NFDA, Las Vegas

Las Vegas. Il nome della città miraggio produce di per se stesso sensazioni e pensieri contraddittori. Da un lato l'ammirazione per ciò che in pochissimi anni gli americani sono riusciti a fare di una cittadina del deserto; dall'altro il pensiero che, piaccia o meno, dietro tutto ciò vi è stato all'origine, e probabilmente sussiste ancora ai giorni nostri, l'intervento determinante della criminalità organizzata italo-americana (non a caso abbiamo scoperto l'esistenza, che non ci risultava, di un boulevard che porta il nome di Frank Sinatra la cui prossimità a quei clan non era mistero per nessuno); da un altro ancora la sensazione di energia che la città sprigiona continuamente non solo per il tintinnìo perenne delle slot-machines, ma anche per i cantieri immobiliari, attivi giorno e notte, che trasformano i luoghi rendendoli talvolta irriconoscibili anche a distanza di poco tempo. Ma quello che ci colpisce ad ogni viaggio nel Far West è il panorama all'arrivo. Gli orari degli aerei che portano i viaggiatori europei fanno sì che di solito si arrivi al tramonto, al "sunset" (o "dusk") dando ai fortunati viaggiatori la possibilità di assistere ad uno spettacolo di rara bellezza. Dopo aver sorvolato il deserto e intravisto il Grand Canyon, lo sguardo, incantato ed incredulo, va verso i rilievi che circondano la città ed oltre i quali ciascuno di noi immagina distese infinite. La luce del tramonto conferisce a quelle montagne, molto probabilmente a causa della loro composizione minerale, colori che variano dall'oro al rosa e al violetto, inducendo nell'intimo di chi guarda sentimenti di grandezza ed allo stesso tempo di impotenza di fronte alla maestosità della natura. Tant'è che imperiosa si fa la voglia di andare a vedere da vicino tutto ciò senza l'elemento perturbante dei compagni di viaggio che, per certi versi, distraggono dalla contemplazione di cotanto spettacolo. Quando, compatibilmente con gli impegni professionali prioritari, riusciamo a farlo, allora possiamo ben pensare di non essere molto distanti dallo stato di estasi. Soli, ripeto "soli" (la presenza di una creatura, anche angelica, al proprio fianco costituirebbe turbativa maggiore), ci si ritrova davanti al mondo come dev'essere apparso al primo uomo sulla terra e si rivede la propria, fugacissima, storia personale. Tutto esce allora dal profondo di sé: le gioie (poche quelle vere), i dolori (tanti; è caro il prezzo da pagare per quei pochi momenti di, diciamo così, felicità), i rimpianti e le speranze, ma soprattutto la voglia di conoscere meglio noi stessi di fronte ad un infinito, spaziale e temporale, che, a pensarci bene, provoca una angoscia profonda per le domande che non possono ottenere risposta. Il tutto si potrebbe, forse, riassumere nella famosa triplice domanda che ogni individuo raziocinante si è probabilmente, osiamo sperarlo, posto almeno una volta nella vita: chi siamo?; da dove veniamo?; dove andiamo?
Davanti all'impossibilità di dare una risposta, che non sia filosofica, a tali quesiti, non rimane che tornare verso le luci lontane della città del gioco (anche se recentemente il primato mondiale le è stato tolto da Macao) ed immergersi nell'atmosfera festosa che la contraddistingue. Vien da chiedersi se vi siano ospedali con gente che soffre o, per restare nel tema, cimiteri dove i defunti riposino per l'eternità. Non si vedono case funerarie, ma non mancano, anzi, le "Wedding Chapels", le cappelle matrimoniali. Ve ne sono per tutti i gusti e, marketing imperante, ognuna offre una vasta gamma di offerte ai promessi sposi. A caso ne abbiamo scelto una, "La Bella" (da pronunciare alla spagnola, la "béglia").
