SINTESI DEI RISULTATI OTTENUTI DA DUE RICERCHE SOCIOLOGICHE SUI COMPORTAMENTI VERSO I DEFUNTI NEL BOLOGNESE

La morte e il morire come nuovo tabù sociale?

Questo articolo di Stefano Martelli fa parte di un più ampio lavoro scritto per il volume degli atti del convegno Di fronte all'aldilà. Testimonianze dall'area bolognese (Bologna, 7/9 novembre 2002), organizzato dall'Istituto per la Storia della Chiesa di Bologna. Il testo intitolato Il nuovo tabù della società post-moderna è quindi in corso di pubblicazione presso l'Editore Franco Angeli di Milano. I principali risultati delle due ricerche, Il 2 novembre nel Bolognese e I funerali a Bologna, fanno parte di un rapporto finale depositato presso l'Istituto. Gli studi sono confluiti in questa relazione di Martelli al convegno bolognese, qui rivista, ampliata e presentata in anteprima e della quale Oltre Magazine gode l'esclusiva.





LA MORTE E IL MORIRE IN PROSPETTIVA SOCIOLOGICA
Le trasformazioni della pietà popolare verso i defunti, intervenute negli ultimi decenni nel nostro Paese, sono ancora terreno spesso inesplorato per la sociologia: il comportamento sociale nei cimiteri, i modi e le forme di socializzazione sono trascurati dagli studiosi, che si concentrano invece su ricerche specifiche sui luoghi di sepoltura, come i monumenti o gli epitaffi tombali.

Spontanea nasce una domanda: come le famiglie tramandano alle nuove generazioni la memoria dei defunti? Il problema sta nel tramandare la propria identità nonostante i cambiamenti in atto nel mondo moderno. Si dà per scontato che il culto dei morti coincida con la religione e nel nostro Paese si delega alla Chiesa cattolica il compito di gestire il rapporto con l'al di là, mentre l'interesse dominante, non solo della scienza ma anche dell'intera società, si concentra sull'al di qua.

La cultura odierna, infatti, sembra divenuta incapace di dare risposte significative alle perenni domande dell'essere umano. Oggi la società si limita ad occultare e a rimuovere il fatto della morte, riproducendo in forme nuove un blocco collettivo verso l'ignoto. Dal punto di vista sociologico occorre interrogarsi sulle trasformazioni in atto nel modo di atteggiarsi della popolazione verso i defunti, dal momento del trasporto funebre alla sepoltura nel cimitero. Ci sono cambiamenti socio-culturali di grande rilevanza anche in questa zona-limite della vita.

Il fatto è che la società attuale ha spensieratamente indebolito la propria capacità di mettere a fuoco il grande tema della morte, che ha alimentato per millenni lo sviluppo delle civiltà: basti pensare alla rilevanza sociale dei riti funebri presso gli antichi egizi o presso gli indù. Nella società post-moderna in cui viviamo prosegue la tendenza, che ha caratterizzato la modernità, ad allontanare i morti dal luogo dei vivi: dopo la distanza rispetto all'abitato imposta all'ubicazione del cimitero dalle leggi napoleoniche, ora sembra indebolito anche il legame sociale e culturale coi defunti.

La morte appare il "nuovo tabù" della società di oggi, il grande "rimosso" dell'immaginario collettivo. E allora il "perché?" sulla condizione umana e sul suo traguardo finale è un interrogativo che si ripropone, lancinante, ai sopravissuti.





LE RICERCHE SUI COMPORTAMENTI VERSO I DEFUNTI
Due ricerche sociologiche su questi temi sono state promosse dall'Istituto per la Storia della Chiesa di Bologna, che ha varato un ampio programma di studi sulla morte e sul morire nella Diocesi, sfociate anche nel convegno nazionale Di fronte all'al di là. Il progetto, portato avanti da ricercatori di diverse università nel periodo 2001-2002, è stato proposto dal sottoscritto nella primavera 2001 a Mons. Salvatore Baviera, Presidente dell'Istituto. La prima ricerca, Il 2 novembre nel Bolognese, è stata svolta tra l'ottobre 2001 e il gennaio 2002, mentre la seconda, I funerali a Bologna, è stata realizzata tra la primavera e l'autunno 2002.

