L'ora degli orfani*

Anche i bambini muoiono. E si sa che elaborare il lutto per la loro perdita è impresa ardua per i genitori e persino per l'intera comunità, in un'epoca che tende a considerare la morte prematura come la più tragica e assurda, mentre valuta come "buona" (nonostante la sua persistente rimozione, come accade per la pornografia) quella "naturale", la morte dolce, biologicamente dolce, che arriva alla fine del ciclo vitale.
In realtà, la morte è tanto più tragica quanto più sono "bambini", a qualunque età anagrafica, quelli che lascia. Essa è tanto più tragica quanto più lascia orfani (dal latino orbus, che significa privo). Se ci lascia orfani, la morte a qualunque età è una privazione per eccellenza. Ed è per questo che il lutto dei bambini per la scomparsa di un congiunto può essere considerato il lutto per eccellenza, quello per il quale si entra in una condizione che tutte le Società, tutte le Culture e tutte le Religioni hanno considerato da accogliere, da proteggere, da difendere e da aiutare insieme a quella del povero e della vedova.
Viviamo però in un'epoca in cui l'aiuto agli orfani è subordinato a quello ai poveri e alle vedove, come se in realtà fosse affidato agli adulti della famiglia (in relazione a quanto sono meno poveri o a quanto più in fretta ed efficacemente si rifanno una famiglia), oppure a quelli cui si affidano gli orfani in adozione.
Espressione di questa impostazione è l'impreparazione pressoché totale nel nostro contesto sociale delle agenzie educative private e pubbliche (la scuola in primo luogo) ad assumere, assieme ai superstiti, la responsabilità di aiutare i bambini a superare un lutto. Può ancora capitare nelle nostre classi che un bambino che ha perso un genitore disegni per la festa della mamma o per quella del papà la sua famiglia comprendendovi il genitore morto come se fosse vivo, ed esprimendo così l'impossibilità di parlarne in termini realistici con qualcuno che lo sappia fare. Il dubbio è che a forza di difendere i nostri bambini dalla morte facendo finta che essa non esista, li abbandoniamo a se stessi nelle perdite più difficili e traumatiche, perché nessuno ci ha insegnato come ascoltarli, come parlare loro e come aiutarli nel lutto senza cadere in una angoscia che temiamo potrebbe essere distruttiva per tutti.
Non che l'aiuto dato agli orfani attraverso il sostegno economico, l'adozione o il superamento della vedovanza per fornire loro una nuova famiglia non sia giusto. Esso rappresenta la prevalenza nel nostro contesto culturale di una modalità biologica ed adattiva di superamento basato sulla "sostituzione" del genitore o dei genitori morti, che non sempre equivale ad un superamento "in crescita" del lutto.
Il limite di questa modalità d'aiuto agli orfani è dato:
1. dalla premessa non dimostrata che la morte renda orfani solo i bambini e non anche gli adulti, cosa che invece accade allorché i genitori superstiti sono "bambini" e rimangono a loro volta orfani dell'altro genitore;
2. dal pensare che i genitori si possano sempre sostituire;
3. dal pensare che ogni "buona" famiglia adottiva sia composta da adulti in grado di "sostituirsi" ai genitori perduti.
Esempio del primo limite è quello di Alcesti (il personaggio dell'omonima tragedia di Euripide) che, quando il giovane marito Admeto deve morire, si offre, unica, di farlo al suo posto, letteralmente "per non restare sola coi figli orfani". Alcesti preferisce morire piuttosto che restare sola (orfana del marito) con i figli orfani! Se non si sentisse orfana a sua volta, non si rafforzerebbe in lei il desiderio di vivere, dato che ora deve assumersi da sola (cioè senza nessuno che la possa sostituire, nell'elezione ad essere indispensabile) la responsabilità di aiutare i figli a superare il lutto per la morte del padre?
Esempio del secondo tipo è quello di coloro che, avendo perso da piccoli uno o entrambi i genitori, passano la vita a cercare, senza riuscirci, genitori sostitutivi.