In quel gioioso luogo i pacchetti nuziali ("Wedding Packages") vanno dal programma minimo "I do" ("Lo faccio", chissà quanti dubbi prima di farlo!) a 399 $ (499 il venerdì e il sabato) al massimo di 1.999 $ del "This I promise you" ("Questo io ti prometto!"), passando attraverso "l'Unforgettable" ("Indimenticabile" a 599 $, ma 699 $ venerdì, sabato e, chissà perché, anche domenica), il "Love me tender" ("Amami teneramente", 999 $ tutta la settimana), il "Viva Las Vegas" ($ 1.499), il "From This Moment" ("Da questo momento", gli spiriti sarcastici aggiungerebbero "cominciano i guai" a 1.499 $). Per i matrimoni, rari, che durano, esiste la possibilità di darvi una rinfrescatina col "Together Forever" ("Assieme per sempre"), a soli 399 $, nel corso del quale viene anche rilasciato uno "Special Renewal Certificate", un certificato speciale di rinnovo (di amore si suppone) che probabilmente fa ripartire la garanzia per un paio d'anni. Le prestazioni sono corrispondenti ai prezzi. Così il programma minimo prevede un "Garden Gazebo" per soli 12 ospiti e con 12 foto in formato 4x6, assieme alla tradizionale musica nuziale, al Coordinatore (Maestro di cerimonia), a un bouquet fatto a mano per la sposa e un fiore, probabilmente un fiorone, all'occhiello ("groom boutonnière") per lo sposo. Nel programma più caro le cose si fanno serie, visto che viene messa a disposizione una limousine per una corsa di un'ora e viene realizzato un dvd della cerimonia. Una bottiglia di champagne potrà, poi, gonfiare con le sue bollicine gli ardori nuziali, ed un buono da 75 $ permetterà di ritrovare la forma alle terme del vicino Hilton dopo aver approfittato, a lungo si spera, della "2 Night Stay" in Petite Suite (se disponibile). Il fatto che sia petite (piccola) non si ritiene possa influire sullo svolgimento di operazioni che, essendo per natura ravvicinate, non necessitano di ampi spazi, fatta eccezione per i ginnasti o per i maratoneti. Le foto saranno, in questo caso, più numerose e di formato diverso: cinque in 4x6, tre in 5x7, due in 8x10. Se qualcuno non volesse credere a quanto stiamo dicendo, abbia costui l'amabilità di consultare il sito www.labellaweddingchapel.com dove troverà anche le regole di etichetta che prevedono il pagamento, prima della cerimonia, di 60 $ ("minister fee payable prior to ceremony") al prete.
In questo Las Vegas è sempre la stessa. Cambia però, come dicevamo, il paesaggio, a causa di realizzazioni immobiliari che, frutto di cantieri perenni, si susseguono senza interruzione. L'albergo che porta il nome di una "agitata" pulzella americana ben nota ai lettori di Novella 2000 e che, vivendo in simbiosi con lo splendido centro espositivo, ci ospita abitualmente si trova oggi circondato da una foresta di nuove costruzioni, mentre ancora qualche anno addietro era un po' isolato al di fuori del centro "storico", il km. 0 all'incrocio tra Flamingo Road e "The strip". Sono sorti dal nulla la vela, nera e maestosa, del Wynn (albergo provvisto di un magnifico percorso di golf in pieno centro) e il Monorail, trenino che permette di attraversare la città in pochi minuti fermandosi presso tutti i centri di attrazione. Dopodiché non rimane che chiedersi come mai a Milano per anni si sia parlato di creare un collegamento rapido tra il centro e l'aeroporto di Linate (soprattutto quando la nuova Malpensa ancora non esisteva) senza che mai se ne sia fatto nulla. Chi ricorda le angosce di coloro che rischiavano di perdere il volo presi, alle cinque di sera del venerdì, negli ingorghi di viale Forlanini, sa bene di cosa stiamo parlando.
