- n. 5 - Luglio/Agosto 2026
- Orme
Non chiamateli luoghi abbandonati
Alla fine dell’Ottocento, un baffuto gentiluomo americano tornò nei luoghi in cui, prima della guerra civile, aveva trascorso una giovinezza avventurosa come pilota sui battelli del Mississippi.
A New Orleans rimase colpito soprattutto dai cimiteri. Le tombe, costruite sopra il livello del terreno, gli apparvero come piccole case o templi, ben allineati lungo viali ordinati. Guardando quella distesa di tetti, frontoni e facciate bianche, gli parve che l’espressione “città dei morti” acquistasse un significato concreto e tutt’altro che lugubre.
A dirla tutta, la città dei morti gli sembrò quasi più bella, pulita, e curata di quella dei vivi. Ma accanto ai fiori freschi lasciati dalle pie mani di genitori, figli, mariti e mogli, e che suggerivano cura e sollecitudine attiva, tutt’altra impressione gli fecero i cosiddetti
“immortelle”: corone artificiali brutte, economiche, indistruttibili, gli antenati dei fiori di plastica di oggi. Questi bastava appenderli e dimenticarsene: avrebbero provveduto loro a custodire il dolore. Ma il gentiluomo aderiva idealmente anche alle campagne igieniste e cremazioniste del suo tempo e non risparmiava un certo sarcasmo alle sepolture tradizionali.
Tuttavia il sospetto diffuso che i cimiteri fossero malsani, costosi e ormai poco razionali si scontrava con l’ammirazione per la cura dei morti, la memoria e gli affetti.
Così, mentre cercava di liquidare il cimitero come un relitto del passato, non poteva fare a meno di apprezzarne l’elemento ancora attuale:
un luogo separato dal mondo ordinario e, nello stesso tempo, pieno della presenza dei vivi.
La città dei morti, la ricerca di ORME
E oggi? Cosa pensiamo della città dei morti? Quanto la frequentiamo? Quanto la abitiamo? Una risposta a queste complesse domande può essere trovata nella ricerca
Gli italiani, il commiato, la memoria, realizzata da Orme – Osservatorio per la Ricerca sulla Morte e le Esequie dell’Istituto Cattaneo e commissionata da Sefit-Utilitalia. L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di 2.000 italiani maggiorenni, ha ricostruito il rapporto con i cimiteri, i defunti, la sepoltura, la memoria e l’aldilà.
Il primo risultato è netto:
il cimitero non è affatto scomparso dalla vita degli italiani. Il 43% degli intervistati dichiara di esservisi recato per la Commemorazione dei defunti, o in un giorno immediatamente vicino; il 69% di averlo comunque visitato almeno una volta nei dodici mesi precedenti. Più di due adulti su tre, dunque, hanno varcato, nell’ultimo anno, il confine di uno spazio cimiteriale. Non sembra la fotografia di un’istituzione marginale né di un’abitudine confinata a una piccola minoranza.
Per farci un’idea delle dimensioni, proviamo a fare qualche confronto. Nello stesso anno è andato a teatro, almeno una volta, il 24% degli italiani, al cinema il 46%, al museo il 36%, a un concerto il 26%, in discoteca il 20%. Anche considerando che al cimitero non si paga l’ingresso, il confronto è decisamente impietoso.
Certo, il valore complessivo va disaggregato in base alla frequenza. Escludendo il 2 novembre,
il 35% non è mai andato al cimitero durante l’anno; il 38% vi si è recato da una a quattro volte; il 13% più di quattro volte, ma meno di una volta al mese; il 14% almeno mensilmente. La frequentazione assidua riguarda quindi solo una minoranza, mentre la maggioranza degli italiani si reca al cimitero in occasioni speciali e poi probabilmente non ci pensa più.
Se, tuttavia, si va più spesso al cimitero che in discoteca, il colpevole è presto detto. La ricerca punta il dito sulle tappe della vita.
La visita al cimitero cresce, nel complesso, con l’età, passando progressivamente dal 55% dei 18-24enni all’82% degli ultrasessantacinquenni. Non si tratta solo di maggiore disponibilità di tempo, né solo di maggiore sensibilità. Invecchiando aumenta la probabilità di avere perso persone care: nonni, genitori, fratelli, partner e amici. E il cimitero si popola progressivamente di persone con cui si è condiviso un tratto della propria vita.
