in piroga nell'aldilà

Presso i Bijagò della Guinea Bissau, quando una persona muore il suo cadavere deve essere innanzitutto purificato nelle acque del mare. Quindi, dopo essere stato vestito ed ornato, viene portato al centro del villaggio, per assistere alle cerimonie in suo onore. Che, destinate a mettere l'anima nella condizione di imboccare il cammino verso l'altro mondo, culminano con l'interrogatorio: un rito che prevede l'ascolto del defunto, per sapere se è stato vittima di un castigo divino o di una stregoneria.
La vita dipende da Nindo, il creatore della terra e dei suoi abitanti. È lui che può concederla o riprendersela. Non solo. Anche la morte è nelle sue mani: un fatto soprannaturale, inspiegabile, che non è comunque temuto, ma considerato con grande familiarità: quando una persona muore, infatti, le genti dell'arcipelago delle Bijagos, un gruppo di cinquantatre isole poste di fronte alla Guinea Bissau, dicono che "dorme" o che "se n'è andata". Un tempo cacciatori, pescatori e coltivatori di patate selvatiche, oggi dediti in modo particolare alla coltura del riso e dei fagioli, alla lavorazione del legno ed all'estrazione dalle palme di un particolare olio da cucina, i Bijagò vivono in villaggi che possono comprendere da cento a trecento individui. Conservando suggestive usanze: così, per favorire il passaggio dell'anima del defunto nell'aldilà, questi uomini, descritti dai primi navigatori europei come pirati che difendevano i loro territori con lunghe canoe ornate da teste di toro scolpite in legno, praticano rituali che coinvolgono l'intero villaggio: cerimonie singolari, che hanno anche lo scopo di rinsaldare i legami all'interno della comunità.
LAMENTI TRA LE ONDE. Quando un membro della comunità muore, i congiunti devono innanzitutto provvedere alla purificazione del corpo: un compito che tocca alle "defuntos", le donne del villaggio che, la notte dopo il decesso, portano il cadavere al mare, per lavarlo tra le onde. Un rito che praticano tra il pianto e i lamenti, ricordando le virtù del morto. Quindi rasano il suo cranio e lo dipingono di rosso e nero, con una mistura di carbone, olio di palma ed ocra, la medesima utilizzata per i neonati alla nascita. Un modo per ribadire che la vita e la morte sono inevitabilmente legate, nel ciclo infinito della natura. Al ritorno dal mare, il cadavere viene vestito ed ornato con i monili che era solito indossare in vita. Nel frattempo, alcuni uomini del villaggio scavano la tomba: presso i Bijagò, il luogo della sepoltura dipende dal tipo di persona o dal modo in cui è morta. Così, mentre gli anziani sono seppelliti dai familiari a due metri di profondità sotto la loro capanna, i giovani e coloro che non hanno ancora una abitazione sono portati nella foresta. Il corpo degli annegati, invece, viene sepolto sulla spiaggia, i suicidi, quelli che avevano una cattiva reputazione o i malati di mente sono deposti nella foresta, per evitare che tornino in contatto con i viventi.

