A Mosca dal 26 al 28 ottobre

Necropolis 2010

Oblomov è un personaggio caricaturale, divenuto ormai un archetipo della letteratura russa. Creato dal grande scrittore Ivan Goncharov, ammirato da Tolstoj, Dostoevskij, Cechov (e anche da Turgenev finché questi non fu accusato di plagio dallo stesso Goncharov), rappresenta l’agiato nobile pietroburghese dall’animo mite, amante dell’ozio, dei cibi raffinati e soprattutto del suo divano sul quale trascorre gran parte della vita e da cui non lo distoglierà neppure la moglie il giorno in cui decide di accasarsi. Egli s’è ritagliato il proprio spazio di eternità nel salone patrizio dove, indolente, lascia che il tempo scorra senza nemmeno preoccuparsi delle sue proprietà che rischiano così di andare in rovina. Un “character”, come dicono gli anglosassoni, che tutti abbiamo probabilmente avuto modo di conoscere anche se, nella frenesia dei tempi attuali, esso sta rapidamente scomparendo.
“Oblomof na Presne” (per differenziarlo da un Oblomov “tout court” con cui non ha nulla a che fare) è anche il nome di un ristorante situato nel quartiere moscovita di Presne dove, a due passi dalla Casa Bianca (sede attuale del governo russo ed epicentro del fallito putsch anti-gorbacioviano dell’agosto 1991 arginato grazie al deciso e meritorio intervento di Boris Eltsin), si trovano il WTC (World Trade Center) e l’Expocenter. Aperto nei primi anni 2000 da Anton Tabakov, proprietario di locali notturni e ristoranti e figlio di quell’Oleg Tabakov famosissimo attore russo che aveva interpretato sotto la direzione di Nikita Michalkov il ruolo di Oblomov nel magnifico film consacrato alla creatura di Goncharov, esso era diventato, immutabile nel tempo come il nome del personaggio da cui prende il nome, rifugio sicuro in occasione dei nostri frequenti viaggi nella capitale russa. Un mendicante mistico, cui porgere senza ostentazione un obolo adeguato, accoglieva gli avventori al piede dell’ultima rampa d’ingresso, superato il quale un “maître de maison”, uscito in carne ed ossa da un romanzo di Gogol, accompagnava i nuovi arrivati presso una “commode” sulla quale si ergevano, impettite come ballerine del Bolshoi e vestite dei mille colori dei loro ingredienti, numerose bottiglie di vodka dagli aromi più svariati: “nature”, pino mugolio, mirtillo, ginepro, aglio, peperoncino, rafano, cranberry. Il fortunato cliente, sapientemente diretto dal cerimonioso anfitrione, era amabilmente invitato a degustarne quante più ne desiderava senza che il conto finale avesse a soffrirne. Per evitare di confondere i sapori, tra un bicchiere e l’altro un piatto di grossi cetrioli, gli “ogourtsi malossol”, conservati non nell’aceto, ma semplicemente in acqua un po’ (“malo = piccolo, poco”) salata (“sol = sale”), permetteva, assieme a dell’aringa, a qualche funghetto, a una fettina di barbabietola e a due patate lessate spolverate con qualche fogliolina filiforme di aneto (Anethum Graveolens L.), di assicurare la transizione da una varietà all’altra garantendo una sensibilità ottimale ai diversi aromi ed un non trascurabile assorbimento della bibita in questione. Tale entrata consentiva di scegliere a ragion veduta le vodke che avrebbero felicemente accompagnato le diverse portate della cena. Ringalluzziti da tale scintillante, quasi eroico, preambolo si passava poi a tavola nel salone principale ovvero nelle salette private tutte decorate con quadri d’epoca e con suppellettili (tra le quali dei “samovar” di grande pregio) originali. Il tutto in una atmosfera gioiosa e conviviale nella quale i commensali trascorrevano, circondati da un brusio di “bon ton” interrotto di quando in quando da una cristallina risata femminile, una serata che li immergeva nella dimora pietroburghese del mite Oblomov. Ora tutto è finito. Scomparso il mendicante, forse sepolto nel cimitero di un monastero dell’immensa campagna russa, ridotta ai minimi termini la degustazione, rari i clienti. Una sorta di tristezza aleggia in quei luoghi che avevamo conosciuto pieni di brio vieppiù accentuato dalla sempre gradita presenza di avvenenti ed eteree fanciulle e dalle numerose caraffe di vodka con le quali i commensali erano usi pasteggiare. Un po’ come una bella donna che sfiorisce. Solo che questa può essere ancora estremamente piacente e seducente, con l’esperienza in più, molti decenni dopo la sua giovinezza, mentre qui si parla di pochi anni.
