La paura della morte

La paura della morte ci appare come qualcosa di evidente e di universale: la possiamo constatare facilmente quando scappiamo di fronte alle minacce di morte e c'è un diffuso senso comune per cui "tutti abbiamo paura della morte". Le cose si complicano se consideriamo che moltissime persone dichiarano pressappoco così: "Non ho paura di morire, ho paura di soffrire". La contraddizione non può essere trascurata poiché non ci sarebbe nessuna possibilità di intendersi, di aiutarsi e di convivere in un mondo comune se ci si dividesse tra chi ha paura della morte e chi non ne ha, essendo la storia umana storia della lotta contro le paure che ci caratterizzano come umani.
Riflettiamo.
Perché chi dichiara di non avere paura, dice di non temere il "morire" e non parla invece della "morte"? "Morte" o "morire", ecco la prima notazione: chi ha paura dice di avere paura della morte, chi non ha paura dice di non avere paura di morire. Non sarà che stanno parlando di due minacce diverse?
Secondo la Tanatologia moderna, si tratta proprio di due diversi concetti: la morte è ciò che c'è quando non c'è più la vita, il morire è la fase terminale della vita.
Quando si parla di morte e di paura della morte si può quindi parlare o del dopo-vita o dell'ultima fase della vita: sono due paure diverse, la paura di ciò che ci aspetta dopo e la paura di arrivarci in modo invivibile. Possiamo ora fare un passo avanti: se pensiamo di morire male ne abbiamo tutti paura. La paura ci accomuna, ma per alcuni è peggiore la paura dell'aldilà e per altri la paura della sofferenza senza sbocco della fase terminale.
La storia degli atteggiamenti nei confronti della morte e l'assistenza dei morenti (la Tanatologia) hanno dimostrato che a seconda delle epoche e degli individui prevale ora la paura della morte (cioè dell'aldilà della vita), ora la paura del morire (cioè la paura di una brutta fase terminale).
Significa che può prevalere la paura che oltre la vita non ci sia niente, cioè che la vita finisca definitivamente, oppure la paura che l'ultima fase della vita sia una terribile agonia, cioè un dolore che è insopportabile o che non vale la pena di sopportare perché il nulla certo che ci aspetta lo rende insensato. Per chi ha paura della morte è insopportabile l'idea che tutto finisca; chi pensa al morire accetta che tutto finisca e proprio per questo non può sopportare oltre un certo limite (cioè quando non serve a niente) il dolore del vivere. Chi ha paura della morte ha bisogno della speranza di potere ancora vivere e ha bisogno di vivere per poter continuare a sperare: "finché c'è vita c'è speranza" è il suo motto. Chi ha paura del morire ha bisogno di sapere che morirà senza il dolore della fine, cioè senza il dolore più insensato e insopportabile per chi ha accettato la necessità della morte come definitivo nulla. Ci sono ovviamente anche coloro che condividono entrambe le paure e quelli che tentano di sfuggire all'alternativa tra l'una e l'altra.
Tutto dipende da un intreccio complesso che è possibile individuare nella biografia di ciascuno, tra le influenze esercitate dalla cultura nella quale si vive attraverso l'educazione e il processo di umanizzazione che ogni individuo percorre in tutto o in parte a cominciare dal livello biologico in cui si è alla nascita. Nella cultura occidentale tende a prevalere la paura del morire: l'individuo identifica (tramite l'educazione che riceve) l'essere umano con l'essere biologico che appartiene al regno animale e ne condivide quindi le finalità (il benessere attraverso l'adattamento nell'ambiente), sebbene le persegua con le maggiori capacità intellettuali e di linguaggio che l'evoluzione gli ha regalato.
In Italia la paura della morte come paura dell'aldilà ereditata dalla cultura cristiana tende a permanere accanto alla paura del dolore terminale, indotta dal progressivo prevalere nelle coscienze - attraverso l'educazione moderna - che la morte va accettata come fatto biologico, e l'unico atteggiamento che ha senso perseguire è cercare di vivere "bene" fino all'ultimo istante. Le dimostrazioni di questo "pareggio" (forte come la paura di morire è la paura della morte) tra le due paure nella nostra coscienza sono fondamentalmente due: il non voler parlare della morte nemmeno quando è imminente (per potere così continuare a sperare di salvarsi) e il gradimento delle cure palliative nelle fasi terminali delle malattie; la difficoltà di decidere se la vita vale ancora la pena di essere vissuta quando è ormai solo sofferenza o se è meglio morire per non soffrire, difficoltà che è alla base della divisione netta e paritaria dell'anima italica sul problema della eutanasia.