Con le due ricerche ci si è chiesto quali siano le pratiche con cui la comunità bolognese riproduce la propria identità sociale, tramite l'elaborazione del lutto e la trasmissione alle nuove generazioni del senso della morte. Si è voluto verificare come tali pratiche si siano indebolite, a volte radicalmente, in un clima culturale odierno che sta decostruendo lentamente ogni memoria e forma di culto dei morti. Sul piano socio-religioso, poi, si è voluto indagare le nuove forme di espressione della religiosità popolare ed esplorare il lutto come evento privato e individuale.






IL 2 NOVEMBRE NEL BOLOGNESE

Nel corso della prima indagine sociologica, Il 2 novembre nel Bolognese, l'équipe di ricerca ha rilevato e ricostruito i comportamenti della popolazione nei camposanti della zona. Sono stati scelti quattro cimiteri per rappresentare realtà differenti: la città, la montagna e due angoli opposti (est/ovest) della campagna bolognese.

Oltre allo scrivente, che ha svolto la direzione della ricerca e la rilevazione nel cimitero di Medicina (BO), hanno fatto parte dell'équipe di ricerca Matteo Bortolini (Università di Padova), che ha svolto la rilevazione nel cimitero di Bologna Certosa, Emmanuele Morandi (Università di Verona), che ha svolto la rilevazione nel cimitero di Lizzano in Belvedere (BO) e Alessandro Pirani, che ha svolto la rilevazione nel cimitero di Cento (FE, ma in Diocesi bolognese).





ANDARE AL CAMPOSANTO:
LA FOTOGRAFIA DI UNA COMUNITÀ

La ricerca ha confermato il carattere corale della partecipazione popolare alla commemorazione dei defunti. Oltre 7.300 persone sono entrate nel cimitero di Medicina (BO) nei due giorni di rilevazione (1 e 2 novembre), un flusso pari a più della metà della popolazione residente. Dal momento che esistono altri 4 cimiteri comunali posti nelle frazioni, si può supporre che la quasi totalità della popolazione di quel Comune si sia recata almeno una volta al Camposanto in quei due giorni. Pure a Cento (FE) e a Lizzano in Belvedere (BO) le visite al cimitero sono state numerose in rapporto alla popolazione locale: circa 6.000 a Cento, oltre 600 nella piccola località dell'Appennino bolognese.

DIFFERENZE TRA I VISITATORI DEL CIMITERO: DATA DI VISITA, PERIODO DELLA GIORNATA, COMPOSIZIONE SOCIALE
Il 1 novembre si recano al Camposanto più facilmente le famiglie, i maschi, le persone in attività lavorativa. Il 2 novembre prevalgono i singoli, le donne, le persone inattive, gli anziani. In entrambe le giornate i giovani (18/29 anni) sono rari o, come a Lizzano in Belvedere, addirittura assenti, in questo caso anche per ragioni di spopolamento demografico della montagna.

L'afflusso di visitatori ai cimiteri è più consistente il 1 novembre, di certo favorito dal riposo lavorativo, e in due fasce orarie: la centrale del mattino e il primo pomeriggio. Invece nella giornata commemorativa dei defunti l'afflusso è apparso più concentrato nella fascia oraria centrale del mattino, certo anche in ragione della celebrazione eucaristica, cui i visitatori hanno assistito per lo più restando in piedi accanto alle tombe dei propri defunti. Al contrario alla Certosa di Bologna la messa al camposanto, celebrata dal Card. Arcivescovo della città Giacomo Biffi, è stata seguita solo dai presenti raccolti nella chiesa cimiteriale.

La commemorazione dei defunti è sentita come un "dovere morale" dalla gran parte della popolazione bolognese, specie negli strati anziani, nelle donne, nelle persone a bassa istruzione e nei non occupati. La partecipazione tende a ridursi invece negli strati più giovani e in quelli più attivi della popolazione.