La città è cambiata anche per qualcos'altro. Nei primi giorni della nostra permanenza, pur avendo la percezione di qualcosa di diverso non riuscivamo a definirne i contorni. Poi, un giorno, l'illuminazione ci giunse come a San Paolo sulla via di Damasco. Avendo bisogno di una salvietta igienica per ripulirci le mani dopo aver mangiato un dolcetto un po' grasso eravamo andati, automaticamente e quasi per riflesso pavloviano, direttamente verso una slot-machine, per rifornirci delle minuscole salviettine che servivano ai giocatori per ripulirsi di tanto in tanto le mani dopo le ripetute manipolazioni di monetine da inserire nelle slot. Fu lì che ci accorgemmo che non soltanto le salviettine non c'erano più, ma che, ahinoi, erano scomparsi anche i famosi secchielli policromi messi a disposizione per permettere di raccogliere le monetine vinte. Oggi la vincita si traduce in un biglietto, come quello di un parcheggio qualsiasi, che fuoriesce da una fessura orizzontale e che si va a cambiare alla cassa. Il progresso non si arresta mai, dicevamo, ma rimane la nostalgia del fragore scrosciante dei "quarters" (di dollaro) che riempivano il famoso secchiello. Fortunatamente chi scrive ha già collezionato, nel corso degli anni, un numero notevole di tali oggetti (Flamingo, Bally, Caesar's Palace, ...) che presto si rivedranno nei mercatini a prezzi favolosi. Avremo così l'opportunità di effettuare eventuali vantaggiosi baratti in piazza Santo Stefano, a Bologna, dove tempo addietro abbiamo avuto occasione di trovare, a prezzi elevatissimi, un lotto intonso (che non richiedeva, quindi, salviette per ripulirsi le mani) di "marchette" da 100 lire in alluminio provenienti da "Casa Bice", luogo fornicatorio dove i felsinei gaudenti si recavano prima della legge Merlin per, come si dice a Napoli, "arricrearsi". Ricorderemo, a titolo di informazione e per restare in tema, che nei dintorni di Las Vegas vi è la cittadina di Boulder, famoso centro di raduno dei pionieri e, in quanto tale, provvisto di un numero importantissimo di luoghi di distrazione dove i nostri eroi andavano a spendere le ultime energie e gli ultimi spiccioli per "to take a shot" fra le braccia di accoglienti donzelle dal carattere scorbutico ma dal "culito respingòn", come dicono, lasciandovi il compito relativamente agevole di tradurlo da voi stessi, i nostri amici ispanofoni. Tant'è che oggi è stato creato un Museo delle Case Chiuse che attira nostalgici da tutto il mondo e che ci dà spunti, piuttosto ovvii, di riflessione sulla immutabilità della specie umana.
Per il resto la città non cambia. Tra palme (vere e finte) e luci si intravedono gli sgargianti pannelli che annunciano esibizioni dei diversi artisti. Tutti, prima o dopo, finiscono a Vegas. Celine Dion vi vive quasi in pianta stabile. In questi giorni viene annunciata la sua "ultima" serie di spettacoli (poi, la pensione?). Siamo rimasti stupiti nel vedere ancora sulla breccia l'inossidabile Tony Bennet, crooner belloccio di ormai 81 anni che, tra un lifting e l'altro (anche all'ugola?), continua ad incassare cachets importanti per le sue esibizioni. Chi scrive ha avuto occasione di incrociarlo per la prima volta, e di sapere chi fosse, una trentina d'anni orsono nella chiesa di St. Patrick, la cattedrale cattolica di New York, dove in un caldissimo pomeriggio di maggio andavamo cercando refrigerio. Si stava celebrando un matrimonio molto chic, con belle donne bionde, altere e slanciate (certamente, come Grace Kelly, di origine irlandese) provenienti probabilmente dal vicino Upper East Side. Ad un certo punto un mormorio si è levato dalla folla di curiosi, alla quale ci eravamo aggregati, in corrispondenza dell'ingresso nel sacro luogo di un personaggio abbronzatissimo e bello nel suo "tuxedo" (così gli americani chiamano lo smoking, anche se per una cerimonia nuziale non si tratta della tenuta più adeguata, perlomeno in Europa). Alla nostra richiesta di sapere chi fosse, dopo averci guardato come fossimo marziani, ci risposero "Ma è Tony Bennet!", distogliendo immediatamente lo sguardo da noi per succhiare con l'occhio fino in fondo il famoso canterino. Al che, da buoni italiani, lanciammo un "aah" di ammirata stupefazione prima di riguadagnare l'uscita del tempio. Solo più tardi, parlando con amici nuovayorchesi, potemmo avere informazioni più complete sul personaggio. E da allora siamo tra i pochi italiani a conoscerlo.
Attualmente tra i vari soggetti che si esibiscono sugli "stages" del Nevada vi è un numero importantissimo di compatrioti o quantomeno di persone che portano un nome chiaramente proveniente dal "bel paese là dove il sì suona". Citeremo, in una lista non esaustiva, i vari Lenny Albanese, Jay Leno, Ray Romano, Trent Carlini (controfigura di Elvis), Frank Marino (specializzato nell'impersonare personaggi femminili, in questo caso Joan Rivers). Tra le "vecchie glorie", da segnalare Tom Jones e quel Frankie Avalon che ci ha dato mezzo secolo fa, con Neil Sedaaka e con Paul Anka, una solida mano nel far sognare le amichette nel corso di quei "festini", così si chiamavano almeno nel nord-est, che allietavano i sabati sera degli adolescenti dell'epoca.
