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Morire di lavoro

Le cosiddette morti bianche continuano a colpire la nostra società. Prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro sono valori imprescindibili per il benessere comune.

Luana D’Orazio, la ragazza di soli 22 anni morta lo scorso maggio perché intrappolata in una macchina per la tessitura in cui era stata disinserita la rete di protezione per aumentarne la produttività, ha scosso l’opinione pubblica più di altri incidenti fatali sul lavoro.

Forse perché donna, forse per la sua giovanissima età, Luana suo malgrado è diventata il simbolo di una strage che si perpetra ogni giorno senza soluzione di continuità e che normalmente non fa nemmeno notizia, come se tutto ciò fosse assolutamente inevitabile e rientrasse in una assurda normalità.

I numeri

I dati forniti dall’INAIL sono davvero impietosi: nei primi nove mesi del 2021 le vittime sono state già 910, vale a dire più di tre al giorno e alla fine dell’anno, se il trend rimane invariato, supereranno le 1.000 unità: è come se ogni anno scomparissero tutti gli abitanti di un piccolo comune italiano. Se poi diamo un’occhiata a statistiche più generali vediamo che negli ultimi 10 anni i decessi sul lavoro sono stati più di 15.000.
Si tratta in larga maggioranza di persone di sesso maschile, più esposte a situazioni di pericolo. Si muore precipitando da tetti o da impalcature, per il distacco di un carico pesante, ustionati da fiammate che si sprigionano inaspettate, folgorati dall’alta tensione, soffocati da gas tossici, schiacciati da trattori, investiti da mezzi che si muovono nei cantieri, scivolando in voragini che si aprono all’improvviso… le cause sono molte, a volte imprevedibili, ma per lo più evitabili se solo si usassero maggiori cautele e tutte le protezioni e le norme esistenti.

E non ci dobbiamo dimenticare che dietro ai numeri ci sono nomi e storie. Persone con i loro vissuti e i loro sogni, che magari erano felici perché avevano finalmente ottenuto l’agognato posto di lavoro e con esso la sicurezza economica e la speranza di un futuro migliore. Proprio come Luana, madre di una bimba di due anni, contenta di aver trovato da poco un impiego nell’azienda della provincia di Prato che portava il suo nome “Orditura Luana”, ritenendo questa coincidenza un segno di buon auspicio. Storie di famiglie che si ritrovano improvvisamente sole, spesso con bambini ancora piccoli da crescere, perché le vittime sono in prevalenza ancora relativamente giovani.

Tornando ai numeri, con riferimento ad un dettagliato rapporto dell’INAIL che ha preso in esame i primi sette mesi del 2021, risulta un aumento delle denunce di infortunio e una lieve flessione degli esiti mortali rispetto all’anno precedente (677 casi contro i 716 del 2020), ma rimangono comunque ancora troppo alti. Il calo l’ha registrato l’area dell’industria e dei servizi con un - 10,3%, mentre si è verificato un incremento nel settore agricolo e statale.

È un bollettino di morte che non conosce sosta, inaccettabile per una società evoluta come quella in cui viviamo, “una ferita sociale che lacera il Paese” così l’ha definito il Presidente Sergio Mattarella in occasione della settantesima edizione della Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

Quali le cause?

Gli incidenti accadono, in generale, per una inadeguata valutazione dei rischi e ciò comporta insufficiente manutenzione dei macchinari, scarsa o nulla formazione, omissione dell’applicazione delle norme di sicurezza, per non parlare di quando i sistemi salvavita vengono disattivati intenzionalmente per evitare che si possano fermare e quindi compromettere la produttività come nel caso di Luana e di Laila el Harim, una lavoratrice quarantenne che il 3 agosto nel modenese ha perso la vita in modo analogo, intrappolata in una fustellatrice a cui, per lo stesso motivo, era stato inibito il dispositivo automatico di sicurezza.
Solo in pochi casi si può parlare di “tragica fatalità”, ossia di un evento veramente inatteso e non prevedibile: il più delle volte le morti bianche avrebbero potuto essere ragionevolmente evitate se solo si fossero adottate tutte le misure possibili.