RIUNITI PER L'INTERROGATORIO. Il giorno seguente, terminata la preparazione della tomba, la comunità si raduna al centro del villaggio, dove viene portato il defunto per la veglia funebre. Fin verso sera, uomini e donne cantano in suo onore, i giovani danzano, mentre i vecchi vanno nella foresta per discutere le circostanze della morte. Nel pomeriggio avviene la cerimonia del sacrificio. I presenti si siedono intorno all'orase, il sacerdote dei defunti, l'unico a poter fare da intermediario tra il mondo dei vivi e quello dei morti: i più anziani si sistemano vicino al sacerdote, gli uomini e le donne si dispongono in sue semicerchi separati gli uni dalle altre, i bambini rimangono al centro. Quando tutti hanno preso posto, l'orase, in piedi, sacrifica una capra allo spirito del dio Nindo, invocando la sua protezione, affinché faciliti il cammino dell'anima verso la nuova vita.
Quando calano poi le prime ombre della notte, inizia l'interrogatorio del defunto, il "naua", rito a cui partecipano tutti gli abitanti del villaggio, che si radunano intorno alla salma. Infatti, poiché la morte è considerata un evento indipendente dall'uomo, i Bijagò vogliono sapere se il loro congiunto è stato vittima di un castigo divino o di una stregoneria. Così, dopo essersi imbiancati il collo e le spalle di farina, ascoltano l'anima del defunto, che potrebbe svelare di essere stata vittima degli attacchi di uno stregone. Per sapere la verità, uno dei membri più anziani della tribù sacrifica un pollo e il suo corpo, decapitato, corre ancora per qualche secondo: se si dirige verso il morto, il decesso è avvenuto per cause naturali; se invece va verso una persona in particolare, questa è indiziata di aver compiuto un sortilegio. A questo punto, si sacrifica un altro pollo: se anche questo corre verso la medesima persona, questa viene processata per stregoneria.
Al termine dell'interrogatorio, il corpo viene portato alla tomba e deposto con il capo rivolto verso ovest. Durante la sepoltura i familiari e gli amici più stretti parlano al defunto come se fosse ancora vivo e li ascoltasse. Gli ricordano i momenti più importanti della sua vita passata, gli chiedono perdono se gli hanno fatto del male e gli augurano buon viaggio nella terra degli antenati. Finita la cerimonia, ogni familiare sceglie per sé uno degli oggetti appartenenti al defunto; infine la sua abitazione viene distrutta. Qualche mese dopo la morte, i Bijagò organizzano la seconda cerimonia funebre, la "cataba": una festa con danze e cibo, che celebra il defunto, ricordando il suo valore e i suoi meriti. Una ricorrenza per dimostrare ancora una volta al trapassato tutto l'affetto del villaggio.
UN VIAGGIO A TAPPE. I Bijagò credono che l'individuo sia costituito da tre parti: il corpo, l'ombra, detta ocho, cioè il doppio del corpo, che può uscire durante il sonno, e l'alma, la parte spirituale. Salita su una piroga arrivata apposta dall'aldilà per imbarcarla, l'anima si dirige, in un primo momento, verso il mondo dei non-viventi: una condizione provvisoria di sofferenza che abbandona via via che si avvicina all'altro mondo. Dove arriva dopo aver compiuto un lungo tragitto a tappe in alcuni luoghi sacri, per salutarli e per vederli per l'ultima volta. Secondo le credenze locali, si può anche accorciare la durata di questo viaggio: ad esempio, se una persona in vita si reca a visitare l'isola di Unhocomo, prima di bere e mangiare deve andare al tempio del villaggio principale per compiere un rito che, al momento della morte, faciliterà il cammino alla sua anima. Sul simulacro del dio Nindo presente all'interno del tempio si trovano, infatti, due semi di palma che si devono prendere e masticare. Mentre il primo va sputato, il secondo deve e essere inghiottito: un comportamento che assicura che, alla morte, l'anima non si attarderà troppo sull'isola.
Non arriva invece alla destinazione finale l'anima dello stregone, l'obané: dopo avere vissuto ai margini della vita del villaggio, con la morte non cambia il suo destino. La sua anima rimane infatti a vagabondare nella foresta, dove viene seppellito il corpo, e lungo le spiagge. In questo incessante vagare si lamenta e invoca continuamente i vivi affinché chiedano per lui la divina assoluzione. Che, però, non può avvenire: per i Bijagò, l'anima dello stregone mai raggiungerà la divinità, perché posseduta dal male. Cosí, l'obané rimane, anche dopo la morte, una minaccia per la comunità dei viventi: tanto che può rapire o mangiare l'anima di un uomo, provocandogli febbri, tremiti e facendogli assumere comportamenti bizzarri.
 
Gianna Boetti

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