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Il lutto: cos'è e come si manifesta

Un processo dinamico naturale che l’uomo attraversa quando affronta eventi destrutturanti.

Il termine “lutto” ha un’etimologia latina: il verbo da cui origina è lugère, cioè piangere, che subito rimanda all’ambito della sofferenza per la perdita, ma anche ai vari modi che l’essere umano mette in atto per esorcizzare e trasformare quest’esperienza dolorosa e disorientante in qualcosa di significativo, anche attraverso riti e tradizioni culturali.

Il lutto, reale o simbolico che sia, non è uno stato, ma un processo dinamico naturale che ci troviamo a vivere tutte le volte che facciamo esperienza della morte di qualcuno che ci è caro, ma anche quando affrontiamo nostro malgrado eventi di vita destrutturanti, come un divorzio complicato o la perdita del nostro ruolo sociale, per fare un esempio.

Come tutto ciò che pertiene alla sfera umana, anche il lutto non ha la stessa durata e le stesse identiche caratteristiche per tutti, ma è, invece, un’esperienza molto soggettiva e variegata, tanto che si parla di “stile di lutto” personale. Molte e diversificate sono le caratteristiche salienti del processo di lutto: si possono, infatti, riscontrare nell’individuo che lo sta vivendo, dei cambiamenti nella sfera del comportamento, come crisi di pianto, stanchezza, mancanza di appetito o disturbi del sonno; oppure nella sfera cognitiva (mancanza di concentrazione, pessimismo, sensi di colpa, ecc.), o, ancora, nella sfera emotiva, con sentimenti di tristezza intensa, disperazione e sensazione di non farcela. Spesso si possono manifestare anche cambiamenti nella sfera che pertiene alla spiritualità, come dubbi o perdita della fede in chi fino ad allora era credente.

L’elaborazione dell’evento luttuoso, quindi del senso di perdita provato, avviene quando, dall’iniziale senso di profondo smarrimento, confusione, dolore e percezione alterata del senso del tempo che passa, si va verso una nuova e più consapevole presa di coscienza dell’evento perturbante, nuovi e più funzionali modi di relazionarsi con la persona cara che ormai non c’è più, per esempio ricordandola, e un ripristino di quelli che sono i propri obiettivi e programmi, rendendo, cioè, la propria vita di nuovo progettuale. In sostanza, una buona elaborazione del lutto è, perciò, riuscire ad adattarsi in maniera funzionale alla perdita che si è subìta e che è venuta a sconvolgerci l’esistenza, che è sempre perdita anche di una parte di sé.

Il processo naturale del lutto può, infine, complicarsi quando, invece di risolversi in un congruo lasso di tempo, tende a diventare cronico, con evidente malfunzionamento dell’individuo in aree importanti dell’esistenza, come quella sociale e/o quella lavorativa e con un esacerbarsi del senso di perdita, della sofferenza e dei pensieri legati alla persona defunta. In questo caso, può rivelarsi necessario il supporto di un professionista adeguatamente formato o di un gruppo di auto mutuo-aiuto, nell’ottica di riuscire a esprimere tutta la gamma di emozioni provate per facilitare l’elaborazione dell’evento e quindi il suo superamento.

Se è vero che in qualche modo il lutto non finisce mai perché imparare ad adattarsi a ciò che si è perso non significa dimenticare qualcosa o qualcuno che mai più ritornerà, è anche vero che ricominciare a investire sul proprio futuro, con il tempo, è possibile.

Ma cosa fa la differenza tra una buona elaborazione del lutto e un lutto complicato? Si tratta della resilienza, cioè di quella capacità di fronteggiamento degli eventi avversi che permette all’individuo che ne è provvisto di resistere al meglio ai colpi della vita. La persona resiliente di solito può contare su una solida rete familiare e sociale, è incline all’ottimismo, è in grado di gestire le proprie emozioni senza lasciarsene sopraffare, ha una buona scolarizzazione e si prende cura anche dei suoi bisogni spirituali (non necessariamente di tipo religioso).
Vogliamo qui sottolineare come sia prezioso il supporto sociale in qualsiasi fase della vita, ma soprattutto quando occorrono eventi perturbanti, come, appunto, la perdita di una persona cara. Se il defunto è il coniuge, l’evento luttuoso può risultare ancora più traumatico, soprattutto se la morte avviene dopo molti anni di convivenza o in maniera improvvisa e inaspettata; la vedovanza riattiva, infatti, in maniera potente la risposta di attaccamento: in questo caso è ancora più importante poter contare su una solida rete sociale di supporto. Da alcuni studi condotti in America risulta però che alcune persone rimaste vedove continuano a percepire accanto a sé la presenza del coniuge deceduto e che questa sensazione di “continuità del legame”, come è stata chiamata, fornisca in realtà conforto e faciliti nel partner ancora vivo una buona elaborazione del lutto, offrendo all’individuo rimasto solo la sensazione di non esserlo veramente.

Sembra che le donne sappiano reagire meglio degli uomini alla morte del coniuge, poiché solitamente hanno una rete amicale più vasta e relazioni affettive più profonde che le aiutano a ridisegnare il significato della propria vita che va avanti. Gli uomini, dunque, soprattutto se anziani e quindi con poche possibilità di trovare una nuova compagna di vita, sono maggiormente a rischio di suicidio. È sempre importante chiedere aiuto se ci rendiamo conto di non farcela a fronteggiare in maniera adeguata un lutto significativo.

Per concludere questo breve excursus sul lutto e sulla sua elaborazione, è giusto sottolineare che i traumi, anche quelli destabilizzanti, possono trasformarsi in un’occasione di crescita personale quando vengono fronteggiati con stile resiliente.
Linda Savelli: dottoressa in tecniche psicologiche per i servizi alla persona e alla comunità e filosofa.

Bibliografia di riferimento:
Belsky, J. (2009). Psicologia dello sviluppo 2 - Età adulta età avanzata. Bologna: Zanichelli
Mencacci, E., Bordin, A. & Busato, V. (2020). Non sono più io - Come fronteggiare l’interminabile lutto nella demenza. Piacenza: Editrice Dapero.
 
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