preghiere, in cambio di protezione

Venerati o temuti, i defunti occupano un posto importante nelle trazioni delle antiche popolazioni slave. Inumati, cremati o seppelliti nelle imbarcazioni, i morti sono poi "invitati" a partecipare ai banchetti funebri.
E, al termine, vengono "riaccompagnati" al cimitero. Suggestivi e diversi i rituali del passato, arrivati fino
ai giorni nostri.
Prevalentemente nomadi, le popolazioni slave vivono su un vasto territorio dell'Europa centrale, orientale e sud orientale, schiacciate tra i Bizantini, gli Illiri, i Germanici e i vari gruppi barbari. Nate da numerose fusioni tra genti locali e di origine asiatica, si insediano in un primo momento, già nel periodo tra il 2000 e il 1700 a.C., nelle zone corrispondenti alle attuali Bulgaria e Polonia, per poi espandersi ulteriormente, ancora nei primi secoli del Medioevo, fino a comprendere le regioni tra il mar Baltico e l'Adriatico, tra il mar Nero e l'Elba. In queste terre, per sopravvivere, vanno a caccia e a pesca, coltivano i campi disboscando e bonificando zone incolte, si dedicano alla raccolta del miele. Tra i principali artefici della caduta dei Vichinghi, gli slavi non sono però uniti né sul piano politico né su quello economico: ogni gruppo si sviluppa in maniera autonoma rispetto agli altri, sfruttando le risorse del terreno in cui vive. Dando così vita a singole civiltà, con proprie credenze e tradizioni. Con propri dei e usanze religiose. Comunque, nonostante le diversità, si ritrovano anche elementi comuni e identiche divinità da venerare. Per tutti, poi, fondamentale è la venerazione degli antenati.
Nelle fosse e nelle urne. Fra le tribù slave sono presenti diversi tipi di sepoltura. Se nei primi tempi è praticata soprattutto l'inumazione, in semplici tombe a fossa scavate nella terra, col tempo si diffonde la cremazione: un rituale diffuso soprattutto fra gli slavi orientali e in parte fra quelli occidentali. A partire dal X secolo, prevale nuovamente in quasi tutte le regioni slave l'inumazione: i defunti, però, non sono più posti semplicemente nella fossa, ma vengono circondati da lunghe pietre o assi di legno e ricoperti da argilla e piccole pietre. Nel luogo della sepoltura viene poi eretto un tumulo. Di solito, accanto al cadavere, vengono lasciati alcuni oggetti personali: più la persona morta è stata benestante in vita, più numerosi sono i beni preziosi che dovranno accompagnarla nell'aldilà. In particolare, in occasione della sepoltura di un personaggio illustre, gli uomini della famiglia uccidono il suo cavallo preferito o uno schiavo; in alcuni casi si arriva a sacrificare la moglie. In alcune località, soprattutto tra le comunità vicine a corsi d'acqua, i morti sono anche seppelliti in piccole imbarcazioni, sistemate poi in grandi fosse scavate lungo le rive dei fiumi: in questo caso il loro corpo viene deposto in una bara poi sistemata all'interno della barca. Alle volte, il corpo viene prima cremato e le ceneri, sistemate in un'urna, sono collocate in una piccola nicchia sulla prua.
Puri e impuri. Gli slavi credono che dopo la morte ci sia il "raj", il paradiso, un meraviglioso giardino, non accessibile però a tutti. Per i cattivi esiste infatti il "peklo", il mondo del sottosuolo dove bruciano le anime di chi si è comportato male in vita.
I defunti sono divisi nettamente in due categorie: quella dei puri, ovvero di coloro che sono morti naturalmente, per malattia o vecchiaia, chiamati "genitori", e quella degli impuri, detti anche "condannati", ovvero delle persone stroncate da una fine violenta o prematura: gli assassinati, i suicidi, gli annegati, i morti per ubriachezza. Mentre i primi sono venerati e considerati protettori della famiglia, i secondi incutono grande timore e, per questo, devono essere resi inoffensivi: così, affinché non escano dalla tomba e facciano del male ai vivi, prima di essere sepolti, vengono trapassati con un sottile bastone appuntito di pioppo o punti dietro le orecchie da un dente di lupo. Ai morti impuri gli slavi attribuiscono anche l'influenza negativa sulle condizioni atmosferiche, ad esempio la siccità; per scongiurarla, allora, dissotterrano dalla tomba il cadavere di un suicida o di un altro dannato e lo gettano in una palude, oppure riempiono la sua tomba d'acqua.