Anche avere figli modifica il rapporto con questo luogo. Tra chi non ne ha, il 60% ha visitato un cimitero nell’ultimo anno; tra chi ne ha, la quota sale al 75%. Diventare genitori rafforza l’inserimento nella catena dei vincoli generazionali. Rende più visibile il legame con chi è venuto prima e più concreta la responsabilità di trasmetterne la memoria a chi viene dopo.
Anche i calendari della perdita esercitano il loro effetto. Ha visitato un cimitero l’81% di chi ha subito nell’ultimo anno la morte di un parente stretto, contro il 68% di chi non ha vissuto un lutto analogo. E la stessa religione continua a contare: la visita riguarda il 75% dei cattolici, ma scende al 50% tra coloro che non appartengono ad alcuna confessione.
Il cimitero non è ovviamente un luogo religioso, ma le appartenenze religiose continuano a influenzarne l’uso.
Tutti questi dati convergono verso una possibile interpretazione. Al cimitero si va soprattutto per i propri morti: genitori, nonni, parenti, amici. E spesso non ci si va da soli.
Solo un visitatore su cinque era solo durante l’ultima visita; gli altri erano accompagnati soprattutto dal coniuge, dai figli, dai genitori, da fratelli o sorelle. La città dei morti è quindi anche un luogo nel quale i vivi continuano a “fare famiglia”. Vi si confermano appartenenze, obblighi e promesse di reciprocità: visitiamo chi ci ha preceduto anche nella speranza che qualcuno farà lo stesso con noi.
Un’abitudine destinata a scomparire?
Fin qui la persistenza. Ma la ricerca obbliga anche a guardare le cose in prospettiva. La visita al cimitero è ancora diffusa e tuttavia si va affievolendo. Negli ultimi sei anni, la quota di italiani che dichiara di aver visitato un cimitero è scesa di 8 punti percentuali. In un tempo così breve non è una variazione marginale.
Viene facile attribuire il declino alle nuove generazioni: meno religiose, meno legate ai luoghi d’origine e meno inclini a osservare i rituali familiari. I dati, però, raccontano una storia diversa. Il calo non è affatto più rapido tra i giovani. È trasversale. La diminuzione nelle visite ai cimiteri dipende soprattutto da un cambiamento di lungo periodo e non riguarda quindi una sola generazione.
Questo risultato cambia il senso del fenomeno. Non stiamo osservando soltanto nuove generazioni che sostituiscono le precedenti portando con sé abitudini diverse.
Sta cambiando il contesto in cui tutte le generazioni si rapportano ai morti e ai luoghi della memoria. Le famiglie sono più piccole e disperse sul territorio; crescono le cremazioni e cresce la loro accettabilità; aumentano le forme domestiche e digitali del ricordo; diminuisce la forza delle prescrizioni religiose; il tempo quotidiano è organizzato in modo diverso. Presi insieme, questi processi rendono la visita meno automatica e meno sostenuta da un obbligo condiviso.
La conclusione non è che il cimitero sia diventato inutile. Al contrario: i dati mostrano che
resta un’istituzione molto frequentata e profondamente intrecciata alle biografie e alle relazioni familiari, perfino giudicata importante e indispensabile (ne parleremo magari in un prossimo articolo). Ma la sua centralità non può più essere data per scontata. La città dei morti continua a essere abitata dai vivi. Semplicemente, lo è meno spesso e in modo più selettivo. Il problema, per chi amministra e cura questi luoghi, non è dunque soltanto conservarli. È continuare a renderli riconoscibili come spazi capaci di ospitare memoria, relazioni e appartenenze, anche in una società che cambia.
Proprio come accadeva già alla fine dell’Ottocento, anche a noi contemporanei può sembrare che i cimiteri appartengano ormai a un passato destinato a essere superato: forse meno dall’igiene, un problema ampiamente superato, ma di sicuro dalla razionalità, dai nuovi e travolgenti ritmi di vita, dalla secolarizzazione, dall’affermazione della cremazione, dai rapidi cambiamenti sociali e culturali. Ma ecco la sorpresa: i cimiteri sono ancora qui, e sono ancora importanti. Eppure la domanda “
cosa occorre perché la città dei morti continui a essere, anche per i vivi, un luogo da visitare?” continua a risuonare a oltre un secolo e mezzo di distanza dai sentimenti che la vista di un cimitero bello e ordinato in una New Orleans ormai lontana nel tempo e nella memoria aveva suscitato in un osservatore acuto e profondo come era Samuel Clemens. Meglio noto come Mark Twain.
Asher Colombo