Mosca è diventata ormai a tutti gli effetti una metropoli mondiale. Tutto cambia a velocità vertiginosa. Le mode, tra le quali quelle dei ristoranti, i palazzi (ne sorgono in continuazione) e pure il sindaco! Se ne fa un gran parlare, di questi tempi, nella capitale russa. Non passa giorno senza che la stampa locale non evochi questo o quell’aspetto della passata amministrazione. Infatti, dopo diciotto anni alla testa della città, l’ormai settantaquattrenne Yuri Luzhkov è stato destituito con decreto (quasi un “ukase” di memoria zarista) del presidente Medvedev e al suo posto è stato intronizzato il glaciale, un po’ come Putin, e brizzolato Serguei Sobyanin, giovane tecnocrate siberiano che da governatore di Tjumen ha fatto di quella città uno dei luoghi più prosperi del Paese. Il povero, si fa per dire, Yuri, personaggio appariscente fanatico di tennis (un suo monumento in tenuta da tennista è stato eretto in un parco moscovita) e di api e amato dai suoi concittadini, sta passando un brutto periodo e non è escluso che possa andarsene all’estero per godere un meritato riposo. Forse a Londra, visto che la seconda moglie Yelena Baturina, di ventisette anni più giovane (tant’è!), possiede beni sostanziali nella stupenda campagna inglese, oppure in Austria, a Kitzbühel, dove la stessa ha acquistato un complesso alberghiero con annesso campo da golf spendendo parecchie decine di milioni di euro. Consacrazione di una bella e rapida carriera iniziata come segretaria del marito e conclusasi come sola donna miliardaria, in euro, in Russia e 279esima persona più ricca al mondo. Non male. Dimostrazione evidente del fatto che pur non essendo nati manager lo si può sempre diventare, anche senza l’MBA di una prestigiosa “business school”, ma unicamente con l’esperienza acquisita sul terreno. O altrove! Chissà quanti invidiosi la coppia avrà in Italia…
Le ragioni dell’allontanamento sarebbero ufficialmente legate alle conseguenze dell’ondata di calore dell’ultima estate e alle nefaste ricadute (tra le quali un triplicarsi, per alcuni mesi, del numero dei defunti che mediamente si aggira attorno ai 400 al giorno) su tutti gli aspetti della vita quotidiana. Segnaleremo, per inciso, che in tale contesto il primo ministro Putin ha deciso recentemente di procrastinare il blocco delle esportazioni di grano fino al primo luglio del 2011. Il che si tradurrà inevitabilmente in un aumento del prezzo della farina e, conseguentemente, di tutti i prodotti ad essa legati. Staremo poi a vedere se al calare del prezzo sui mercati internazionali corrisponderà una diminuzione dei prezzi dei derivati dell’oro biondo. Le ripetute esperienze fatte col petrolio ci lasciano scettici. Il peggio è che non solo ci ritroveremo “cornuti”, ma anche “mazziati” nella misura in cui tutti si affanneranno a spiegarci, in termini fumosi ed arrampicandosi come di consueto sugli specchi, come e perché i prezzi non possano scendere ai livelli anteriori. Basterà ripetere la lezioncina impartita periodicamente dai petrolieri, confortati, per ciò che è del loro prodotto, anche dai governanti per i quali gli aumenti del carburante rappresentano, con i chiari di luna permanenti del bilancio statale, una vera e propria manna vista la percentuale della tassazione che grava su di un litro di benzina. Del resto di quattrini per far andare avanti il paese ce n’è bisogno, non fosse altro che per pagare salari, indennità, rimborsi spese, prebende e vitalizi alle migliaia di eletti (Comuni, Province, Regioni, Camera, Senato, Parlamento Europeo...) che, sempre pronti ad invocare con accorati accenti le medie europee quando si tratta di aumentare determinate tariffe, omettono di menzionare le tabelle dalle quali risulta inequivocabilmente che in nessun altro paese della comunità gli eletti guadagnano tanto, spropositatamente tanto (anche quattro volte più dei loro colleghi, a Bruxelles e Strasburgo per esempio), come in Italia. Chiuderemo qui il nostro discorso, che sarà certamente tacciato da qualcuno di “qualunquismo primario”, lasciando al lettore la latitudine più ampia di tirare le conclusioni che più gli parranno opportune e a chi scrive la convinzione ben radicata di non raccontar balle, ma solo la pura, inconfutabile cifre alla mano, verità.