Veniamo dunque alla esposizione funeraria, corollario tradizionale della Convention che riunisce i membri della NFDA, la più importante federazione professionale degli Usa. Forse un po' più piccola rispetto alle edizioni precedenti, essa è stata interessante per la qualità dei prodotti esposti e per l'eccellente organizzazione curata in ogni dettaglio da Deborah Andres, alla quale auguriamo buon lavoro per le prossime esposizioni a Orlando (2008) e Boston (2009). Per quanto ci riguarda direttamente, e cioè la promozione internazionale di Tanexpo, siamo rimasti particolarmente soddisfatti del numero importante di visitatori provenienti dalle Americhe e, cosa abbastanza inconsueta, anche dall'Africa di lingua inglese. Abbiamo così avuto modo di rivedere vecchie conoscenze come Jorge Horacio Bonacorsi, Presidente della Federazione argentina Fadedsfya, o Manuel Acevedo, dal Guatemala, prossimo Presidente dell'Alpar - la federazione interamericana che riunisce tutte le più prestigiose aziende funerarie del centro e del sud America - in successione all'amico Jaime Oquendo, giunto assieme all'infaticabile Tatiana Milena Osorio dalla bella Medellin in Colombia. E poi Vaca, imprenditore tra i più importanti in Messico, e tanti altri. Dall'Africa, l'eterno continente del futuro, abbiamo rivisto vecchie conoscenze come Junietta Ayo Macauley, dalla Sierra Leone, e Regina Mukiibi Mugongo, dell'Uganda Funeral Services di Kampala, a dimostrazione di come il gentil sesso abbia, nel continente nero, una posizione predominante e di rilievo nel panorama funerario. Basti pensare del resto a Madame Ahadji, con attività in Togo e in Congo-Brazzaville, o a Madame Hedjé, la cui notorietà in Camerun è, malgrado un caratteraccio, indiscutibile. Sono imprenditrici serie e determinate che gli africani usano chiamare, con ammirazione e con rispetto, "mamans Mercedes", dal tipo di vettura, rigorosamente nera, che esse utilizzano. Queste donne hanno saputo in pochi anni creare strutture d'avanguardia nei propri paesi e dispongono di risorse importanti per migliorare continuamente la qualità dei servizi offerti, diventando così ottimi clienti per i produttori europei in generale e per quelli italiani in particolare. Le rivedremo quasi certamente tutte a Bologna, a fine marzo 2008 per Tanexpo. E poi, come non ricordare gli amici europei? Dai coniugi Van Vuure (Dirk e Lia) alla coppia Knapp, da Josep Cornet (attuale Presidente di FIAT-IFTA) a David Hyde, organizzatore della riuscitissima esposizione funeraria britannica. Tanti attori importanti, insomma, del mondo funerario internazionale, che ritroveremo fra qualche mese, con immutato piacere, nel tepore della primavera italiana. Molti i connazionali giunti come visitatori o espositori. Tra i primi l'onnipresente Francesco Forgione, dell'azienda omonima, Tommaso Ravanesi, della Rosen, ed Enrico Bianchi, della guatemalteca Madertec. Tra i secondi ricordiamo Paolo Imeri che dopo aver creato una filiale statunitense, la Art Funeral International, in California ha presentato in uno stand affollatissimo casse ed urne di rara bellezza e di grandissima qualità che sono state tutte vendute. Nello stesso stand abbiamo notato qualche pezzo della marchigiana Valnico (con Paolo Recanatini, altro giramondo) mentre, per restare nel settore dei cofani, abbiamo ammirato i pregevoli pezzi esposti da Lorandi (abbiamo incontrato Damiano Lorandi, che peraltro si occupa soprattutto della produzione): l'azienda bresciana era rappresentata dalla Heritage Coffins i cui responsabili, l'irlandese John Finlay e l'adorabile consorte, si sono stabiliti da qualche mese a Boston per abbordare nelle migliori condizioni il mercato statunitense. Tra i bronzisti abbiamo rivisto i prodotti della Caggiati, presso lo stand di Matthews. Abbiamo avuto il piacere di salutare Joe Bartolacci, ormai ai vertici del gruppo di Pittsburgh, così come Dave De Carlo, sempre sorridente e pronto allo scambio di battute. La produzione Vezzani era presente nello stand del distributore Hepburn, il cui Vice-Presidente Vince Monterosa è una delle prime persone che abbiamo conosciuto nel settore funerario statunitense molti lustri orsono, ma soprattutto in uno stand Vezzani animato da un collaboratore dell'azienda.