Come garantire una maggiore sicurezza

Diverse sono le azioni che si possono mettere in campo se non per eliminare completamente, almeno per limitare in modo deciso questa drammatica conta, a cominciare da una puntuale ed accurata formazione sia dei lavoratori che degli imprenditori e ad investimenti mirati sull’innovazione delle strutture e delle macchine. Nuove strategie, certamente, che tuttavia non devono prescindere dal rispetto di tutte quelle direttive già previste e spesso disattese.

Il rapporto INAIL dello scorso agosto non ha lasciato indifferente la politica. All’indomani della sua pubblicazione è il Premier stesso Mario Draghi a sollecitare provvedimenti urgenti, mentre il Ministro del Lavoro Andrea Orlando ha affermato che “le norme prevedranno sanzioni più tempestive per imprese che non rispettano le regole, possibilità di raccogliere più facilmente i dati per chi compie violazioni all'interno del tessuto economico e il potenziamento delle strutture di controllo". Un obiettivo che può essere raggiunto con l’assunzione di un cospicuo numero di ispettori e con la creazione di una banca unica delle sanzioni in modo da poter incrociare agevolmente i dati e coordinare al meglio le ispezioni.

In prima linea, ovviamente, i sindacati scesi in piazza anche lo scorso 13 novembre per tutelare i lavoratori del settore edilizio e dove, per ricordare le tante vittime, hanno inscenato un cimitero costituito da croci bianche, sormontate da caschetti gialli e rose rosse. Il mondo sindacale denuncia che l’Italia è una delle pochissime nazioni dell’Unione Europea prive di una strategia nazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro. Per questo hanno stilato un “patto per la salute” con la richiesta di una patente a punti per le imprese e la possibilità di pensionamento anticipato per quei lavoratori over 60 costretti ancora ad operare in situazioni di pericolo, come su tralicci o ponteggi.
Un’altra proposta dei sindacati è che si introduca nel codice penale l’aggravante di infortunio mortale sul lavoro (ora viene contestato solo l’omicidio colposo), qualora l’imprenditore abbia scientemente risparmiato sui sistemi di protezione o, più in generale, eluso le regole mettendo a rischio la vita degli operai.

Qual è la situazione in Europa?

Come ci si può aspettare, in cima alla classifica dei virtuosi svettano i Paesi del nord Europa che sono stati capaci di ridurre in maniera sensibile il numero di incidenti e di morti. Le cifre non mentono: mentre in Italia perdono la vita 2,6 lavoratori ogni 100.000, nei Paesi Bassi sono lo 0,7, in Germania l’1,11 e l’1,21 in Svezia, con una media europea che si attesta al 2,2.

Maglia nera la Romania dove le morti bianche coinvolgono 6 lavoratori ogni 100.000. Più in generale, si può affermare che i dislivelli socio-economici che intercorrono fra gli Stati del nord, del sud e dell’est Europa, si riflettono immancabilmente anche sulla sicurezza dei lavoratori e conseguentemente sul numero delle vittime di incidenti in ambito lavorativo.

Anche l’Unione Europea ha a cuore il problema e recentemente è stato implementato un piano strategico, a far data da giugno 2021 fino al 2027, per migliorare le condizioni di salute e di sicurezza dei suoi quasi 170 milioni di lavoratori. Il progetto prevede azioni concrete di prevenzione, come ad esempio porre limiti più stringenti per l’esposizione a sostanze tossiche, la promozione di una cultura della consapevolezza e di iniziative di formazione, un monitoraggio costante dei luoghi più a rischio, il miglioramento della raccolta dei dati sugli infortuni e sulle malattie professionali con un’analisi approfondita delle cause che li hanno provocati.

Questo e tanto altro per poter un giorno tradurre in realtà lo slogan “zero vittime” lanciato dal Commissario europeo per l’occupazione e i diritti sociali, Nicolas Schmit. È una questione di rispetto e di civiltà che non può più essere rimandata.
 
Raffaella Segantin

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