ADAM'S AEBLER

QUANDO LA MORTE PORTA LA PACE

Il binomio “vita-morte” è la base della nostra esistenza. L’una non può necessariamente esistere senza l’altra. Molto spesso, però, a questo binomio ne viene associato un secondo: quello “bene-male”. All’inizio era semplice: la vita è bene, la morte è male.
Con tutte le conseguenze che ne derivano: la morte è la punizione che spetta ad ogni essere umano per l’errore commesso con il peccato originale. La vita dopo la morte è tanto più dolorosa quanti sono stati i mali da noi commessi su questa terra. Ma con il passare dei secoli, delle epoche e dei pensatori, è andata maturando un’altra idea. La dicotomia “bene-male” non è perfettamente corrispondente a quella “vita-morte”, ma il bene e il male sono valori intrinseci di entrambi i lati della medaglia. Da qui l’idea che la vita sia sofferenza. Che nella vita si possa incontrare il male, che lo si possa subire e che lo si possa causare. Sembrerebbe assurdo adesso immaginare una vita senza dolore. Chi potrebbe pensare che al mondo non esistano mali? Un ingenuo? Un bambino forse?
In “Adam’s Aebler”, Ivan non è un ingenuo, né un bambino. È un malato terminale totalmente ignaro della propria patologia, unico gestore di una sperduta Chiesa di campagna in cui ex carcerati, ex alcoolisti e cleptomani trovano rifugio e cercano redenzione. La malattia di cui Ivan soffre è gravissima e irreversibile: tumore maligno al cervello, troppo esteso per poterlo curare. Non ci sono possibilità di salvezza. Eppure, paradossale ironia della sorte, il cancro al cervello distorce completamente la percezione che Ivan ha della realtà: vive immerso nella beata convinzione che a questo mondo non esista il male. Suo figlio non è cerebralmente paralitico, sua moglie non è morta suicidandosi, le persone con cui entra in contatto non sono delinquenti della peggior specie. A tutto c’è una spiegazione razionale perché nessuno, proprio nessuno, può possedere un lato oscuro. È davvero curioso come il male per eccellenza - la morte - sia la causa di una tale pace interiore. Ed è altrettanto curioso come questa beatitudine psicologica non sarebbe mai stata raggiungibile altrimenti, senza la presenza incombente della morte addosso. Il regista ha così stravolto la comune convinzione secondo la quale più si è certi di dover morire, più si è prossimi all’ultimo trapasso, e più si diventa consapevoli del valore della vita. Si diventa più realistici, più concreti, semplicemente più consci di come va il mondo. In “Adam’s Aebler” la morte ha reso il protagonista totalmente inconsapevole. Lo ha imprigionato in una campana di vetro in cui tutto è razionale e in armonia. È davvero una condizione così disprezzabile? È meglio vivere in pace in una enorme bugia o essere profondamente consci del limite a cui può spingersi la malvagità umana?
La pellicola è stata consegnata alle sale cinematografiche nel 2005 ed è passata ingiustamente inosservata. Classificata all’interno del dibattuto genere “black comedy”, è il prodotto del genio danese Anders Thomas Jensen. Una vicenda amara, controversa, a tratti paradossale forse, ma che fornisce interessanti spunti di riflessione.

ADAM'S AEBLER
(le mele di adamo)
(Danimarca, 2005)
di Anders Thomas Jensen
Durata: 94 minuti
Cast: Ulrich Thomsen,
Mads Mikkelsen, Nicolas Bro,
Nikolaj Lie Kaas, Ole Thestrup,
Ali Kazim.

 
Laura Savarino


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