La figura professionale del cerimoniere

Il percorso formativo della relazione d'aiuto

In Italia il diffondersi della pratica della cremazione e le recenti edificazioni delle “sale per il commiato” hanno contribuito alla individuazione di una nuova figura professionale, il cerimoniere, la cui funzione organizzativa e progettuale per la realizzazione delle cerimonie funebri è in relazione alle esigenze psicologiche ed alle culture dei dolenti e strettamente correlata alla personalizzazione più adeguata del commiato attraverso la scelta di un particolare e determinato rito.
La figura del cerimoniere coincide con quella di un operatore rituale, un officiante con compiti di ausilio nel guidare i congiunti nel processo di allontanamento dalle spoglie del defunto.
I dolenti confidano nella figura del cerimoniere che, consapevole delle dinamiche interiori che il contatto con la sofferenza può innescare, diviene il necessario punto di riferimento per intraprendere e per stabilire un rapporto caratterizzato da una forte carica emozionale, capace di generare una atmosfera accogliente nel luogo individuato per l’ultimo saluto al caro estinto.
La specifica formazione professionale e le competenze che il maestro di cerimonia andrà ad acquisire costituiranno la base di partenza per sviluppare le capacità necessarie a comprendere gli ambiti psicologici e ad entrare in contatto con i dolenti attraverso il consiglio, la comprensione ed il sostegno, valutando gli atteggiamenti e le reazioni emotive dei presenti di fronte alle parole da lui pronunciate nel corso del rito e consentendogli di percepire quelle, se pur minime, anomalie che potrebbero recare disturbo al normale svolgimento della performance.
Non è sicuramente compito del cerimoniere sostituirsi a figure specifiche o specialistiche in grado di occuparsi, almeno nei primi giorni dell’evento, della elaborazione del lutto, ma è fondamentale che la funzione di “aiuto attraverso una ritualità” per condividere una esperienza umana della vita divenga riferimento per il congiunto per individuare necessità e richieste che verranno interpretate e introdotte nel rito.
Se il rituale non è preordinato alle volontà dell’estinto, il cerimoniere ha tutto lo spazio per fare supposizioni, per cercare di comprendere le relazioni o gli elementi che hanno fatto parte di quella persona e che ne rappresentano il vissuto, rendendo il momento del commiato un “fotogramma” di una storia degna di essere stata vissuta.
Nel caso di un defunto non amato in vita, il cerimoniere ha comunque il ruolo di fornire una testimonianza di rispetto e di “sacralità”, riconoscendo il corpo come oggetto rituale al quale viene attribuito un “qualcosa” di irripetibile e di misterioso.
Il rito del commiato, qualunque sia la sua durata, deve essere organizzato in sintonia con la variabilità dei contenuti da esprimere e in corrispondenza ai bisogni ed alle esigenze interiori dei dolenti. Non è sufficiente conoscere le modalità e le tecniche per gestire la cerimonia, occorre sapersi muovere dando valore e significato alla relazione con la giusta collocazione di gesti e di parole.
Se il cerimoniere, per esempio, decide di invitare i presenti ad un momento di riflessione in memoria dell’estinto, ha il compito di rispettare il momento privato di dolore, intimo e personale della famiglia, allontanandosi - qualora lo richieda la situazione - da quell’ambito riservato a lui escluso, “ritirandosi” anche fisicamente, regredendo di un passo o due.
Si è appurato che il livello di tolleranza alla tensione esaurisce le risorse degli addetti al settore delle onoranze funebri che, per loro finalità e più di altri operatori, hanno a che fare in modo costante con persone colpite da un lutto; ciò accade non tanto per la pressione emozionale che deriva dallo stretto contatto con i dolenti, dove la sofferenza diviene una componente strutturale della routine lavorativa, quanto per l’inadeguatezza nel rapportarsi ai congiunti del defunto, evidenziando così il bisogno di una formazione specialistica e mirata.
 
Maria Angela Gelati

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