In realtà il signor Luzhkov ha pagato non solo il prezzo di quello che a Mosca non funziona (primo fra tutti il traffico che vedremo più in là), ma soprattutto, anche se in ritardo, di “come” funziona il comune dove, se vogliamo credere a quanto si dice in giro (vox populi, vox dei!) tutti i mercati, a partire da quelli generali (frutta, verdura ed altri alimenti), venivano attribuiti in funzione di accordi che eufemisticamente definiremo “extraprotocollari”.
Un esempio concreto di come vanno le cose ci viene, secondo quanto riportato dal periodico in lingua inglese “The Moscow News” del 26-28 ottobre, dalla comparazione dei costi della costruzione di un chilometro di strada tra Mosca, la Russia, l’Europa, gli USA e la Cina. Nel 2011 il costo nella capitale è di 51.7 milioni di dollari. Nel resto del paese 17.6 (1/3), in Europa 6.9, negli USA 5.9 e in Cina 2.2 e cioè un venticinquesimo del prezzo moscovita. Tutti conoscono la ragione principale di tale sproporzione: la corruzione. D’altra parte tale flagello è ben radicato nel paese. Alla fine dello scorso ottobre, il 26 per l’esattezza, sono stati resi noti i risultati della ong Transparency International (www.transparency.it) che stabilisce periodicamente una classifica della “percezione della corruzione nella pubblica amministrazione” in 178 paesi. La Russia si trova al 154esimo posto. Seguita da diverse repubbliche del suo ex impero (Tajikistan, Uzbekistan, Kirghizistan, …). Il titolo, in negativo, è detenuto dalla Somalia, 178esima. I maligni potranno pensare che si tratti dell’allievo che ha superato il maestro, trattandosi come tutti sanno, di una delle rare colonie che avevamo in Africa. L’Italia retrocede ancora occupando il 67esimo posto (63esima nel 2009 e 55esima nel 2008). Solo la Grecia, è tutto dire, fa peggio di noi in Europa. Siamo stati superati da Croazia, Macedonia, Samoa, Ghana e Ruanda. La vicina Slovenia è 24esima. In testa come al solito Danimarca, Nuova Zelanda e Singapore “ex aequo”. Poi tutti i paesi nordici e quelli europei, eccetto gli ultimi della classe (Italia e Grecia), questa volta non solo somari, ma anche disonesti.
La corruzione nella abortita patria del socialismo (tappa intermedia, non lo si dimentichi, per giungere al comunismo) non è cosa del dopo Gorbaciov. Esisteva da sempre fin da prima della rivoluzione e resisterà per molto tempo ancora. Sradicarla è un lavoro di lunga portata che richiederà, come in Italia, molte generazioni. Nel frattempo l’Accademia Russa del Servizio Civile ha iniziato, nelle mura del Cremlino, corsi anti corruzione di una settimana riservati agli alti gradi dell’amministrazione del paese. Primi fra tutti i funzionari del ministero degli Interni e della Giustizia. In attesa che il trattamento produca i suoi effetti (cosa di cui dubitiamo fortemente) tutto continua come e peggio di prima. Così il vigile che fa accostare l’auto che non ha seguito l’indicazione della corsia nella quale era incanalata, dopo aver severamente annunciato una multa di 1.500 rubli (poco meno di 40 euro al cambio odierno di 1 € = 42 Rb.), si accontenta del versamento, “brevi manu” senza altre perdite di tempo e soprattutto senza inutili scartoffie come verbali e ricevute, di un biglietto da 1.000 che si mette direttamente in tasca appianando così molto pragmaticamente il contenzioso. Non so quanti interventi del genere faccia quotidianamente quell’agente che proprio qualche giorno fa ha fermato il nostro tassista, ma pure che si accontenti di qualche decina, il bottino, all’ora di smontare, deve essere piuttosto pingue. I conti sono presto fatti. Se tanto mi dà tanto…