Esempio del terzo tipo sono i tanti genitori adottivi che devono affrontare i problemi che l'essere orfani determina nella vita dei figli e che si pentono di averli adottati, perché riconoscono come "propria" la vita del figlio adottivo dal momento dell'adozione, ma non riescono ad assumersi la responsabilità delle negatività che i figli si portano dietro dalla vita precedente.
A cosa è dovuta questa impostazione così prevalentemente adattiva dell'aiuto agli orfani? Abbiamo ipotizzato una risposta.
Veniamo lasciati soli nell'arduo compito di imparare ad elaborare i lutti di cui è costellata la nostra infanzia perché, invece di essere aiutati a crescere attraverso le perdite, veniamo aiutati ad esorcizzarle, a negarle o a sublimarle, con la conseguenza che quando ne sperimentiamo una (come la morte di un genitore) che non possiamo esorcizzare, negare o sublimare cadiamo in una condizione di "orfani" dalla quale non possiamo uscire, e che ci fa diventare, a nostra volta, genitori non in grado di aiutare i nostri figli a crescere superando le perdite, dato che neppure noi abbiamo mai imparato a superarle.
L'esempio più significativo a questo proposito è dato dalla superficialità con cui affrontiamo con i nostri bambini la domanda su "dove" sono andati i morti, superficialità che si manifesta sia quando rispondiamo loro che "sono andati in cielo" senza accettare di approfondirne la "natura", sia quando rispondiamo loro che "la morte non è niente" senza far intuire loro la "complessità" del nulla.
Siamo consapevoli e comprendiamo bene che non possiamo continuare a lasciare soli i bambini e i superstiti a gestire i propri lutti, costretti come siamo a constatare che la loro vita non sarà "più come prima". Ma può diventare la vita di un bambino in lutto migliore di quella precedente se non viene abbandonato al proprio destino?
Si fa sempre più strada, di fronte alle difficoltà di aiutare i bambini a superare la condizione di orfani, l'idea che debbano essere professionisti preparati ad hoc ad aiutarci a farlo. È una responsabilità "professionale", tendente cioè al saperla assumere imparando ciò che bisogna imparare da coloro che già lo sanno fare, ma è innanzitutto una responsabilità "morale", per cercare, insieme agli orfani di tutte le età, vie di risposta alla condizione di orfano che non la releghino nell'insuperabilità come spesso accade, ma che ne facciano una occasione di crescita. Occasione in grado di ribaltare il rischio che alla condizione di orfano ci si può solo adattare cercando di limitarne i danni, per promuovere, al contrario, una cultura in grado di "riscattarla" facendone una sorta di "iniziazione" a diventare, a propria volta, genitori in grado di parlare con i figli della morte in modo più profondo, genitori che non restano orfani come i figli quando un genitore muore, perché hanno superato la loro condizione di orfani prima di diventare genitori.
Pensiamo, in altri termini, che sia arrivata nell'assistenza al lutto, dopo l'ora dei vedovi, quella degli orfani, in cui assumere la responsabilità di aiutarli, dopo aver trovato vie di superamento della nostra propria condizione di orfani, aiutati dai bambini stessi allorché si riesca a parlare con loro della morte senza complessi di superiorità né di inferiorità. Accade quando un bambino ci chiede che ne è dei morti e, invece di affrettarci a dare la risposta che le nostre credenze e i nostri pregiudizi ci suggeriscono per liberarci al più presto di un ingrato compito, parliamo apertamente con lui per cercare insieme quella saggezza che di fronte alla morte tante filosofie e tante religioni non sono purtroppo in grado di fornirci.
Pensiamo di poter basare questo lavoro su quanto abbiamo appreso nei lunghi anni di assistenza ai morenti di qualunque età e alle loro famiglie: chiunque non sia ancora "adulto", cioè non sia in grado di ospitare in sé il trauma della perdita dell'altro assumendosi la responsabilità dell'aiuto ma senza fare proprio il trauma, di fronte al lutto di un bambino si identificherà col bambino diventando a sua volta bambino e bisognoso d'aiuto come il bambino stesso.
 
Francesco Campione
* intervento svolto al Convegno Internazionale "I bambini e il lutto" (Bologna, 31 maggio 2008).

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