La malattia e la morte di Sophie

Ecco come l’artista Edvard Munch racconta la morte dell’amata sorella Sophie: la rappresentazione di un profondo dolore che disorienta e ci fa sentire profondamente soli.


Quando parliamo di Edvard Munch, il pensiero va subito al suo quadro più famoso: il celeberrimo Urlo, emblema della disperazione e dell’angoscia che attanaglia e accomuna l’intero genere umano.

Munch è l’interprete delle emozioni, uno dei primi esponenti del movimento espressionista, la corrente artistica che contrapponendosi all’oggettività dell’Impressionismo, ne privilegiava gli aspetti emotivi. La centralità della sua opera è infatti costituita da temi esistenziali come l'angoscia, la gelosia, la melanconia e la morte.

Per meglio comprendere la sua dimensione artistica è necessario soffermarci sulla sua vita privata. Edvard Munch, nasce nel 1863 a Löten, un villaggio della Norvegia, ma l’anno dopo la sua nascita la famiglia si trasferisce a Oslo. È il secondo di cinque figli: Sophie (1862-1877), a lui quasi coetanea e con la quale instaurerà un rapporto di grandissimo affetto, Andreas (1865-1895), Laura (1867-1926) e Inger (1868-1952). La storia della famiglia verrà funestata da molti lutti, a cominciare dalla morte per tubercolosi della madre, avvenuta nel 1868, a soli trent’anni. Ciò avrà un grande impatto sul padre che sarà vittima di crisi depressive. Qualche anno più tardi la stessa malattia colpirà anche la sorella Sophie, che si spegnerà a quindici anni e segnerà profondamente il giovane Edvard. La serie di lutti non si interrompe: nel 1889 quando l’artista si trova a Parigi per una borsa di studio viene raggiunto dalla notizia della morte del padre e nel 1895 viene a mancare anche il fratello trentenne Andreas, mentre la sorella Laura viene colpita da una malattia mentale.

Tutti questi eventi luttuosi scaveranno un profondo solco di dolore nell’anima dell’artista, una ferita mai completamente rimarginata, che influenzerà la sua vita e la sua opera. La prematura scomparsa dell’amata sorella è stata sicuramente il trauma più grande e verrà ripresa in diverse opere tra cui la Morte nella stanza della malata.

Morte nella stanza della malata

Si tratta della rappresentazione dell’agonia della sorella, un olio su tela dipinto nel 1893 che si trova al Munch museet di Oslo. Sophie è seduta su una sedia, probabilmente per facilitare la respirazione, e dà le spalle all’osservatore. Di lei si può scorgere solo il braccio sinistro abbandonato in grembo. Nella stanza è presente tutta la famiglia: il padre con le mani giunte in preghiera, la zia con una mano appoggiata sullo schienale della sedia nell’atto di attendere la malata e, in primo piano, le due sorelle Laura e Inge che in modo diverso esprimono il loro dolore: Inge in piedi con lo sguardo attonito che sembra fissare lo spettatore senza vederlo e Laura china in un atteggiamento di intimo raccoglimento. Alla sinistra è raffigurato il fratello Andreas che si accinge a lasciare la stanza, mentre lo stesso autore rappresenta se stesso di spalle con il capo rivolto verso Sophie. Vi è una totale mancanza di comunicazione tra le persone, ognuna chiusa nella propria sofferenza. Ciò che emerge da questa opera è una narrazione che non indugia sulla sorella malata, bensì sulle reazioni dei familiari, caduti in uno stato di immensa prostrazione e solitudine. È l’evento psicologico ad essere messo in luce, non quello fisico. Sono la disperazione e la morte i veri protagonisti di questo quadro, che determinano un conseguente senso di smarrimento e di vuoto interiore accentuato anche dagli arredi essenziali e dalle superfici spoglie della stanza.

Questo dipinto non è l’unico che raffigura la sofferenza per la malattia e la perdita della sorella. È infatti successivo alla Bambina malata (conosciuto anche come la Fanciulla malata) realizzato in diverse versioni, la prima nel 1885.

La bambina malata

Qui Sophie viene raffigurata di profilo, stesa sul letto con lo sguardo perso nel vuoto, appoggiata ad un grande cuscino bianco. Accanto una figura femminile, probabilmente la zia, che dopo la morte della madre ha preso le redini della famiglia; la donna con la testa china, visibilmente sopraffatta dal dolore, le tiene la mano, un gesto che costituisce il centro geometrico dell'opera. Della camera si vede solo una piccola porzione zeppa di oggetti che trasmette un senso di oppressione: una scelta precisa, come spiega lo stesso Munch, per rendere lo spettatore partecipe “dell'odore della malattia, del senso di chiuso, degli gli aromi acuti delle medicine”. La malattia è presente anche nella materia stessa del dipinto: le pennellate sono graffiate, quasi rabbiose, i contorni indefiniti, i colori cupi. Come sempre l’autore concentra la sua attenzione non tanto sulle figure, ma sulle loro anime, sapientemente rappresentate con abbozzi di colore. Anche in questo caso nella scena prevale l’elemento psicologico, l’espressione di uno strazio infinito.

Nella lunga carriera artistica Munch seppe sempre rappresentare le emozioni e gli stati d’animo in un modo assolutamente innovativo e personale, interpretando la realtà con forme stilizzate, privilegiando simboli e un uso dei colori tale da rafforzare l’intensità dei sentimenti. La sua cifra stilistica, così lontana dalla rappresentazione della realtà oggettiva fino ad allora imperante, all’inizio non venne compresa tanto che in occasione della sua prima mostra allestita a Berlino ottenne una solenne stroncatura dalla critica. Ma fortunatamente l’artista non si scoraggia e proprio il periodo berlinese sarà il più prolifico di opere. È di questi anni L’Urlo (1893), il suo capolavoro: un grido sordo ed estremo, un'esplosione di inaudita potenza, metafora della sofferenza umana, personale e collettiva.
 
Raffaella Segantin

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