Nuove ritualità e nuovi spazi

Come sta mutando l’atteggiamento verso la morte e verso il defunto? Come sono cambiati i tempi e gli spazi del commiato? Sono possibili esequie cristiane nelle case funerarie?

Lo avevamo anticipato nei mesi passati: lo scorso 18 febbraio si è tenuto a Bologna il convegno Spazi del commiato e riti per le esequie cristiane in una società multireligiosa.

L’incontro si è svolto nell’ambito di Devotioesposizione di prodotti e servizi per il mondo religioso, la manifestazione nata per offrire manufatti e servizi innovativi progettati accogliendo le linee guida fornite dalla Chiesa, poiché, come ha dichiarato Mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna “esiste un mercato dei prodotti religiosi perché c’è una grande richiesta, ma è importante che conservi sempre la sua dimensione spirituale”.

Nonostante sia stata solo la seconda edizione, Devotio ha già raggiunto i numeri per essere considerata un punto di riferimento irrinunciabile per gli attori del comparto: 176 espositori, 8.000 mq netti di superficie occupata ed oltre 3.000 visitatori provenienti da tutto il mondo (anche da Paesi lontani e strategici come Australia, Sud Corea, Giappone, Stati Uniti, Argentina…)  rappresentano cifre considerevoli per un settore altamente di nicchia come questo.

Ma Devotio non è solo un luogo di scambio commerciale, è anche un laboratorio di ricerca e un momento di riflessione sulle tematiche più attuali, un'occasione per approfondire dal punto di vista culturale gli aspetti dominanti del vivere della Chiesa Cattolica. Per questo il comitato scientifico ha messo a punto un nutrito programma di incontri.
Il convegno Spazi del commiato e riti per le esequie cristiane in una società multireligiosa è nato dalla constatazione che è in atto un grande cambiamento nella sensibilità della società contemporanea nei confronti della morte e dei riti funebri, accentuato anche dal proliferare di case funerarie e sale del commiato spesso preferite, per i più svariati motivi, alle chiese o ai tradizionali luoghi di culto per la cerimonia dell’addio.
Il convegno ha visto il susseguirsi di diversi interventi, tutti interessantissimi. Il primo in ordine cronologico è quello della sociologa Carla Landuzzi che parla dell’aspetto del trattamento rituale del corpo. In tutte le culture e durante tutta la storia dell’umanità il corpo del defunto non è mai stato abbandonato, continuando ad essere ricco di significati. Il periodo che trascorre dalla morte alla sepoltura rappresenta una fase di passaggio che ogni società e ogni credo religioso interpreta dando vita a rituali diversi. Se nei decenni scorsi la sola idea della morte era un tabù, negli ultimi anni si è assistito ad una ripresa del pensiero del fine vita, ma come un’esigenza individuale da vivere a modo proprio. Anche i riti sono cambiati, adattandosi al contesto attuale. La città impone spazi e tempi differenti rispetto alla tradizione e nuove modalità nell’accompagnamento della salma e nel ricordare il defunto. Siamo presenti ad una dematerializzazione del luogo di celebrazione e della sepoltura (cimiteri virtuali, funerali in streaming, saluto in diretta via web…) e ad una sorta di deritualizzazione di alcune manifestazioni come ad esempio il contenimento del dolore. Ma anche se profondamente cambiati i riti permangono, perché la loro funzione sociale di ricostruzione dei legami con la comunità privata di un suo membro è imprescindibile.

La parola passa a Giovanni Gardini, docente di iconografia e archeologia cristiana. Il suo intervento tratta delle espressioni artistiche nelle prime comunità cristiane. Una serie di diapositive ci fa notare come già nelle catacombe sia cambiata la rappresentazione iconografica della morte. Si può, a ragione, affermare che l’arte cristiana nasce nel contesto funerario: è proprio qui che appaiono i primi simboli che richiamano la vita eterna, immagini che parlano di resurrezione e che trasformano questi luoghi d’ombra in siti di speranza di salvezza.

Di arte se ne occupa anche Claudia Manenti, responsabile del Centro Studi per l’architettura sacra della fondazione Giacomo Lercaro e coordinatrice della proposta culturale di Devotio, che porta l’attenzione sugli spazi architettonici e la presenza di opere d’arte nelle sale del commiato. Fa una breve analisi della situazione delle camere mortuarie nel comune di Bologna (che potrebbe essere lo specchio di molte altre città), decisamente inadeguate, disadorne, trascurate e numericamente insufficienti tanto da porre serie limitazioni all’accoglienza dei parenti e al periodo di veglia dei propri cari. Al contrario, spazi diversi come case funerarie, sale del commiato e sale cinerarie presenti nelle chiese più che altro nel Nord Europa, possono essere una valida risposta a questa mancanza e, come l’obitorio di Villa Serena a Città Sant’Angelo, possono diventare edifici di pregio architettonico ed artistico.

