Alla radice dei miti

L'influenza egizia nella cultura mondiale: luoghi, riti e simboli

Il nostro excursus sulle antiche civiltà non può non dedicare un capitolo speciale a quella egizia, per aver generato una delle più interessanti matrici esoteriche che hanno influenzato popoli e culture assai diversi lungo il percorso del loro sviluppo. Nella civiltà del Nilo religione e magia si fondono in una simbiosi curiosa che delinea un popolo caratterizzato da una forte integrità morale riferita sia all’aspetto spirituale che a quello fisico, nonché all’ambizione dell’immortalità come elemento atto a sfuggire al deterioramento del tempo che caratterizza tutte le cose. È palese che uno degli aspetti più affascinanti di questo popolo riguardi il culto della morte ed il rituale funebre, ma per capire profondamente gli aspetti e le problematiche più rilevanti della religione egiziana è importante compiere uno studio a ritroso verso le culture preistoriche.

Il punto di contatto tra la civiltà egizia e le popolazioni più antiche è sicuramente il carattere zoo-antropomorfico delle divinità, che dà vita ad esseri dal corpo umano e testa di animale. Uno degli esempi più significativi è Bastet, divinità con testa di gatto e corpo di uomo, che originariamente veniva venerata come dea della guerra nel basso Egitto, con il nome di Bast. Anubi , la divinità dal corpo umano e la testa da canide, era invece il dio della mummificazione e dei cimiteri, protettore delle necropoli. Lo zoo-antropomorfismo è alla base delle pitture rupestri africane di epoca preistorica. Nonostante l’Africa sia uno dei continenti più poveri del pianeta ha generato, nel tempo, una ricchissima influenza artistica che, oltre al popolo Egizio si è palesata in molte altre epoche, fino ai primi anni del Novecento con Picasso, Modigliani e tutte le Avanguardie in generale.

Tornando agli Egizi, sappiamo che la parola che indica “dio” è “Nether” e la raffigurazione stilizzata di essa è l’ascia oppure l’albero. Nether indica anche l’eterno, l’immortale, colui che non è soggetto alle leggi del tempo, colui che non muore mai. Anche nel Cristianesimo attuale Dio è colui che non muta e rimane stabile nel tempo, raffigurato come pietra o roccia.

Anche il paradiso collettivo cristiano è sicuramente retaggio di un’immagine egizia. Nel capitolo xv del Libro dei Morti - il testo più importante della letteratura religiosa egizia - un uomo comune afferma: “Io esco verso il cielo, viaggiando attraverso il firmamento ed entro in contatto con le stelle”. Questo passaggio è particolarmente rilevante sia per la cultura egizia che per quelle che la seguiranno mutuando da essa, poiché  sottolinea come nel tempo attraverso un percorso complesso il popolo avesse raggiunto la possibilità di accesso al paradiso, inizialmente preclusa alla gente comune. L’espansione di questo diritto è una prerogativa importante che si è tramandata successivamente con ampi risultati e che si ritrova nella più moderna e democratica concezione del paradiso cristiano, dove i  “sacri recinti” sono aperti a tutti coloro che in vita hanno seguito i dettami della buona condotta, indipendentemente dalla classe sociale da cui provengono.

Nel Cristianesimo, come in altre religioni monoteiste, al termine della vita terrena l’anima viene giudicata al fine di determinare il suo accesso al Paradiso. Il compito del giudizio sull’anima del defunto spetta a Dio, una divinità solare. Anche nelle civiltà del Nilo i morti venivano sottoposti a giudizio e il compito era assegnato ad Osiride. È interessante notare come testimonianze di epoca tebana ci mostrano che spesso egli viene sostituito da Ra, dio del sole. Questa affermazione è documentata da alcuni sarcofagi conservati nel Semitic Museum della Harward University, e nel City Museum di Sheffield. La scelta di passare, in alcuni casi, dal giudizio di Osiride a quello di Ra definisce uno dei primissimi tentativi di assegnare questo compito ad una divinità solare.

Anche il mito della creazione, che viene riproposto nei secoli, affonda apertamente le radici nelle cultura egizia. Ra, secondo la leggenda si manifesta sulla collina sorta sull’oceano del Num mettendo Maat dove prima c’era il Caos. Il termine Maat sta ad indicare l’ordine e la giustizia, quindi Ra riesce ad ordinare il caos dando vita all’inizio della civiltà. La radice del termine Maat verrà utilizzata più tardi nella lingua Copta, in quella  Babilonese ed in quella Greca, e sta sempre ad indicare la ragione oppure la misura. Il Caos per moltissime religioni a seguire, è sempre stato l’inizio del tutto. Il principio dal quale venivano create tutte le cose. Nella cosmologia Greca il caos era l’insieme degli elementi non ordinati preesistenti al κόσµος che è l’universo inteso in senso ordinato. Questa è la condizione primaria dalla quale nascono anche le divinità. Una delle raffigurazioni tangibili del caos è la figura del Leviatano. Si tratta di una creatura controversa che nel tempo rimane sicuramente come idea del caos, ma che muta assumendo significati differenti: nell’immaginario del popolo fenicio è colui che sconfigge Baal, nella Cristianità è una creatura terrificante il cui compito è quello di sovvertire l’ordine.

Interessante è la forte analogia tra Iside, dea della fertilità e della maternità, con la Vergine Maria. Se è vero che il Vangelo di Matteo è stato scritto ad Alessandria d’Egitto, questo spiega come l’immagine di Iside con in braccio un fanciullo divino, sia quasi identica a quella della Madonna con Gesù che noi tutti conosciamo. Il Vangelo di Matteo parla della Natività ed è plausibile pensare che i primissimi cristiani d’Egitto pensassero ad Iside come alla madre di Gesù.

Anche la stella di Betlemme era per gli egiziani la stella di Iside e cioè Sirio. Sirio indicava la nascita di Hous, il bambino divino proprio come la stella di Betlemme indicava la nascita di Gesù. In Egitto Gesù, Giuseppe e Maria dimorarono ad Eliopoli. Non a caso Eliopoli è una città che racchiude un significato simbolico molto importante per la civiltà del Nilo ed in cui sorge il grande santuario del dio Sole. Il simbolo di Eliopoli è il pilastro sormontato dalla croce. Ne è l’esempio l’obelisco egizio di piazza San Pietro.

Leggere le tracce del presente in un passato lontanissimo è la prova che il filo che lega tutto esiste. L’uomo ha bisogno di miti riti e credenze, ha bisogno di riconoscersi in qualcosa e di fare parte di un insieme di azioni che lo distolgono dalla paura della consapevolezza di essere finito per proiettarsi in un qualcos’altro che trascenda la sua stessa vita per darne un senso compiuto.
 
Miranda Nera


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