Vigile che forse farebbe meglio a tentare di snellire un traffico sempre più pauroso dove talvolta, soprattutto nelle ore di punta, ci vogliono ore per percorrere qualche centinaio di metri. Abbiamo conosciuto l’allora URSS e ci ricordiamo (uno dei pochi ricordi gradevoli di quei tempi accanto all’impressione di essere straricchi avendo qualche dollaro in tasca e al ricordo commosso della venerazione che le selvagge bellezze locali riservavano agli occidentali) che le strade erano vuote come quelle dei quadri di De Chirico e percorse solo sporadicamente da qualche camionetta militare e da qualche Zhigulì della VAZ, qualche Pobieda o qualche Volga della GAZ o, infine, da qualche Moskvitch della AZLK. Quasi tutte di proprietà pubblica, rarissimi essendo i privati che, con sommo privilegio e dopo attese lunghissime, potevano concedersi il lusso di una vettura individuale. Il collettivismo aveva previsto che i trasporti sarebbero stati, ci si passi l’iterazione, collettivi e la rete stradale come pure quella, ammirevole, della metropolitana (l’amato “miètro”), erano state realizzate in funzione di tale dogma. Essa è rimasta praticamente la stessa. Sola piccola differenza non prevista dai padri fondatori del socialismo: nel 1990 le autovetture circolanti a Mosca erano 400.000, oggi sono quattro milioni. Tutto lì e non c’è bisogno di arrovellarsi il cervello per comprendere come stanno le cose. Lasciamo al nuovo sindaco l’onore e l’onere di risolvere questo problema, il più urgente forse, di cui debba occuparsi nel momento dell’insediamento, augurandogli buon lavoro. Nel frattempo i “furbetti del quartierino” continueranno ad imperversare per le strade della capitale procurandosi, magari con qualche bustarella, i tanto desiderati “migalki” e cioè quelle luci lampeggianti blu da attaccare con un magnete al tetto del veicolo e che permettono, a suon di clacson, di sgattaiolare tra le vetture del “vulgum pecus”, il comune cittadino in latino maccheronico. A questi rimarrà la scelta tra veicolo personale o mezzi di trasporto pubblici tra i quali si annovera la curiosa “marshrutka”, un minibus per una dozzina di persone che porta lo stesso numero delle linee regolari e che segue lo stesso percorso di queste ultime partendo non appena si riempie. Il che avviene molto rapidamente. Servizio eccellente, utile soprattutto quando, lasciato il centro città, si vanno ad affrontare, è il caso di dirlo, le strade sconnesse dell’immensa periferia.
Questa è la Mosca di oggi. Quella dove oltre che del sindaco si parla molto della guerra che si stanno combattendo gli oligarchi Oleg Deripaska e Vladimir Potanin per il controllo del gigante estrattivo Norilsk Nickel, oppure dell’ex amministratore delegato del gruppo petroliero Yukos, Mikhaïl Khodorkovsky, già condannato ad otto anni di carcere (in scadenza nell’ottobre 2011), ma per il quale un supplemento di sei è stato chiesto. Perché l’oligarca è stato condannato? Anche qui si evocano due ragioni. Quella ufficiale vuole che egli abbia dirottato a suo uso e consumo venti miliardi di euro, mentre l’altra sarebbe da ricercare nell’opposizione alla candidatura di Putin in occasione di una elezione presidenziale. Probabilmente, ed orazianamente, “in medio veritas (stat)”. Quella, ancora, dove una uscita in un ristorante alla moda può costare un patrimonio (attenti alla vodka “Beluga” - lo stesso nome dello storione che dà il caviale omonimo - che i ristoratori subdolamente spingono a consumare al modico prezzo di 20 euro/5ml! - 400 euro/litro), dove una stanza in una “komunalka” (appartamento collettivo, eredità del tempo sovietico, dove vivono famiglie che non si conoscono avendo in comune tutto: fornelli, bagni…) non rimessa a posto costerebbe 500 euro al mese e quella, da ultimo, dove il salario minimo pur essendo considerevolmente aumentato (è passato in cinque anni da 30 a 150 dollari mensili) risulta derisorio in rapporto al costo della vita.