Decisamente più tecnica la relazione di Milvia Folegani che illustra le novità legislative introdotte dalla Regione Emilia Romagna in materia funeraria con particolare riferimento agli spazi del commiato, che non sono contemplati dal regolamento nazionale di polizia mortuaria. Giudicate positivamente dagli operatori del settore anche se migliorabili, costituiscono un importante passo avanti che potrà essere assunto a modello da altre Regioni italiane che ancora non hanno previsto una normativa in materia. 

Con don Luca Baraldi, direttore dell’ufficio liturgico della diocesi di Carpi (MO) e le sue Riflessioni pastorali sugli spazi del commiato nella diocesi di Carpi, il convegno tocca uno dei punti nevralgici mettendo a nudo il non sempre facile rapporto tra la Chiesa e gli operatori funebri. In particolare il tema si incentra sull’opportunità o meno di celebrare le esequie religiose negli spazi di una casa funeraria piuttosto che in chiesa, una tendenza che ha attecchito in modo particolare nella sua diocesi come conseguenza del sisma del 2012 che ha reso inagibili molti edifici sacri. Secondo don Luca Baraldi sedi come le case funerarie indubbiamente offrono spazi di socialità nell’elaborazione del lutto ma sono luoghi per tutti, privi di una connotazione prettamente cristiana. Ciò comporta una difficoltà  a livello pastorale di poter celebrare una autentica liturgia cristiana: anche se in presenza di elementi di richiamo alla fede, l’ambiente non permette, infatti, di far accadere l’annuncio pasquale. Sono inoltre luoghi in cui è assente la comunità cristiana di cui anche il defunto è membro in virtù del battesimo, e assenti sono anche altri importanti simboli come il fonte battesimale. La messa viene officiata ad esclusivo uso della famiglia, riducendo il tutto ad un fatto privato o al massimo di gruppo, un modello sbagliato perché la salvezza deve essere vissuta a livello comunitario come popolo e non come individui. Ritiene inoltre che il funerale che si compie in una struttura diversa dalla chiesa entra a far parte di un pacchetto commerciale, un fatto che ritiene inaccettabile.

Inutile dire che l’intervento di don Luca Baraldi ha innescato una discussione, a tratti accesa, con gli operatori funebri presenti in sala che non hanno mancato di sottolineare come il loro ruolo e il loro impegno, anche economico, per garantire dignità al defunto e alle famiglie sia stato sminuito e quasi stigmatizzato e lamentando allo stesso tempo la mancanza di dialogo con la Chiesa che, a volte, sfocia in un vero e proprio atteggiamento di chiusura.

Alla visione intransigente di don Luca Baraldi si contrappongono i toni più moderati di don Paolo Tomatis, direttore dell’ufficio liturgico della diocesi di Torino. Nella sua relazione Segni e riti delle esequie: quali indicazioni pastorali per le comunità cristiane in una società multiculturale prende atto che la Chiesa non ha più una posizione di “monopolio” nell’espletare i riti funebri. In pochi anni c’è stato un mutamento significativo che ha interessato i luoghi dove avviene il decesso (ospedali piuttosto che tra le mura domestiche), dove vegliare il defunto (sale del commiato), dove e come ricordarlo (ad es. affido delle urne cinerarie a casa, condivisione del lutto tramite i social network…) A tutto ciò si aggiunga anche una frequente richiesta di personalizzazione delle esequie e della presenza di sacerdoti per una preghiera o per tenere la messa al di fuori delle sedi tradizionali. È una sfida a cui la Chiesa non può sottrarsi e a cui deve rispondere con un atteggiamento positivo. Se anche per don Tomatis non è opportuno celebrare il rito in una struttura privata, tuttavia è importante “esserci per generare processi per garantire che quel rito di passaggio possa ricevere una presenza e un accompagnamento cristiano”. Auspica pertanto una collaborazione tra la Chiesa ad altri soggetti per dar vita a delle “equipe dei funerali”, team di persone appositamente formate da un punto di vista umano e spirituale e dotate di competenze celebrative per garantire la giusta attenzione verso il defunto e le famiglie. Una collaborazione che deve avvenire all’interno di un patto di alleanza per promuovere una cultura etica e spirituale della morte nei diversi luoghi dove va in scena.

Questo convegno ha costituito una tappa importante per determinare un modus operandi condiviso che possa rispondere in modo adeguato ai cambiamenti in atto. Le posizioni, come abbiamo visto, non sono sempre concordi, anzi a volte sono assai lontane, ma il confronto, anche se faticoso, resta sempre la strada migliore da intraprendere.
 
Raffaella Segantin


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