METODO, ESPRESSIONE DELLE EMOZIONI E ATTEGGIAMENTO DI VISITA ALLA TOMBA
Il comportamento della gente nei cimiteri del Bolognese è stato osservato raccogliendo i dati sotto forma di appunti scritti, o come osservazioni "auto-dettate" tramite un registratore con microfono; in entrambi i casi è stata posta molta attenzione a non disturbare il raccoglimento dei visitatori e a non alterare la spontaneità dei comportamenti. Si è riscontrata una ampia varietà delle forme espressive della pietà popolare, documentata anche con servizi fotografici. L'età, le relazioni parentali e il rapporto di queste con il defunto hanno permesso di tracciare alcune classificazioni sul modo specifico di esprimersi nei vari luoghi. Al Camposanto di Cento sono stati individuati cinque tipi - anziano pensionato, anziana vedova, coppia di mezza età, giovane maggiorenne (assai raro) e nomadi -, ciascuno caratterizzato da una propria modalità di visita alle tombe. Mentre al Camposanto di Medicina sono state registrati sette tipi di visite cimiteriali, le prime quattro ispirate alla espressività, e quindi all'uso di preghiere e gesti simbolici, e tre invece basate sulla strumentalità, quindi alla pulizia e alla cura della tomba.

La riorganizzazione delle sette tipologie di visita basate sul legame col defunto ha permesso di riassumere le forme di visita cimiteriale in quattro tipi generali:

1. visita alle tombe dei soli parenti defunti orientata all'espressività (preghiere, gesti simbolici);

2. visita alle tombe dei soli parenti defunti orientata alla strumentalità (pulizia, cura del monumento);

3. visita alle tombe anche di amici e conoscenti del paese orientata all'espressività;

4. visita alle tombe anche di amici e conoscenti del paese orientata alla strumentalità.

Queste analisi sono utili per avere un quadro più ampio delle trasformazioni che subisce la società contemporanea. La riduzione della ampiezza del nucleo familiare in visita alle tombe evidenzia che sono di gran lunga prevalenti le visite cimiteriali effettuate da persone sole o al più in coppia (coniugi, genitore anziano accompagnato da un figlio/a adulto/a, ...), mentre sono rare le famiglie con bambini. Tutto questo è l'effetto di processi diversi, quali l'individualizzazione, la contrazione della natalità e quindi la riduzione della ampiezza media del nucleo familiare, la tendenza all'occultamento della morte ai figli, ...

La tipologia suddetta permette di collegare tra loro "memoria familiare" e "memoria della comunità paesana" nel rapporto con il camposanto. Questo appare il luogo simbolico di ricomposizione della prima. A sua volta, la comunità di paese trova nel camposanto, il cimitero "cristiano", la propria icona e il proprio fondamento simbolico, le radici e la propria identità

DIFFERENZE TRA CITTÀ E PAESE:
ALCUNE CONCLUSIONI

La variabile "territorio" appare dunque molto importante: l'antico legame esistente tra la città dei vivi e quella dei morti nel Bolognese non sembra sia stato reciso dalla secolarizzazione; al contrario il legame continua a persistere, anche se certo la variabile urbana gioca un peso rilevante. Nelle zone di pianura o di montagna le ridotte dimensioni del cimitero e della popolazione, così come la vicinanza al paese, consentono visite frequenti (Medicina), che portano ad ornare le tombe di fiori in maniera sfarzosa (Lizzano in Belvedere) o comunque a curarle con continuità fino a reagire in maniera vivace di fronte ad episodi di incuria (Medicina) o, addirittura, di vandalismo, interpretato come una vera e propria profanazione dei sentimenti collettivi (Cento). In città, al contrario, le grandi dimensioni del cimitero e della popolazione accentuano gli effetti del processo di individualizzazione, tanto che molte tombe in campi di recente inumazione appaiono disadorne o trascurate, fino a lasciar confondere, causa le intemperie, i limiti tra una sepoltura e l'altra. Infine, la trasmissione della memoria dei defunti alle nuove generazioni, l'organizzazione cimiteriale e i rapporti tra chiesa e comune, l'economia che ruota intorno alle pratiche di sepoltura dei defunti, sono aspetti non secondari esplorati dall'indagine.


I FUNERALI A BOLOGNA
Nel corso della seconda ricerca, I funerali a Bologna, l'équipe ha cercato di rispondere all'interrogativo sulla perdita della ritualità funebre nella città di Bologna.

Da questa indagine, condotta tramite questionario somministrato ai 99 parroci urbani di Bologna, è emerso che il previsto tracollo della ritualità funebre non c'è, ma piuttosto è in atto una differenziazione. Solo 42 questionari sono stati restituiti, però in rappresentanza del 58,7% della popolazione cittadina. Questa seconda ricerca è stata svolta nella primavera-estate 2002 con la collaborazione del Collegio dei Parroci urbani dell'Arcidiocesi bolognese. Risulta che appena la metà o anche meno dei funerali vengono celebrati in parrocchia: la maggior parte dei bolognesi invece domandano per la salma del proprio caro estinto una benedizione nella cappella dell'ospedale, oppure una messa presso la chiesa della Certosa o la cappella di altro cimitero cittadino.