Dei e folletti. La religione slava sopravvive ufficialmente, con le sue credenze e i suoi rituali, sino al IX secolo, quando la conversione al cristianesimo viene praticamente completata. Per queste popolazioni, la divinità più importante è Perun, il dio del cielo, del tuono e della tempesta. Per i Russi è anche il dio dei giuramenti, a cui è sacra la quercia. Veles è invece il dio del bestiame, che protegge i pascoli. Ma non solo: è anche il dio dei morti, che viene invocato spesso, come Perun, nei giuramenti. Gli slavi orientali, poi, credono in Stribog, dio del vento, e in Chors, signore della caccia e della malattia, mentre gli abitanti delle zone più occidentali onorano Jarovit, dio della guerra. Per tutti esiste Mokos, la protettrice dei lavori femminili, della tessitura e della filatura: ancora oggi, in alcune zone, si pensa che se le pecore mutano il pelo vuol dire che Mokos sta tosando una pecora. Sopravvive anche la credenza che, sempre Mokos, durante la quaresima, faccia il giro delle case e disturbi le donne che filano. È arrivata sino ai tempi più recenti anche la figura del domovoi, il folletto domestico, conosciuto soprattutto tra gli slavi orientali. È il protettore invisibile della famiglia ed è presente in ogni dimora: vive di solito dietro la stufa o sotto la soglia e si prende cura dell'economia familiare, proteggendo i padroni di casa operosi e castigando quelli pigri e trascurati. In cambio chiede solo un po' di pane, del sale e la kasa, la caratteristica pappa di miglio. Il domovoi, che adora i cavalli e li protegge, ha sembianze umane: può infatti apparire nelle vesti di un vecchio o di un padrone di casa morto.
Banchetti e protezione. Soprattutto fra le popolazioni intorno al Volga, si diffonde ben presto l'usanza del banchetto funebre, che, in alcune zone, arriva fino ai giorni nostri. Nati per ingraziarsi i defunti e per procurarsi la loro protezione, i banchetti si svolgono in epoche diverse: quelli organizzati all'interno della famiglia hanno luogo il terzo, il settimo e il quarantesimo giorno e nell'anniversario della morte. Quelli estesi alla tribù sono previsti invece in primavera, nella settimana Santa e a Pasqua. In queste occasioni si invitano i morti a mangiare e a bere con i superstiti: infatti, i defunti vanno trattati bene, perché devono dare tutta la loro protezione. Alle volte, durante la mensa, affinché non rechino danno ai mortali, sono addirittura pregati con questa espressione: "Noi ci ricordiamo di voi, preghiamo dio per voi. Ma voi in
cambio siate quieti, non incolleritevi nei cimiteri, non ci turbate". Presso alcune comunità, i familiari vanno al cimitero apposta per invitare i morti al banchetto: il più anziano della famiglia, che ha il compito di preparare il banchetto, arrivando nel luogo della sepoltura dice ad alta voce: "Avi ascoltateci. Scuotetevi di dosso la polvere terrestre e venite da noi a fare festa. In vostro onore abbiamo cotto frittelle, riunite i vostri parenti e venite". Alla fine del banchetto, i defunti vengono di nuovo accompagnati nel cimitero, mentre il capo della tribù continua ad invocare la loro protezione. Tra le genti più orientali, viene anche organizzata una messa in scena per rappresentare la partecipazione dei defunti al banchetto: uno dei parenti impersona il morto, indossando un suo vestito. Qualche volta si immedesima nella parte fino al punto di raccontare agli altri partecipanti ciò che sta facendo nell'altro mondo. O, ancora, cosa stanno facendo altre anime.
 
Gianna Boetti

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