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Il proprio funerale

Qualche giorno fa i giornali hanno dato con un certo risalto la notizia che una ricca americana aveva voluto assistere da viva al proprio funerale, organizzando il corteo lungo il Canal Grande di Venezia e con tanto di musiche all'attracco della bara.

Sembra una cosa un po' da pazzi, o quanto meno da eccentrici americani, in un'epoca nella quale si cerca di evitare accuratamente di pensare alla propria morte e quindi si tende a non preparare il proprio funerale.

Non era certo così fino a quando i vecchi, nella società contadina, passavano anni della loro vita a preoccuparsi della tomba, della bara, dei funerali, e ad accumulare i soldi necessari a sostenerne le spese.

Ma abbiamo ragione noi o avevano ragione i nostri nonni? Vediamo.

Se la morte è qualcosa di irreparabile che annulla l'esistenza e che riguarda solo chi muore, pensarci corrode l'esistenza come il tarlo corrode il legno ed è abbastanza saggio vivere il più possibile e il meglio possibile lasciando a chi resta l'incombenza di sbarazzarsi del nostro cadavere e di riorganizzare la vita senza di noi. Se, invece, la morte è solo la trasformazione da una forma ad altra di esistenza e riguarda anche chi resta, si può pensare alla propria morte immaginandone la trasformazione come qualcosa a cui ci si può preparare, anche con un funerale che coinvolga gli altri in questa trasformazione facendola diventare qualcosa di pubblico.

Nel primo caso la decadenza del funerale e delle cerimonie funebri nel costume dei contemporanei sarebbe giustificata, nel secondo andrebbe contrastata per promuovere una nuova programmazione del proprio funerale e dei rituali ad esso connessi.

C'è in effetti un dibattito sempre più vivace nella nostra cultura tra chi vorrebbe deritualizzare sempre più la morte, perché essa è solo la fine di una esistenza individuale che mette in crisi l'esistenza di chi resta, tanto meno quanto più passa inosservata, e chi vorrebbe ritualizzare nuovamente la morte perché essa è suscettibile di bloccare l'esistenza di chi resta, tanto più quanto meno se ne regolano collettivamente le conseguenze critiche.

L'esito di questo dibattito non è ovviamente prevedibile, ma prendere posizione rispetto ad esso è, come abbiamo visto, un indicatore della propria concezione della morte.

Per parte mia credo che esista una terza alternativa oltre alle due brevemente schematizzate sopra. Essa nasce da una domanda che oggi raramente viene formulata: e se pensare alla morte come ad un qualcosa di irreparabile che annulla l'esistenza individuale fosse altrettanto probabile o improbabile che pensare ad essa come ad una trasformazione individuale e collettiva da una forma di esistenza ad un'altra? La morte allora potrebbe essere l'annullamento della esistenza individuale -per sé- che non può annullare l'esistenza -in sé- e -per gli altri-. Infatti, la morte annulla l'autocoscienza (per sé), ma non è in grado di annullare la materia organica del cadavere (in sé) che rientra nel ciclo dell'azoto e diventa nuova vita, così come non è in grado di annullare l'influenza che chi è morto continua ad esercitare sugli altri (per altri).

La morte rende di conseguenza insensate le cerimonie funebri per la parte di noi che riguarda solo noi stessi (il per sé) e che irreparabilmente scompare morendo. Trasforma il funerale in una pratica sociale e scientifica di smaltimento ecologico del cadavere per la parte di noi che ci fa essere parte del cosmo e che obbedisce alle leggi oggettive della fisica, della chimica e della biologia (l'in sé). Implica un affidarsi a chi resta, perché si sostituisca a chi non c'è più per regolarne la presenza e l'assenza attraverso le cerimonie funebri e tutte le pratiche culturali dei vivi verso i morti, se consideriamo la parte di noi (il per altri) che vive negli altri anche quando siamo vivi e vive solo negli altri quando siamo morti.

In questa ottica sia la deritualizzazione del funerale, sia la sua ritualizzazione, acquistano un senso e hanno importanza, corrispondendo rispettivamente la prima alla verità dell'insensatezza del dopo per il per sé che la morte annulla, la seconda alla necessità per chi resta di regolare la presenza e l'assenza di chi non c'è più nella vita. Ma se le due alternative hanno senso, entrambe non possono più combattersi e cercare di escludersi a vicenda come spesso fanno nel dibattito contemporaneo. Perché risultano ora subordinate all'esigenza che le collega: l'individuo che per sé fa bene a fregarsene del funerale si deve affidare morendo a coloro che restano, perché questi comunque un funerale glielo faranno; chi resta, sostituendosi a colui che non c'è più rappresentandone la presenza o l'assenza nel funerale, porta la responsabilità che il morto gli ha dato affidandosi a lui.

Detto altrimenti: nessuno sarebbe contento del suo funerale se potesse assistervi, perché nessun funerale può far rivivere quella parte del morto che vuole assistere; nessuno può esser contento del funerale che organizza per un altro poiché, se ha accettato tramite l'affidamento del morto di sostituirsi a lui per rappresentarne la presenza, ne vivrà durante il funerale l'irreparabile assenza e rappresenterà anche questa.

La ritualità funebre va in crisi nella nostra epoca perché non si prepara più il proprio funerale, ma i funerali si continuano a fare e, tuttavia, questo non può bastare per ripristinarne la ritualizzazione ora che si sa che, in realtà, quello che il morto avrebbe voluto, più che un buon funerale, sarebbe stato il non morire!
 
Francesco Campione

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