Di notte non si piange

In Italia e nel mondo, sopravvivono tante credenze e manifestazioni di cordoglio legate al distacco. Dalle lacrime alle veglie, la tradizione tramanda singolari consuetudini.

Gesti, movimenti, parole. A seconda della storia, delle tradizioni, della cultura e delle credenze religiose, si sono sviluppate tra i popoli, nel corso dei secoli, molteplici e particolari usanze di fronte all'evento morte. Il cordoglio ha avuto, ed ha tuttora, singolari forme di espressione: con determinati comportamenti, consuetudini o regole, le comunità vivono il proprio dolore per la perdita di un loro esponente.

Originali atteggiamenti si sono manifestati anche in Italia: alcuni sopravvivono ancora oggi.

La veglia funebre.
E' tra le espressioni più significative di pietà e devozione. Un preciso rituale ne regola lo svolgimento. Di solito gli uomini, dopo aver visitato il defunto, sistemato nella camera ardente appositamente preparata e liberata dagli specchi, si riuniscono in un'altra stanza, mentre le donne restano accanto al defunto in una veglia scandita dalla preghiera, dal silenzio e, alle volte, da un lamento tradizionale.

In alcuni paesi della Calabria, in particolare a Gioiosa Jonica, i famigliari sono esentati dall'osservare la veglia nel corso della notte. Questo compito viene invece affidato agli amici e agli altri parenti, comunque non deve mai trattarsi di donne. A San Giovanni in Fiore si crede che la veglia allontani dal morto altri defunti, che verrebbero per tormentarlo e pizzicarlo.

In Sardegna le donne siedono in maniera ordinata intorno al defunto, con le mani sul petto, formando la cosiddetta "riga". Gli amici assistono il morto per tutta la giornata, mentre di notte la veglia viene condotta solo da uomini.


Atteggiamenti verso il defunto.
Se i riti funebri sono dettati principalmente dal senso del dolore e della pietà, spesso sono anche collegati ad una sorta di protezione, per garantire che il morto compia realmente il passaggio nel suo nuovo status. Un'idea di questo genere si è diffusa tanto nelle culture europee quanto in Italia: ancora oggi, ad esempio, in alcuni centri del Sud e del Centro Nord si ritrova l'usanza di portare il defunto fuori dall'abitazione attraverso il tetto, affinché non ritrovi la strada per tornare indietro. Inoltre la bara deve essere posta in modo che la persona morta abbia i piedi rivolti verso la porta per agevolare l'inizio del viaggio.

Una pratica piuttosto diffusa, e che recentemente si è registrata in Calabria, è quella di chiudere porte e finestre al passaggio di un funerale: un simile comportamento è, per le tradizioni popolari, legato ad una sorta di misura difensiva contro la morte. Dalle porte e finestre, si dice, potrebbe entrare "l'augurio del lutto".

Tuttora sopravvive in molte località anche l'uso di abbassare le saracinesche dei negozi al passaggio di un funerale: si tratta di un segno di rispetto nei confronti del defunto.

In Basilicata, esattamente a Venosa, in provincia di Potenza, è stata portata avanti nel tempo questa usanza: la notte successiva al funerale, i famigliari vanno a dormire in casa di parenti ed amici, lasciando chiusa e deserta la casa e posano al centro della stanza una lampada, un bacile pieno d'acqua e un asciugamano. Questo perché si crede che l'anima del defunto torni della casa dopo ventiquattro ore da quando il corpo è stato portato via e che avrà bisogno di lavarsi dopo aver vagato nell'oscurità.


Pianto e lacrime.
In diverse regioni d'Italia, particolarmente nelle zone del centro e del meridione, si sono rintracciate parecchie credenze legate al motivo delle lacrime e all'uso di onorare il morto con il pianto. Molte di queste sono legate all'idea che questa manifestazione di dolore appesantisca gli abiti dei morti e ne turbi la pace.

In Abruzzo si sono tramandate determinate espressioni: di notte non si deve piangere, perché si disturberebbe lo spirito del morto con compiacimento degli spiriti maligni; l'eccessivo pianto appesantisce la bara del defunto che talvolta non si riesce a reggere sulle spalle fino a quando i parenti non smettono di piangere; le lacrime inzuppano la camicia della persona defunta e rendono scivoloso il nuovo cammino che deve intraprendere.

Anche secondo gli usi della Basilicata le lamentazioni devono cessare allo scendere della notte; in particolare, a Brienza, in provincia di Potenza, si crede che di notte l'anima del defunto ritorni in casa e si affligga vedendo piangere i parenti.

Dalla cultura che si è diffusa nel tempo in Sardegna arriva il pensiero che le lacrime formino delle vesciche sul corpo dei morti e bagnino i loro vestititi.

E in Calabria, se da un lato persiste l'usanza della veglia, si ritrova contemporaneamente lo stesso divieto di piangere la notte. In queste ore le donne tolgono il velo nero del lutto e potrebbe apparire il demonio.

In Molise, soprattutto in provincia di Campobasso, si sono rintracciati differenti atteggiamenti: in primo luogo, è proibito piangere dopo il tramonto e durante la notte; inoltre, non si può piangere presso il camino acceso perché i morti, venendo a raccogliere le lacrime, si brucerebbero le mani.


Nel mondo.
Sul tema delle lacrime, si susseguono svariate credenze un po' ovunque. Gli Indiani di Chan Kom, nello Yucatan, rifiutano il pianto funebre perché credono che le lacrime versate bagnerebbero la strada che l'anima del defunto deve percorrere per raggiungere il cielo, ritardandone così l'arrivo.
In India, dopo la cremazione i parenti devono astenersi da ogni manifestazione di pianto, perché si ritiene che le troppe lacrime brucino il morto. Infatti sono rimaste impresse nella cultura di quel Paese le seguenti parole di un saggio indiano, rivolte ad un re inconsolabile per la morte della moglie: "le incessanti lacrime dei parenti bruciano il morto, secondo quanto si dice".

In alcuni documenti provenienti dalla Germania si ritrova il motivo delle lacrime che appesantiscono l'abito del defunto, si trasformano in stille di sangue o in fuoco e ne traforano il petto; dall'Irlanda è segnalata la credenza che le lacrime disordinate provochino un buco nel morto.

Nella Grecia moderna la tradizione prescrive di non lamentarsi sul destino dei morti perché altrimenti si attirerebbe su di loro una maledizione. Così, nel momento della morte, è importante mantenere il silenzio. Piangere e lamentarsi ricordano al morente il dolore che sta provocando e gli impediscono di lasciare il corpo. Comunque, gli atteggiamenti di fronte al dolore variano a seconda dell'area geografica: se in alcune zone permane un insistente divieto di manifestazioni che turberebbero i defunti, in altre parti rimane viva la tradizione del pianto per rinfrescarli.
 
Gianna Boetti


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