Oltre allo scrivente, che ha svolto la direzione della ricerca e ha delineato il piano di elaborazioni statistiche con relativa interpretazione dei risultati, l'équipe era formata da Emmanuele Morandi (Università di Verona), Luigi Tronca (Università di Bologna) e Simone Lochi.

ALCUNE STATISTICHE
Confrontando la popolazione bolognese deceduta (4.840 nel 2001) con il numero dei funerali celebrati nelle parrocchie intervistate (circa 1.900), si può dedurre che la maggioranza dei funerali si svolge fuori della chiesa parrocchiale: circa 700 defunti ricevono una messa di suffragio nella cappella cimiteriale, mentre i restanti 1.500, quasi tutti defunti negli ospedali cittadini, ricevono una semplice benedizione nella camera mortuaria dell'ospedale stesso, prima di essere avviati a uno dei cimiteri della città. Infine i funerali "laici", svolti senza alcun segno religioso e talora senza neppure una liturgia laicista, sono poco più di un centinaio perfino nella (ex) "rossa" Bologna.

LA DE-SECOLARIZZAZIONE DELLE RELIGIONI
Sono inoltre scomparse le ideologie che offrivano nel recente passato dei grandi riti civili per commemorare la morte dei combattenti o dei militanti. Oggi, nella società post-moderna e de-ideologizzata, restano solo i riti religiosi di congedo e non c'è dissacrazione della morte, ma solo "secolarizzazione", intesa come marginalità sociale dell'evento, confinato nel privato della piccola cerchia dei parenti e nella intimità del dolore personale.

Entrambi gli esiti della ritualità verso i defunti vanno interpretati entro un quadro più ampio, che ho proposto di chiamare "de-secolarizzazione", il quale prevede almeno tre atteggiamenti differenti nei confronti della liturgia dei defunti custodita dal cristianesimo, così come da altre confessioni religiose (Ebraismo, Islam, Testimoni di Geova, ...), che sono presenti a Bologna, anche se in misura ancora limitata.

Da un lato, la richiesta del rito funebre è vissuta con partecipazione e convinzione dai parenti del defunto. Dall'altro, c'è una richiesta di ritualità che, mancando di una pratica coerente, appare un comportamento esteriore ed ambiguo, però comunque da non disprezzare, perché segno di appartenenza religiosa. In altri casi ancora, per ora minoritari, vi è il ricorso a pratiche di "annullamento" del corpo defunto, come la cremazione, che appare la traduzione pratica del tabù post-moderno sulla morte.

OSSERVAZIONI PER UNA PASTORALE CONTEMPORANEA DEL LUTTO

Di fronte alla perdita delle ideologie si aprono spazi per una cura pastorale di nuovo tipo, attenta ai silenzi e alla mancanza di parole nei parenti per esprimere i propri sentimenti, repressi dal tabù sociale. È questa "indicibilità del dolore" la difficoltà maggiore: occorre elaborare strategie nuove, evitando di cadere nella tentazione di "gestire" la salma col ricorso alle forme liturgiche tradizionali e saper ascoltare i parenti del defunto, aiutandoli ad elaborare il lutto. Nel caso dell'accompagnamento di persone vicine al trapasso, come i malati terminali, occorre trovare forme e modi comprensibili per esprimere la sofferenza, sia del morente, sia dei familiari e dei parenti che lo seguono. Resta ancora molto da fare per entrare in sintonia con un mutamento sociale disorientante.
 
Nadia Grillo

(*) STEFANO MARTELLI

Professore Straordinario in Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi di Palermo, e Docente di Sociologia della Religione presso l'Istituto Universitario "Sr. Orsola Benincasa" di Napoli.
Sulle trasformazioni socio-culturali in atto nella transizione tra modernità e post-modernità ha pubblicato Videosocializzazione. Processi educativi e nuovi media
(a cura di, Franco Angeli, Milano 2001) e il manuale Sociologia dei processi culturali. Lineamenti e prospettive (La Scuola, Brescia 1999).

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