Nuovi progetti di case funerarie

Un percorso di riconciliazione con la morte

La società contemporanea considera spesso la morte come una realtà da celare. In aperta controtendenza, l’architettura propone interessantissimi casi di studio e di ricerca che offrono nuove e molteplici prospettive economiche e sociali attraverso le Funeral Home. La loro localizzazione, tuttavia, sarà sempre vincolata dalla volontà di non mostrare il proprio e l’altrui dolore, andando a occupare spazi in zone suburbane o industriali, non per questo meno idonee, ma anzi, forse, simbolicamente più adatte. Il caso che andremo ad analizzare, proposto da Antonio Battilani, Manuela D’Ascenzo e Sara Merelli, prevede appunto il collocamento di un oggetto architettonico di non più di 400mq in un lotto ideale sito in una zona periurbana di una città italiana di medie-grandi dimensioni.
L’inevitabilità di dover affrontare un momento doloroso quale la perdita di un proprio caro trova in questo progetto il tentativo di una visione per quanto possibile di conforto che sia tuttavia una soluzione efficace, di pratica gestione, tecnologicamente semplice e quindi economica, emotivamente confacente al momento.
L’intuizione spaziale è stata avviata da una riflessione sul carattere ciclico della vita. La morte è una svolta inevitabile che si apre su un “oltre” indefinito, incerto, ambito della fede o del dubbio: un passaggio necessario che apre a coloro che rimangono la dimensione del ricordo, dell’affetto, di un ciclo che si è compiuto. Da questo punto di vista la struttura che si propone vorrebbe contribuire a riconciliare l’uomo contemporaneo con la morte, interiorizzandone l’inevitabilità, ma anche la naturalezza. Il lavoro si è concentrato subito su un ambiente che potesse coadiuvare la possibilità di un superamento del trauma, anche in un momento così delicato: si è pervenuti quindi a una distribuzione sequenziale degli spazi, in un loro apparire quasi processionale, estremamente ordinato visivamente e fisicamente, ricomponendo emozioni che spesso si configurano disordinatamente nell’intreccio tra ragione e sentimenti. Oltre la disposizione ordinata dei luoghi, la dicotomia e le accelerazioni emotive del lutto sono espresse dalla contaminazione tra i materiali (caldi/vivi, in opposizione a freddi/plastici) e dall’impatto visivo che propone la fruizione del percorso prima in salita, poi piano e infine in discesa, ad alternare momenti di valutazione, di riflessione e di messa in disparte del dolore. La successione lineare degli spazi consente una distribuzione funzionale degli ambienti poiché rispetta il vincolo di non far incontrare fra loro i dolenti, i lavoratori addetti e i visitatori che potrebbero essere interessati alla sola area degli uffici (sede delle onoranze funebri e dell’esposizione degli articoli funerari): la separazione totale tra questi percorsi è un obiettivo che il progetto persegue e che pare fondamentale per il diverso sentimento degli utenti e per le diverse ragioni che li conducono alla struttura.
L’articolazione dei percorsi non incide in ogni caso sulla tecnologia e sui costi della struttura, afferendo a soluzioni prefabbricate ampiamente sperimentate che tuttavia, nella loro disposizione planimetrica, descrivono spazi evocativi sempre adattabili al contesto e a budget differenziati. Il progetto prevede calcestruzzo grezzo e acciaio CorTen (ma questi rivestimenti sono solo una possibile scelta di fronte ad un repertorio di materiali diversificato in relazione al contesto e alle tecnologie locali), mentre la copertura regolare e facilmente accessibile suggerisce l’istallazione di un sistema di pannelli solari per abbattere ulteriormente i costi di gestione.