Infine, è d'obbligo una menzione particolare per due aziende italiane newcomers nel settore, già chiaramente affermate in altri campi e che vogliono entrare sul mercato delle urne funerarie. La Palladini di Milano, con Michele Bertolli e la figlia Maria, ha proposto contenitori di rara bellezza, in materiali pregiati, che avevamo già ammirato a Modena nel 2006 e a Lione nel novembre scorso. Poco distante si trovava la Forever, una azienda di Vicenza che già lavora nel mondo dei contenitori per gioielli. Anch'essa è decisa a mettere un piede nel settore funerario proponendo cornici e quadri con annesso involucro per le ceneri del defunto. Abbiamo incontrato Andrea Lanti, assieme al padre e alla sorella. Quest'ultima vive negli Stati Uniti, in California, e segue il business nordamericano: tutti i Lanti, però, vanno e vengono in continuazione da quel paese dove realizzano affari considerevoli.
Fa piacere vedere nuovi attori, con nuove idee, nel nostro mondo. Essi apportano linfa novella e ci auguriamo sinceramente che i loro sforzi siano rapidamente premiati da una giusta ricompensa.
Una parentesi pare necessaria per mettere in luce uno degli aspetti più veri degli Stati Uniti. Lo spunto ci viene dalla presenza, adiacente allo stand Forever, di un carrettino della Nathan's dove regolarmente ci si recava per rifocillarsi. La Nathan's è infatti una istituzione degli Stati Uniti. Creata nel 1916 da un ebreo polacco a Coney Island, una zona popolare di Brooklyn vicina ad una lunga spiaggia di sabbia (che giunge fino a Brighton Beach attuale sede di Little Odessa o Little Russia che dir si voglia), essa si trova ancora allo stesso indirizzo, all'angolo tra le avenues Surf e Stillwell giusto di fronte all'uscita dal capolinea delle linee D,F,N e Q della Subway, la metropolitana newyorchese. Al capitale iniziale di 300 dollari aveva partecipato anche un socio di origine italiana, Jimmy Durante. La sua notorietà viene dal fatto che la si può considerare la creatrice dell'hot dog, il salsicciotto di carne di manzo (la religione ebrea vieta il consumo di quella di maiale) preparato secondo una ricetta di Ida, la fidanzata di Nathan Handwerker, il fondatore, deceduto nel 1974 all'età di 82 anni. Mezza America ha frequentato il luogo. Da Al Capone ad un certo Archie Leach, più noto successivamente come Cary Grant, che aveva fatto l'uomo sandwich per la marca allo Steeple Chase di Coney Island. O ancora Nelson Rockefeller, il miliardario governatore di New York, che affermava perentoriamente che "nessuno può essere eletto nello Stato se non è stato visto consumare hot dogs da Nathan's". Per finire con Barbra Streisand, che si faceva recapitare i salsicciotti per i party privati a Londra, o l'ex sindaco e attuale candidato all'investitura repubblicana per la Casa Bianca, Rudy Giuliani, che ha sempre considerato quello di Nathan's il miglior hot dog al mondo. Tra l'altro da molti anni si svolge ormai a Coney Island il campionato mondiale dei mangiatori di tali panini. Il primo aveva vinto il titolo con 5 o 6 pezzi in 12 minuti. L'attuale campione Joey Chestnut, che già aveva stabilito un record in una competizione qualificativa regionale proprio a Las Vegas (al New York, New York), è riuscito finalmente questa estate a battere colui che per lunghi anni, dal 2001 al 2006, aveva dominato la scena, il famosissimo Takera Kobayashi, detto "Tsunami" per la sua devastante capacità di ingurgitare gli hot dogs (comprensivi dei "buns", le due parti del panino). Il record dell'uomo del paese del sol levante era di 53 e ¾, stabilito nel 2006. Ebbene Joey Chestnut ha polverizzato il precedente primato riuscendo ad inghiottire nei fatidici 12 minuti 66, diconsi sessantasei, salsicciotti, alla media di uno ogni 10.9 secondi.
