trasporto di amorfe e anonime derrate, ma riguarda il pietoso servizio di spostamento di corpi di persone defunte, a volte tragicamente, effettuati per conto di nuclei familiari colpiti negli affetti più cari. Nei quali il dolore lo si legge stampato sui volti inermi, a cui tutto dovrebbe essere semplificato ed agevolato ed invece ogni azione, ogni spostamento viene complicato perché una cervellotica norma piemontese non è riconosciuta valida nella confinante Lombardia. Non vi è niente di più volgare, di più atroce, di più stupido, di più insensato, di più insulso, di più rivoltante, di più irriverente che infierire sulla nostra operatività, non in quanto tale, ma come pietoso servizio reso alla società. Che riguarda e riflette non interessi di casta o di corporazione, ma esigenze di una clientela particolare, che è proteso nell'unico e ù direi ù sublime sforzo di appagare le richieste di comunità familiari provate dal dolore più intenso che si possa immaginare. Bene, questo infierire con leggi e leggine e regolamenti diversificati e penalizzanti, a volte ingiustificatamente ostativi, altre volte volutamente ed inutilmente complicatori di mansioni e funzioni che, ripeto, dovrebbero incontrare facilitazioni e agevolazioni, sa tanto di sadismo, di follia istituzionalizzata, di pervicace crudeltà.
Arcore, Abbiategrasso, Brugherio, Cologno Monzese, un gruppetto di paesi inglobati nel folto dell'hinterland metropolitano di Milano; Borgoricco, Campodarsego, Noale e Mirano, un nucleo di paesi disseminati nella piana veneta a ridosso di Padova, dilatatisi negli anni del boom economico tanto da confondersi nel continuo susseguirsi di case e fabbriche fino ad annullare i loro primitivi confini; Celenza Valfortore, Gambatesa, San Bartolomeo in Galdo, un pugno di paesini abbarbicati sulle asperità degli appennini sannitici, situati su cucuzzoli che si fronteggiano, ad un tiro di schioppo di distanza, tanto vicini fra loro, se non fosse per la profondità delle vallate che sembra tenerli lontani. Tre lembi di terra italiana! Nel primo gruppo vi sono centri ad alto sviluppo tecnologico-industriale; il secondo è costituito da originari nuclei agricoli intorno ai quali si è consolidato il processo evolutivo rappresentato dalla miriade di insediamenti produttivi artigianali e piccolo/medi industriali che hanno fatto gridare al miracolo del nord-est; il terzo gruppo di paesi non ha avuto sviluppo e non ha avuto evoluzione, al contrario ha subito il depauperamento di risorse umane, intellettive ed economiche a cui sono soggette tutte le aree depresse: l'emigrazione, lo spopolamento. E però vi è un'altra peculiarità che interessa la presente trattazione: il primo gruppo è formato da paesi che insistono nella Provincia di Milano, quindi tutti in Lombardia; nel secondo vi sono due centri che fanno parte della Provincia di Padova e due che appartengono a quella di Venezia, quindi, pur in territori provinciali diversi, tutti e quattro sono sotto la giurisdizione della Regione Veneto; dell'ultimo gruppo fanno parte paesi disomogenei, nel senso che ognuno appartiene a Provincia diversa e diversa Regione: la Puglia, il Molise e la Campania. Le distanze intercorrenti fra i tre centri abitati sono irrisorie in linea d'aria e di pochi chilometri su strada, eppure Celenza Valfortore è in Provincia di Foggia, Gambatesa è in Provincia di Campobasso e San Bartolomeo in Galdo in Provincia di Benevento, le quali, a loro volta, appartengono a tre diverse Regioni: la Puglia, il Molise e la Campania. Tanto premesso, mi sia consentito di chiedere a quei luminari che sciorinano amenità legislative futuristiche frammentaristiche perché mai le prossime norme che disciplineranno il comparto funerario dovrebbero essere diversamente operanti nei territori ai quali fanno capo ognuno dei tre agglomerati urbani appartenenti a tre diverse regioni, pur se ubicati in un unico fazzoletto di terra (italiana?). Mi si spieghi gentilmente ma esaustivamente il motivo per cui su 10 o 20 km.2 di territorio (italiano?) dovrebbero vigere tre diversificate regolamentazioni funerarie. Quale intrinseca diversità esiste fra i tre gruppi, accertato che nei primi due vigerebbero normative identiche all'interno di ciascun gruppo ma diversificate fra i due, mentre il terzo gruppo verrebbe sconvolto da ben tre legislazioni diverse, una per ognuno dei tre paesi che lo compongono. E mi si chiarisca, se possibile, il perché la categoria degli operatori funebri dovrebbe accettare supinamente, anzi collaborare ad instaurare questo nuovo stato di cose, senza reagire e senza protestare. Sarebbe sufficiente guardare alla rivolta scoppiata a Scanzano Jonico e dintorni, nel materano, a metà