Paese, la Russia, di grandi contraddizioni che pur essendosi risollevato dal crollo del rublo, legato alla bancarotta di moltissime banche, del 1998 (ne sappiamo qualcosa ché gli affari, ottimi, che all’epoca realizzavamo in quel paese si sono bloccati da un giorno all’altro) rimane spesso indecifrabile ai nostri occhi di occidentali. Magari anche loro avranno lo stesso problema nel tentare di capire l’Italia. Paese, infine, dove il censimento testé conclusosi darebbe un calo della popolazione di 4 milioni d’abitanti che sarebbero oggi 140.000.000. Con, al passaggio, una diminuzione considerevole di coloro che nei precedenti rilievi si dichiaravano con convinzione “folletti ed elfi” (“goblins and elves”, come riportato dal quotidiano “The Moscow Times”). Misteri, affascinanti, delle profondità dell’anima russa! I tempi, è vero, sono cambiati. Il calo della popolazione non porta infatti all’occultamento dei risultati com’era accaduto nel 1939 quando i dati risentirono delle purghe staliniane in seno al partito e dell’eliminazione sistematica e su larga scala dei “kulaki” (piccoli proprietari terrieri). Drammaticamente eloquenti nella loro obiettiva freddezza, essi furono rapidamente accantonati e coperti da un opportunistico, più che pietoso, velo di silenzio col risultato di far sparire una seconda volta i molti milioni (alcuni dicono venti) di morti ammazzati.
Ciò che invece non cambia è la musica assordante prodotta in molti ristoranti da certe insopportabili e non abbastanza vituperate orchestrine che infieriscono sui clienti inermi rendendo loro impossibile ogni conversazione. Se può essere vero quanto diceva il famoso generale Alexander Suvorov, capo delle forze armate durante il regno di Caterina la Grande, che attribuiva la presa di Ismail, la più importante fortezza turca sul Danubio nel delta a sud-ovest di Odessa - vittoria decisiva, nel 1790, contro l’impero ottomano - alla “musica che raddoppia e perfino triplica, al suono tonitruante di trombette e tamburi, la forza dell’esercito”, non è altrettanto certo che effetti così spettacolari vengano prodotti dall’infernale e dannato putiferio sull’appetito mangereccio dei convivi o su quelli, di altro genere, delle gentili commensali. Rimane certo che dalla Bulgaria all’Ucraina, dalla Serbia alla Polonia, dalla Russia alla repubblica Ceca, tale calamità affligge chi ama mettersi a tavola e condurre, con sapienza mondana, la conversazione in un contesto generale piacevole e rilassato, foriero, se del caso, di altre gradevolissime situazioni. Ciascuno intenda la cosa come meglio crede.
La diciottesima edizione della fiera funeraria russa, Necropolis, si è tenuta come d’abitudine nell’immenso complesso voluto dal baffuto caucasico (ancora lui, Josif Vissarionovitch Dzhugashvili, georgiano di Gori più conosciuto come Stalin, dalla parola russa “stal” - simile all’inglese “steel” - che significa acciaio) per onorare le differenti repubbliche facenti parti dell’URSS. Ad ogni repubblica è consacrato un edificio costruito tenendo conto delle tradizioni edilizie (ad esempio il palazzo della boscosa Carelia, divisa con la Finlandia, è in legno) e decorative del paese. I risultati sono spettacolari e il complesso è unico nel suo genere. Attualmente molti edifici sono in fase di restauro ed altri vengono costruiti. Tra di essi un modernissimo padiglione espositivo attiguo a quel 70 dove si erano tenute le prime manifestazioni moscovite di Necropolis. Nello stesso tempo parco pubblico ricco di ristorantini, parco di divertimenti e sito espositivo, esso non è molto distante dal centro città cui è collegato dall’efficacissima rete metropolitana della capitale. Da anni ormai Necropolis (dopo gli inizi a Novosibirsk - chi scrive può vantarsi, Serguei Borisovitch Yakushin, Presidente della fiera, lo segnala volentieri, di essere stato il primo “occidentale” a recarvicisi nel lontano 1993 - ed alcune edizioni a San Pietroburgo) si svolge colà ad ogni ottobre…
Anche questa volta dunque non abbiamo mancato l’appuntamento, ritrovando nello stand di Tanexpo molti amici di lunga data e facendo, come sempre, nuove conoscenze. Approfittando così dell’occasione per promuovere la manifestazione bolognese che rimane la più importante al mondo assieme a quella della NFDA negli USA, dalla quale eravamo reduci. Ciò non dispiaccia a chi vorrebbe che le cose non stessero così. E a chi, prendendosi per la rana della fiaba di Jean de la Fontaine (che prese l’ispirazione, come ben noto, da Fedro), proclama in discorsi ufficiali una dimensione che non è la sua e addirittura ambisce ad entrare nel cortile dei grandi proponendo alleanze, veri e propri “assi”, a chi proprio non sa che farsene dei comprimari. La favola dello scrittore francese è talmente graziosa, ricca di significati allegorici e parabolici che proprio non possiamo fare a meno di riportarla integralmente tanto più che è estremamente corta.