Osservando la planimetria, la proposta è contraddistinta da tre blocchi affiancati che si sviluppano in modo sequenziale lungo la spina dorsale dell’opera, identificata dal percorso dei dolenti. Sulla sinistra troviamo lo spazio riservato ai servizi, agli ambienti tecnici e alle attività dell’impresa funeraria. In questa prima parte convergono tutte le personalità che partecipano alla funzione direttamente o indirettamente: sono stati creati tre ingressi indipendenti in modo che ciascun utente si trovi nella situazione più adeguata alla propria condizione senza interferire con gli altri. A fianco dell’entrata principale, riservata ai dolenti, si trova l’accesso per i dipendenti e per i clienti che ivi si recano solo per concordare gli aspetti economici ed organizzativi del servizio. L’entrata sul retro è riservata all’arrivo della salma portata dagli operatori che poi la prepareranno nell’attigua sala autoptica per trasferirla infine alle adiacenti camere ardenti.
È naturalmente il percorso dei dolenti quello che conferisce carattere alla struttura. La sua valenza espressiva è rafforzata dalla linearità e dal parallelismo con un altro percorso vuoto, oltre una vetrata, caratterizzato da uno sfondo vegetazionale e da un fondo di sassi bianchi, inaccessibile alle persone. Questo corridoio vuoto offre un compagno invisibile al dolente e la vetrata simboleggia l’inattingibilità fisica dei defunti il cui ricordo, tuttavia, continuerà ad affiancare i familiari.
Il percorso, duplicato in uno spazio evocativo anche attraverso l’utilizzo della luce, interagisce con le emozioni di coloro che hanno subito la perdita di un proprio caro: lucernai di dimensioni crescenti scandiscono il tratto iniziale (più in ombra e leggermente in salita) per aprirsi nel segmento successivo, piano e centrale, più luminoso e attrezzato per la sosta in corrispondenza dell’entrata alle camere funerarie. Infine si apre completamente verso l’esterno. Completamente vetrato sull’asola evocativa che lo costeggia e sul giardino, ammette elementi opachi solo in corrispondenza del cambiamento di pendenza, creando soglie immaginarie di un itinerario la cui valenza è, evidentemente, anche simbolica. Il blocco centrale, che ospita le camere ardenti, è leggermente rialzato risaltando anche esternamente nel profilo dell’edificio con la matericità evocativa del CorTen.
All’interno, nella porzione antistante le camere del commiato, è stato collocato un piccolo banco per ospitare la condivisione di una mensa o un eventuale servizio catering, senza tuttavia indulgere in alcun modo a un carattere ristorativo di tipo alberghiero. Al centro un fuoco sempre acceso, elemento simbolico del focolare domestico o del calore degli affetti più intimi: è anche un elemento della memoria, ricordo della convivialità che si creava tra i dolenti nelle case rurali. La sua presenza riporta anche l’eventuale condivisione del cibo ad un evento familiare e particolare, senza cedere ai modelli di ristorazione che ci giungono dalle funeral home americane.
Percorsa una leggera discesa, si raggiunge il giardino dove sedute ed elementi naturali descrivono una atmosfera adatta ad una riflessione personale, che può essere anche condivisa, attorno ad una pedana sulla quale si affaccia un recinto di sedute. I sentieri sono in semplice ghiaia bianca, mentre ad ogni seduta è affiancato un albero: anche in questo caso una presenza e non solo un parasole naturale. Lo specchio d’acqua è anche il confine con la casa funeraria vera e propria: una soglia che pone il dolente al di là del dolore, un fossato che potrebbe aiutare a dominarlo.
L’intero progetto ha come matrice fondamentale la discrezione e il percorso. Attorno ad esso gli elementi evocativi si susseguono senza volere essere soverchianti. L’utente li può notare consapevolmente, ne può fruire senza valutarne il valore evocativo e, perfino, può anche non accorgersi della loro silenziosa presenza. In tutti i casi è raggiunto lo scopo di una struttura il cui intento è quello di accompagnare il dolente aderendo alla sua condizione, senza alcuna prevaricazione, ma offrendo semplicemente momenti e spazi per un possibile conforto e per la sedimentazione del dolore.

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