Ritornando all'esposizione, sembra utile mettere in evidenza alcuni elementi che ci paiono meritevoli di essere segnalati. Innanzitutto lo sviluppo della cremazione anche se le macchine americane, stante l'attitudine delle autorità locali molto poco sensibili ai problemi di inquinamento, non potranno costituire una concorrenza seria per i produttori europei. Il mercato dei cofani continua a essere dominato dai prodotti metallici, anche se il legno trova nicchie interessanti presso le comunità latine e nei servizi di altissimo livello. Tra gli autoveicoli si vedono sempre più frequentemente trasformazioni di SUV, come già avevamo constatato in marzo in Messico. Infine molte aziende propongono servizi informatici per la gestione della casa funeraria e per finanziamenti e coperture assicurative funerarie. Da non trascurare la presenza di fabbricanti cinesi soprattutto per ciò che riguarda monumenti, cofani ed urne. Tra l'altro segnaliamo che si terrà a Macao, a fine aprile 2008, una esposizione funeraria di grande importanza organizzata proprio dalla NFDA americana in collaborazione con una grossa struttura organizzativa della vicina Hong Kong. È già previsto un villaggio americano; forse gli amici del consorzio Tanexport potrebbero pensare alla creazione di uno italiano. L'idea è lanciata.
Lo stand Tanexpo, che ha avuto un'alta frequenza di visitatori, era situato in un "global village" dove abbiamo ritrovato molti amici: dai già citati responsabili di FIAT-IFTA e di Alpar a Ildefonso Gonzalez e Gabriela Esquivel, organizzatori dell'esposizione messicana, a Carmen Olmeda e Jose Manuel Martín Salgado, della spagnola Guia Funeraria. Presenti anche lo stand di NFE, la fiera britannica, con David Hyde, nonché i responsabili di una delle più importanti imprese funerarie di Singapore e, soprattutto, lo stand della Federazione Canadese il cui nuovo presidente Marc Poirier ci ha dato eccellenti notizie sui carissimi genitori Gilles (già Presidente, in passato, di FIAT-IFTA) e Therèse, ai quali vanno i nostri affettuosi saluti.
Ci sia concesso di terminare questo articolo rivolgendo il nostro pensiero commosso ed amichevole a Juan Luis Cembrano Prieto, amico spagnolo di lunga data presente a Las Vegas, con Ruben Tamarit, presso lo stand della Mub spagnola. Juan Luis, che avevamo visto in piena forma a Funermostra, ha avuto la sventura di perdere inaspettatamente la giovane sposa Marta (che era venuta a salutarci nella stessa Valencia e che, anzi, ci aveva prenotato un eccellente ristorante) pochi giorni dopo la conclusione dell'esposizione spagnola. Chi scrive è particolarmente toccato dall'evento, perché con Juan Luis abbiamo lavorato a lungo insieme a Madrid e perché, solo cinque anni fa, lo avevamo accompagnato in un felice e caldissimo fine pomeriggio nella chiesa del Barrio de Triana, il quartiere storico di Siviglia (un po' come Trastevere a Roma), quello dove la "siviglianità" permea tutto, anche l'aria, per augurargli lunghi anni di felicità assieme alla donna della sua vita che stava diventando sua moglie. I voti augurali s'erano fatti vieppiù pressanti e gioiosi in una magnifica "finca" dove, sotto il cielo stellato del sud, quasi un ricamo, abbiamo atteso la frescura dell'alba "bailando sevillanas" con le meravigliose donne andaluse e levando ripetutamente i calici, colmi dell'aureo e fresco sherry locale, alla salute degli sposi. Il destino ha voluto che le cose andassero diversamente da come così fortemente e dal profondo dei nostri cuori auspicavamo: Juan Luis si trova oggi, solo con due pargoletti, a dover continuare una vita che non potrà mai più essere la stessa. Gli auguriamo tanto coraggio e molta forza e gli rinnoviamo in questa sede il forte abbraccio di Las Vegas anche da parte degli amici italiani di Oltre Magazine. Estamos contigo, Juan Luis.
 
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Tanexpo, 7.8.9 aprile 2022