Il "Nekrotafeìon" della città di Lavrion

Cronaca di una insolita passeggiata d'agosto, là dove riposa un frammento di storia italiana

7 agosto 2006: dopo molti anni eccomi di ritorno, con mio marito, nella città dove sono nati, si sono conosciuti, ed infine si sono sposati i miei nonni. Attraversiamo il centro, vivace e disordinato, ed imbocchiamo la strada che sale in collina, per raggiungere il cimitero. Oramai non ho più parenti che vivono qui, ma al cimitero riposa mio nonno; voglio portargli un fiore che possa dirgli, con il suo profumo, che mi manca ancora come il giorno stesso in cui l'ho perduto.
Il cimitero di Lavrion è per me il luogo della memoria.
Racchiuso da un muro di cinta intonacato di bianco, è composto da due unità. L'ala storica, nella quale entriamo, è stata recentemente dichiarata monumento nazionale; così ci dice il guardiano, e ciò significa che non è possibile aggiungervi nuove tombe, ma solo continuare, da parte delle famiglie che ne sono proprietarie, ad utilizzare quelle già esistenti. Da quel che possiamo osservare, tuttavia, non vi è molto rigore, o non è stato richiesto di mantenere l'impronta originaria, dal momento che moltissimi monumenti funebri sono di recentissima realizzazione. L'altra ala invece, quella nuova, credo non conti più di una trentina d'anni.
L'intero cimitero giace morbidamente su di un rilievo collinare. La parte nuova poggia su un terreno quasi pianeggiante, mentre l'ala storica è formata da almeno quattro o cinque livelli collegati da rudimentali scalini attaccati alle tombe stesse; al centro di quest'ala sorge una piccola cappella.
Camminiamo lungo il vialetto principale, all'ombra di pini e di cipressi, immersi nel fragore di migliaia di cicale che friniscono senza sosta: come in tutti i cimiteri della Grecia, anche qui esistono soltanto le sepolture a terra. La maggior parte delle tombe ospita più membri della stessa famiglia; in genere sono costituite da lapidi in marmo, pietra o granito, sulle quali sono scritti i nomi, i cognomi e le date di nascita e di morte. Lo spazio tra le tombe è minimo, talvolta inesistente.
Le tombe realizzate negli ultimi trent'anni sono molto simili a quelle che si trovano nei cimiteri italiani, mentre quelle costruite fra gli anni '50 e '70 sono spesso dotate di teche vetrate, all'interno delle quali vengono collocate fotografie dei defunti incorniciate esattamente come quelle che si usa esporre nelle case. Oltre ai ritratti, in queste teche trovano spesso posto lumini e immaginette sacre, ma anche gli oggetti più disparati; supponiamo si tratti di piccole cose che erano appartenute alle persone defunte, o che ne ricordano una loro particolarità, o che i parenti hanno portato loro in dono.
Ad un certo punto vediamo da lontano che alcune tombe sono sormontate da veri e propri gazebo. Azzardiamo l'ipotesi che vi si sia da poco svolto un funerale; ci avviciniamo e scopriamo che invece si tratta delle tombe di ragazzi giovani, addobbate dalle famiglie come una sorta di luoghi di pellegrinaggio privato: ninnoli, fiori e piante, regali, fotografie con dediche. Queste tombe ed il perimetro circostante sono allestiti quasi come santuari, con tanto di seggiole.
Mi assale un intreccio di sensazioni contrastanti: per carattere trovo poco condivisibile questo modo ostentato di reagire ad un lutto, che pare disinteressarsi completamente al resto della comunità. Ma quanta pena per la madre vestita di nero, che vedo avvicinarsi lenta e dolcissima alla tomba del figlio, e comincia a riordinarla come se fosse la sua cameretta!
Ripercorriamo a ritroso il vialetto che congiunge la cappella all'ingresso: è la parte dove sorgono le tombe più datate, che contano anche oltre cento anni e che sono semplici, quasi nude, in marmo bianco o pietra grigia e prive di fotografie; su alcune di esse le iscrizioni sono in caratteri latini, e riportano dediche scritte in un italiano un po' incerto e ridondante. Per capire chi fossero questi italiani e come mai siano stati seppelliti qui, è necessario conoscere la storia di Lavrion, cittadina greca dell'Attica, situata in riva al Mare Egeo, vicinissima a Capo Sounion, nota fin dall'antichità per la ricchezza di minerali dei suoi dintorni. Se attualmente è conosciuta solo dai turisti che dal suo porto si imbarcano alla volta delle isole dell'Egeo, tra la seconda metà dell'800 e la prima metà del ‘900 vi si stabilirono diverse famiglie provenienti da varie parti d'Italia, e non solo. A Lavrion infatti, esisteva allora una compagnia francese di estrazione mineraria, fondata dal riminese Giambattista Serpieri, del quale ancor oggi esiste in ricordo una statua sulla piazza principale. Serpieri, esperto conoscitore di minerali tanto da scoprirne persino uno che prende il suo nome, la serpierite, giunse a Lavrion dopo il 1850 e con lui altri riminesi, mentre nel corso dei decenni successivi arrivarono italiani dalla Romagna, dal Veneto, dal Meridione, e persino qualche sammarinese. Nel corso di alcuni decenni, dunque, per le strade di questa piccola città di provincia si intrecciarono vicende umane e destini di greci, italiani e anche di molti francesi. Ancora oggi esiste, subito fuori città, la chiesa cattolica che fu costruita per il culto dei nuovi cittadini di Lavrion.
Di quegli anni e di quella storia resta oggi memoria forse solo sulle lapidi del cimitero cittadino dove varie volte, in passato, sono andata con mia nonna. Passeggiare tra queste antiche tombe con lei, nata qui nel 1907 da genitori italiani, ogni volta è stato come far rivivere tutte quelle persone che lei ha conosciuto e di cui ricorda tratti e vicende.
 
Daniela Argiropulos

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