Una ranocchia vede una mucca che le appare bella e grossa. Lei, più piccola di un ovettino, piena d’invidia si stiracchia, si gonfia e si dà da fare tentando di eguagliare la taglia dell’imponente animale. Dice: «Guardami bene sorella; sono abbastanza grossa? Rispondimi! O non ci sono ancora?». «Quando mai?» risponde la mucca. «E adesso?». «Manco». «Eccomi pronta». «Ma non pensarci proprio. Siamo lontanissimi!». La gracile bestiolina (nell’originale: “la chétive Pécore” dove “pécore” in antico francese significa, oltre che “animaletto”, anche “persona stupida”) tanto si gonfia che finisce per scoppiare. Conclude La Fontaine osservando che il mondo è pieno di gente che perde ogni ragionevolezza; che ogni piccolo borghese vuole costruire come i grandi signori; che ogni principino pretende di spedire ambasciatori; che ogni marchese vuole i suoi paggi. Visto che l’autore è francese sintetizzeremo la morale della favola con un apoftegma della lingua di Molière: «Ne pas péter plus haut que son cul» per il quale la traduzione non appare indispensabile.
Si diceva dunque che numerosi sono stati i visitatori accolti presso il nostro stand, molti dei quali ben intenzionati a renderci visita a Bologna per l’edizione 2012 di Tanexpo. Abbiamo inoltre avuto modo di incontrare interlocutori interessantissimi con i quali restiamo in stretto contatto nella prospettiva di cambiamenti radicali del settore come conseguenza della “rivoluzione” in Comune (anche se, per il momento, i collaboratori di Luzhkov rimangono in carica, c’è chi scommette che “düra minga”) e dell’entrata in vigore delle leggi anti monopolio e anti corruzione che pur approvate dalla Duma, il Parlamento, hanno trovato sino ad oggi scarsa applicazione. Grossi mercati si apriranno nel breve termine, di cui terremo informate le aziende interessate.
Tra gli italiani abbiamo ritrovato molti volti noti tra i quali quello di Alberto Pagotto, della Europag, che presentava sullo stand di un partner russo uno splendido ed esclusivo cofano dal design puro ed innovativo. Così come quello, egualmente costruito in Italia dalla Art Funeral Italy di Gianni e Paolo Imeri, proposto sullo stand di “Gorbrus”, la società di Marina Godun spalleggiata dal simpatico figlio Alexander. Stand che come sempre ha visto uno sfilare, quasi un pellegrinaggio, di postulanti bramosi di far entrare i propri prodotti nel catalogo aziendale. Se la carismatica Marina dovesse dar retta a tutti… Anche perché i pochi consigli che accetta vengono da un costruttore francese che, dopo aver introdotto in azienda un partner italico, s’è accorto, con sua somma sorpresa (non la nostra), che costui tentava, per inveterata e consolidata abitudine, di fargli uno sgambetto. Purtroppo il signore in questione è giunto, sbagliandosi di grosso, alla conclusione che tutti gli italiani sono uguali, e cioè dei cialtroni, e che quindi c’era poco da sperare dalla gente (usiamo una formula anodina ché se dovessimo tradurre dal francese la parola usata dovremmo, e ce ne vuole perché ciò accada, arrossire) dello stivale. Il che ha impedito che un certo numero di operazioni di sicuro interesse andassero in porto. La presenza più importante tra le aziende italiane è stata quella della Baltea Digital Ceramic di Vincenzo Carbone, leader mondiale dell’“hardware” per la fotoceramica e le cui attività coprono i cinque continenti.