novembre, per scongiurare l'ipotesi che nel Metaponto venisse insediato un deposito di scorie radioattive, per capire quanto le decisioni verticistiche dovrebbero confrontarsi con la base prima di essere attuate. Per quello che ci riguarda la base siamo noi, autentici operatori, non i presunti "esperti" scelti dal Ministero ed ora, forse, neppure le nostre associazioni di categoria, nelle quali sovente prevalgono lobby interessate a perseguire strategie affaristiche di pochi, a detrimento degli interessi comuni a tutti, specialmente ai piccoli, che continuano a rimanere male rappresentati e, quindi, indifesi. Per cui nessun incontro, nessun confronto, nessun accordo, nessuna proposta, nessuna ipotesi, nessuna collaborazione fra le autorità regionali e la nostra categoria finalizzato alla emanazione di leggi diversificate e frammentaristiche, dovrebbe essere confortato dalla nostra presenza. E - mi scusino gli organizzatori di convegni come quelli citati in apertura ù nessun impresario funebre dovrebbe partecipare a simposi aventi finalità disgregative. Se lo Stato delegherà alle Regioni il compito di promulgare, ognuna per proprio conto, i regolamenti di polizia mortuaria e le Regioni demanderanno ai Comuni l'onere di studiare ed applicare normative particolari sui territori di propria competenza, la categoria si ritroverà in un mare di guai concreti per effetto di almeno venti normative differenziate e di ben più di ottomila regolamentini eterogenei. Le obsolete "privative", tanto discriminanti e finalmente abbattute, al confronto, saranno da considerare bazzecole irrilevanti. E le famigerate gabelle daziarie, che si pagavano fino a circa 30 anni fa, transitando paese per paese, delle inezie a fronte dalle complicazioni derivanti da disomogenee normative territoriali. Eppure c'è chi si crogiola su questa materia con disquisizioni celebrative di apparenti conquiste di autonomia e di crescita professionale, mentre in concreto apporteranno solo nocumento, farragine e complicazioni senza alcun benefico effetto al nostro già tanto bistrattato lavoro. Gli esempi reali ci sono già e possono essere d'insegnamento se c'è la voglia di imparare, di discuterne e, quindi, di crescere veramente.
Orbene, se mi avessero invitato ad un convegno di protesta, ad una manifestazione di vibrata contestazione alle anzidette esternazioni di lucida follia, nonostante la mia età, non avrei esitato un attimo. Sarei andato a Bari o a Bolzano o a Trapani, ovunque si ipotizzassero le barricate contro questo blasfemo dilagare autonomistico. Ma partecipare ad un convegno per incoraggiare, per supportare, per collaborare a simili insolenti e sconclusionate distonie regionali no! FEDERCOFIT e FENIOF, lungi dal dare spazio a simili iniziative e lungi dal profondere il proprio impegno e le proprie risorse in tal senso, dovrebbero imboccare la strada nell'inversa direzione: quella di pretendere una legge nazionale innovativa sì, ma unica, chiara ed inequivocabile che non dia adito ad interpretazioni localistiche o protezionistiche e, sopratutto, non alimenti dannosi conflitti di competenza fra lo Stato ed i suoi organismi periferici.
Per concludere, due parole sul già preannunciato ulteriore commento a taluni particolari contenuti ne l'Informatore n. 10/2003, sempre in tema di federalismo normativo, solo per prendere brevemente in esame l'articolo di un altro tronfio sacerdote del nuovo verbo autonomistico, tale Giuseppe Rullo abruzzese, che si fa vanto della "conquista" realizzata nella sua regione, considerata come pietra miliare per la qualificazione professionale. Se mandare un carrofunebre abruzzese a Roma per il prelievo di una salma e vederselo respinto al mittente perché privo della certificazione sanitaria (che, pare, l'Abruzzo ha abrogato e il Lazio no) è una conquista, una pietra miliare sulla strada della crescita o della qualificazione, ebbene, devo riconoscere la mia crassa incompetenza, la mia insufficienza, la mia impreparazione e tutta la mia delusione nell'avere sprecato tempo ed inchiostro nello sforzo di mettere per iscritto quello che penso. Qualcosa, però, mi conforta: i proclami trionfalistici dei profeti come Rullo a volte nascondono verità sconosciute. Pare, infatti, che la delibera della Giunta regionale abruzzese n. 1696, tanto decantata su l'Informatore n. 10, sia stata attivata solo nelle Province di Pescara e Teramo e non in quella di Chieti dove il Rullo opera. Sarà vero? Se questa rivelazione corrisponde a verità, sarebbe un cocente smacco per il fautore Rullo e per quanti gli tengono bordone. E la famosa "pietra miliare" potrebbe essere la prima "pietra tombale" per tutti gli osannati irredentismi regionalistici settoriali.