La situazione è ovviamente in evoluzione e potenti forze culturali combattono per spingere la situazione verso il prevalere nell'antropologia o della paura della morte o della paura del morire. Questa guerra dall'esito incerto si combatte nella biologia, nella medicina, nella filosofia, nella bioetica, nella politica ...
Stando così le cose, l'Umanità del futuro dipende fondamentalmente dall'esito di questa battaglia: se prevarrà la paura della morte e di conseguenza l'unica difesa possibile per l'uomo, cioè la speranza di prolungare la vita in altre vite; oppure se prenderà il sopravvento la paura del morire e di conseguenza la ricerca del benessere finché si è vivi e la ricerca della morte quando non vi è più sufficiente benessere.
Ma c'è per fortuna nell'Umanità una tendenza a ricercare una via alternativa, una possibilità di trasformare la paura della morte e del morire in due sensi:
- nel senso di Prometeo che, dicendo di aver portato all'uomo "il fuoco e le vane speranze" che derivano dall'ignorare il momento della morte, fa intravedere la possibilità di vincere insieme e insieme superare la paura della morte e del morire. Vincere e superare la paura della morte introducendo tra l'uomo e la sua morte una distanza abissale attraverso l'ignoranza del momento della morte che dà una vana speranza di non morire che però può essere prolungata fino all'ultimo istante; vincere e superare la paura del morire indicando all'Uomo la via della tecnologia (il fuoco, o l'energia come si direbbe oggi) che non solo è sedazione del dolore, ma anche possibilità di vincere la morte trasformando l'uomo in una macchina i cui pezzi siano tutti sostituibili;
- nel senso di Levinas per il quale nella morte le emozioni e quindi anche la paura sono "emozioni nell'ignoto". La paura della morte è la paura di qualcosa che non si conosce, di qualcosa di ignoto, cioè né il nulla che si può accettare o temere, né l'essere che si può solo desiderare o solo vivere. In questo senso chi ha paura del nulla, cioè della morte, non sa più di cosa ha paura come chi non ne ha paura, non ne ha paura perché ne ha fatto un nulla di cui non può essere certo.
La paura della morte si può vincere ora come per Prometeo perché è abissale la distanza che da essa ci separa, ma non è una distanza conseguita tramite l'inganno delle vane speranze: ignoriamo il "quando" della morte e quindi possiamo tenere sempre a distanza la paura non perché ignoriamo il giorno della nostra fine e coltiviamo così la vana speranza di non morire, ma perché il tempo che il pensiero della morte introduce nella nostra vita è un tempo infinito. Se pensiamo alla morte e siamo all'oscuro di quando sarà, ci troviamo in un'altra dimensione del tempo, avvertiamo di essere immersi nell'infinito e ci sentiamo eterni (eterni, non immortali). In questo senso è il mistero della morte che introduce i mortali nell'eternità.
La paura del morire (cioè del dolore terminale) si può vincere non macchinizzandosi ma umanizzandosi, tenendo conto del fatto che la morte dell'individuo non può uccidere l'Umanità: da vivi nessuno ci può sostituire, da morti invece qualcuno può vivere per noi. Si può sostituire a noi e farci ancora vivere: coloro che anche da vivi hanno vissuto per noi e da morti non possono né dimenticarci né tralasciare di vivere anche per noi perché continuano a desiderarci e ad amarci. Sapendo questo il dolore terminale non sarà più insensato perché ci sarà da parte del morente la possibilità di soffrirlo, nel morire, per chi resta: per lasciar loro non la rassegnazione sull'insensatezza del dolore finale, ma il senso che riguarda anche gli altri, il senso di chi non lascia loro il rifiuto della vita uccidendosi per non soffrire, ma la dimostrazione che può assumere la responsabilità di vivere ciò che "spetta" vivere anche per gli altri che restano; per lasciarli nell'unica condizione che li può consolare della perdita subita e poter così vivere anche per chi non c'è più.
 
Francesco Campione

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