Non si sono viste novità per quanto riguarda i prodotti. Si nota, da un’edizione all’altra, un miglioramento qualitativo che accompagna logicamente l’aumento del livello di vita soprattutto nelle grandi città. Un dato rassicurante in questo senso ci viene dall’Istituto Centrale di Statistica russo che finalmente può dare risultati ottimistici sull’aspettativa di vita dei russi che nascono oggi. Gli uomini possono ormai sperare di arrivare a 62 anni e le donne a 74. Entrambi in crescita di 3-4 punti rispetto ai valori di qualche anno fa. Sono ancora bassi rispetto ai nostri standard, ma la tendenza è quella buona e non disperiamo che col progredire della lotta contro le piaghe sociali, in primis la povertà e l’alcolismo, le cose migliorino rapidamente permettendo a quel grande e ricchissimo paese di assumere pienamente il ruolo che gli compete. In questo momento il grosso dell’esposizione è rappresentato dai produttori di monumenti. Spesso realizzati con materiali cinesi (specie il granito nero) essi incominciano ad associare ornamenti bronzei. Con un certo stupore abbiamo notato soltanto la Caggiati, nello stand di Global Stones, presente, tra l’altro, con due belle statue a cera persa.
Venendo agli altri espositori, molto ammirata la presentazione della IMI, l’impresa funeraria municipale di Novosibirsk per la quale un altro amico di quasi vent’anni, il direttore Serguei Bondarenko, ha creato, come sempre, un apparato scenico estremamente suggestivo a dominante blu. Anche lo stand degli amici, ucraini di Tcherkassy, della In-Dan, con il gioviale Aliek Covbasa in testa, ci ha colpito. Vi era esposto un cofano americano di eccellente fattura (ci sarà lo zampino di qualche italiano?) in sapelli e wengè venduto al non modico prezzo di 5.000 euro.
E poi abbiamo avuto come sempre un gran piacere nel riabbracciare Serguei Yakushin, il Presidente, Dimitri Yevsikov, il Direttore Generale, e la bella e sorridente Marina Prudnikhova, sempre pronta a venirci in aiuto per ogni evenienza e vestita quest’anno con un abito da dolente che ne esaltava, per contrasto, il sorriso radioso. Indumento che fa parte della sontuosa collezione di abiti funerari di Novosibirsk già presentata in diversi paesi (Russia, Germania, Olanda, Spagna…) dove ha comprensibilmente suscitato vivissimo interesse tra i visitatori. A tale patrimonio, che si sta arricchendo continuamente di cimeli di vario genere (foto, cartoline postali e altre “memorabilia”), si è aggiunta una stupenda collezione di carri funebri in miniatura (alcuni carissimi) realizzati in scale variabili in diversi paesi. Tra di essi abbiamo ammirato una replica, italiana, del carro funebre di Padre Pio con tanto di corone ed accessori.
Riprendendo una consuetudine che risale agli inizi della manifestazione (non dimentichiamo che a Novosibirsk si trova un centro di formazione di modelle/i piuttosto quotato che una decina d’anni fa aveva organizzato, sotto la direzione di Natalia Golavskaya, una sfilata nei prestigiosi saloni dell’Hotel Crillon nella parigina piazza della Concorde in seguito alla quale alcune modelle erano rimaste in Francia presso famose case di moda di quel paese), gli organizzatori di Necropolis ci hanno proposto anche quest’anno una presentazione di abiti tradizionali per dolenti. È il frutto di un lavoro di ricerca portato avanti da insegnanti ed allievi di alcune prestigiose scuole di moda e di design nonché da dipartimenti specializzati di alcune università della capitale. I risultati possono, di primo acchito, sembrare stravaganti se non addirittura fuori tema. Tuttavia ad una seconda, più attenta ed approfondita, lettura essi testimoniano il coinvolgimento totale dei creatori nella ricerca espressiva dello stato interiore di fronte alla morte. Segno eloquente, e ce ne compiacciamo, di una grande sensibilità in coloro che attraverso un proprio atto creativo danno forma finita all’elaborazione del loro sentire.