Se ci saranno i 20 regolamenti regionali, malvengano! Li subiremo perché ci saranno stati imposti, ma che siamo noi stessi ad implorarne l'avvento, a collaborare alla loro formulazione e promulgazione, è deplorevole e paradossalmente autolesionistico. Dal mio punto di vista non vi sono vie di mezzo: la legge che governa il mondo funerario deve essere una sola perché la morte è un evento unico, che non si differenzia a causa di barriere naturali e confini geografici, tanto meno per effetto di normative viziate da artificiosi principi localistici e paranoiche smanie autonomistiche.
 
Alfonso De Santis
Alfonso De Santis, impresario funebre in pensione, è autore di un libro che tutti gli operatori del settore dovrebbero leggere, "Il dito nella piaga". Una raccolta di 15 racconti, coinvolgenti e divertenti, tutti ambientati nel comparto funerario, ai quali seguono aneddoti e riflessioni personali sulla morte (224 pagine, copertina cartonata rigida). Il libro è in vendita al prezzo di 10 euro, spese di spedizione comprese. Le richiesta vanno indirizzate all'autore: Alfonso De Santis - via della Repubblica n. 24 - 71100 Foggia telefono e fax 0881/776536 - cellulare 368 7148526

I temi posti nel lungo articolo di De Santis sono sicuramente interessanti e, in molti casi, rispondenti alla realtà ed ai rischi che l'autore evidenzia.
Mi si permetta, però, di sottolineare che non esiste alcuna motivazione all'assenza, ancorché di natura polemica. Se non si vuole partecipare, ed ogni assenza merita il massimo rispetto, quasi come la presenza, non c'è bisogno di rivestire tale assenza con una dignità, diciamo, ideologica: siamo assenti, punto e basta!
Tutti siamo preoccupati, non solo De Santis, degli effetti concreti derivanti dal Federalismo. Però questo è diventato parte integrante della nostra Costituzione, confermato da un Referendum Popolare e sancito dalla modifica del Capo V della Costituzione, come De Santis ci insegna.
Allora abbiamo due strade: o ci poniamo l'obiettivo di restaurare l'ordinamento "centralista", con una modifica della Costituzione, un Referendum, o altro, sui cui risultati mi permetto di nutrire qualche dubbio, oppure, cosa sicuramente più possibile ed alla portata della nostra categoria, ci impegniamo a fare il nostro lavoro di organizzazioni di categoria impegnate ad individuare soluzioni adeguate alle necessità ed alle prospettive del settore in una situazione precisa e reale e non in una situazione frutto solo di desideri e di "se …".
Questa era il senso delle iniziative che abbiamo promosso.
Ognuno di noi può avere, legittimamente, le opinioni più varie sull'ordinamento giuridico; ognuno deve anche riconoscere quale è il terreno di confronto possibile.
Anche sul federalismo, o meglio sugli effetti di questa nuova organizzazione dello Stato, non tutte le "convinzioni" di De Santis sono "convincenti".
Se la legislazione funeraria ha fatto qualche passo avanti, lo dobbiamo soprattutto all'intervento delle Regioni, altrimenti saremmo ancora a discutere al vento nonostante l'urgenza di una normativa profondamente innovativa. Anche nel merito delle norme abbiamo registrato, come è naturale che sia, una maggiore sensibilità da parte delle Regioni, come si evince dall'inserimento della formazione professionale quale elemento obbligatorio per tutti gli addetti funebri.
Sicuramente questo nuovo ordinamento impone alle organizzazioni di categoria compiti più impegnativi: a loro deve competere una funzione di riunificazione delle normative al fine di evitare il proliferare di norme differenziate Regione per Regione, come fino ad oggi si verificava in molti degli 8000 comuni italiani, da attuare con la capacità propositiva. Si tratta di un compito nuovo ed impegnativo, frutto del nuovo ordinamento generale dello Stato, che necessita di un rafforzato e più puntuale rapporto tra le organizzazioni e gli operatori, per interpretarne al meglio le esigenze.
Le iniziative "Comunicare per Crescere" miravano, appunto, a questo obiettivo.Giovanni Caciolli

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