E ancora segnaleremo la presenza, nello stand accanto al nostro, della tedesca Wilfried Hoehle produttrice di celle frigorifere, tavoli autoptici e da preparazione di ottima qualità oltre che distributrice dei prodotti da tanatoprassi di una della aziende leader degli USA. Con Wilfried e la moglie abbiamo sempre avuto un feeling molto particolare sin da quando alloggiavamo nello stesso albergo in occasione di Devota, l’esposizione funeraria austriaca organizzata, su base biennale, dall’ottimo Rudolf Kleewein (prossima edizione, annotare prego, dal 23 al 25 settembre 2011 a Ried im Innkreis, non lontano da Salisburgo), concludendo le dure giornate di lavoro nella “stube” dell’albergo degustando ampiamente l’eccellente birra locale.
Lasciamo Mosca preparandoci alle esposizioni di fine anno di Lione e Varsavia che purtroppo si sovrappongono parzialmente obbligando la squadra di Tanexpo a scindersi. Quando l’anno prossimo torneremo nella capitale ci auguriamo di poterlo fare in condizioni di traffico più umane e ritrovando aperto quel paradiso, chiuso ormai da due anni per lavori di ristrutturazione che paiono eterni, che è il “Detski Mir,” il Mondo dei Bambini. Si tratta del più grande negozio di giocattoli del pianeta al cospetto del quale il leggendario FAO (dal nome del fondatore, Frederick August Otto) Schwarz della 5th Av. (& 58th), all’angolo sud-est di Central Park a New York, fa figura di nanetto. Detski Mir ci (ri)porta quasi “per incanto” in quell’infanzia dove le brutture e le meschinità del mondo sono ancor lontane quantomeno per quelli, la maggioranza fortunatamente, che non hanno la sventura di soffrire sin dalla nascita. Come avevamo già sottolineato, credo, la parola “mir” ha, nella splendida lingua russa, il doppio significato di “mondo” e di “pace”. Certamente nell’affascinante e misterioso forgiarsi del linguaggio i due contenuti semantici erano sovrapponibili. Oggi purtroppo non è così e la speranza nostra è quella che quanto prima le due cose facciano nuovamente tutt’uno. “Mir” è una di quelle parole “magiche” tra le quali ci piace ricordare il “fruts” (“lis frutis” al femminile) della lingua friulana (omaggio di un triestino agli amici, molti, udinesi - ma mia madre, una Fabris, era nata in piena via Mercatovecchio del capoluogo “furlàn” da padre palmarino) che dei figli fa non una semplice progenie, ma dei “frutti”, risultato dell’amore, da preservare e ai quali accudire da vicino perché crescano belli e sani fino al momento in cui lasceranno l’albero per dare a loro volta, con i loro semi, il dono più bello, quello della vita, ad altri frutti. “Parcè ese une famee se no à di menâ par man i fruts tant ch’a imparin a čhaminâ te vite?” (che cosa ci sta a fare una famiglia se non è in grado di condurre per mano i bambini finché non imparano a camminare nella vita?).
Per ironia, forse non casuale, della sorte il citato negozio si trova praticamente di fronte al sinistro edificio della Lubianka, sull’omonima piazza. In esso continuano a trovarsi i servizi segreti (diventati FSB dopo la scomparsa del KGB) e ogni volta che vi passiamo vicino non possiamo impedirci di rabbrividire pensando con sgomento, con rabbia e con tristezza infinita agli oceani di dolore e di lacrime che da quelle mura (dove migliaia di persone, padri che hanno perduto i figli e figli privati del padre, sono state torturate e spesso uccise per crimini mai commessi), si sono abbattuti su quel mondo (“mir”) che vorremmo fosse di pace (“mir”) per tutti. E allora perché non pensare, scervellata ma sincera utopia di una ecologia della memoria e dell’anima, che un giorno quella macabra carcassa, di funesta e tragica rimembranza, possa venire abbattuta, distrutta, massacrata, cancellata per sempre dalla faccia della terra, per lasciar spazio ad un grande giardino purificatorio, catartico, dove i bambini, uscendo felici, come solo i bambini pieni di giocattoli sanno esserlo, dall’antistante negozio, contribuissero, col loro ridere spontaneo ed innocente e con il loro garrulo cinguettare, a ripulire una volta per tutte questa terra, questo mondo, dalla montagna di sozzure e di nefandezze che generazioni scellerate e dementi, confortate nella loro opera dall’ignavia e dalla colpevole, vigliacca e criminale, sì criminale, imbecillità di utili idioti dagli occhi foderati di prosciutto, hanno loro scaraventato addosso.
 
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