Tra il mondo dei vivi e l'aldilà

Il rito è la risposta ad un bisogno che da sempre accompagna il cammino dell’essere umano. Si tratta dunque di una invariante antropologica, del modo naturale e ingenuo con cui l’essere umano prende coscienza e sancisce cambiamenti della sua vita personale o del corpo sociale. Dimostra la connaturalità della dimensione rituale all’essere umano il fatto che, anche nella attuale società secolarizzata, si continuano a richiedere e a produrre riti anche nel superamento di una tradizionale immagine di trascendenza. Anche al di fuori di un orizzonte religioso, permane il “significato sacro” che conforma nel rito un sentimento ad un bisogno collettivo, verso una catarsi ed una elaborazione personale e sociale dell’accaduto.
In Italia il rito del commiato cattolico, benché ancora celebrato nella maggioranza dei casi, viene scelto in molte occasioni per consuetudine o per mancanza di alternative. Negli ultimi decenni le mutate circostanze economiche, sociali, storiche, politiche, etiche, religiose e scientifiche hanno modificato i parametri culturali e gli universi simbolici di riferimento, estromettendo la dimensione del morire dalle nostre coscienze, oltre che dalle nostre case. Se pensiamo che fino alla prima metà del secolo scorso si moriva prevalentemente in casa e l’avvicinarsi della morte era vissuto come un evento dinamico, trasformativo e socialmente condiviso, il fatto che oggi la morte intervenga in ospedale per oltre l’80% dei casi in Italia, è un dato che misura un radicale mutamento nello scenario sociale. All’abbondanza dei gesti e delle azioni rituali intorno al morto e al morente, espresse in un catalogo di ampie variazioni regionali e riti di origine remota e pagana, non si è sostituito un analogo libretto di cerimonie laiche, ma piuttosto un vuoto simbolico, così che quegli atti attraverso i quali persino i bambini familiarizzavano e interiorizzavano l’amara certezza della fine, non hanno ancora trovato un’alternativa efficace per esorcizzare la morte e per reintegrarla nel ciclo della vita, riconsegnando i dolenti pacificati alla ripresa delle attività quotidiane.
A differenza del nostro Paese, in cui il rituale laico è di recente introduzione e in cui esistono pochi esempi di case funerarie, nel resto d’Europa le sale per il commiato sono ritenute da tempo necessarie per far fronte alle esigenze di una società dalla composizione multietnica. Si tratta di luoghi privi di qualsiasi connotazione religiosa, dignitosi, evocativi ed intimi dove quel gesto di estremo saluto, se pur breve, può essere caricato del suo antico significato sociale. Il rito del commiato funge da involucro del cordoglio, sospende il tempo ordinario, il fluire quotidiano degli eventi, e mette i dolenti di fronte alla possibilità di esprimere il proprio dolore nel modo che si ritiene essere il più adeguato e solenne. Anche laddove non vi siano risposte religiose o convinzioni di fede di fronte alla morte, l’espressione personale e collettiva del dolore viene resa possibile e strutturata in una presa di coscienza dei limiti dell’esistenza umana. Si evidenzia così la necessità di trasformare il dolore in rito, con una cerimonia che possa commemorare la persona quale era in vita, in una adesione alla sua personalità individuale come si addice ad una società individualizzata che rifiuta anche nell’ultimo saluto la tradizionale omologazione del rito o vi sovrappone gesti e momenti privati in cui salutare i congiunti con le modalità che si ritengono più idonee. Tuttavia, l’attuale destrutturazione del rito tradizionale introduce una sequenza di ritmi fisici ed emotivi talmente accelerata da privare quasi la persona del tempo fisiologico necessario per arrivare ad accettare la scomparsa definitiva del proprio caro o comunque per ristrutturare un nuovo equilibrio psico-emotivo di fronte al cambiamento determinato dal lutto.
Mentre si cerca di fare aderire il rito alla personalità del defunto, un percorso certamente individuale è quello dell’elaborazione del lutto da parte dei dolenti. Incentivi per intraprendere questo cammino interiore devono provenire anche dall’architettura, attraverso una generale atmosfera di dignità e di eleganza, che non abbia veli di trascuratezza e che sappia altrettanto veicolare un senso. La rielaborazione emotiva del lutto prevede fasi successive che, partendo dalla negazione della perdita e passando attraverso uno stato di accettazione in cui la morte viene ammessa, conduce infine alla reale separazione e al saluto definitivo. Questo percorso prevede stati emotivi intensi e contrastanti, comunque fondamentali al fine di maturare un nuovo equilibrio psichico e comportamentale attraverso un reale contatto emotivo con i più profondi strati del ricordo e del dolore.
L’individuazione dell’architettura dedicata allo svolgimento dei riti funebri deriva da studi effettuati in ambito antropologico e da considerazioni di carattere psicologico. Troviamo in questi tre passaggi una convincente macro-suddivisione della ritualità funebre:
  • Riti di separazione o preliminari che riguardano la preparazione del corpo del defunto, con i procedimenti di trasporto e composizione del corpo. Tali riti, che nella nostra società sono spesso stati ostracizzati dalla dimensione rituale per essere inglobati nella medicina, avevano parte importante nella società tradizionale nell’agevolare il distacco con i defunti. Nella cultura musulmana, il contatto più alto con il defunto, quello fisico, è riservato ai parenti più prossimi, ai soli familiari, quasi a definire una gerarchia dei gesti corrispondente alla gerarchia delle situazioni affettive.    
  • Riti di margine o liminari che riguardano la permanenza del feretro nel luogo adibito a camera ardente, la preghiera al defunto prima che avvenga la sepoltura o la cremazione. Questo momento di sospensione o di margine introduce in pienezza la dimensione spirituale del rito, quasi sospeso tra due mondi: da una parte un ambito visibile, nel quale si può vedere e toccare il feretro, che fa parte dell’esperienza sensoriale, dall’altra un ambito invisibile, non percepibile tramite i sensi, un confine presso il quale ci si ferma e si attende di ricominciare ad agire in modo differente.
  • Riti di aggregazione o postliminari che riguardano le preghiere dopo la sepoltura o la cremazione, le diverse espressioni di condoglianza, il periodo del lutto, i momenti che seguono il funerale, la chiusura del lutto e le commemorazioni. Tali riti hanno la funzione di rinsaldare il legame che tiene uniti tutti i membri della società e, a volte, anche il defunto, dopo la “rottura di relazione” avvenuta nei confronti di chi resta e, solo in seguito, di reintegrare i vivi in società.
Il Progetto
La zona di progetto è collocata all’interno della fascia di rispetto cimiteriale della Certosa di Bologna che rappresenta da un punto di vista storico e artistico uno dei monumenti più importanti della città. Dell’importanza straordinaria del sito si è tuttavia persa la pubblica consapevolezza e l’apprezzamento dell’architettura del luogo rimane circoscritto agli ambienti più attenti della ricerca storico-artistica. Inoltre, la rimozione del tema della morte dalla sensibilità contemporanea fa della Certosa un luogo di cui si preferisce parlare poco o nulla, quasi una sorta di non-luogo nella topografia cittadina. A tal proposito, il progetto per la sala del commiato deve instaurare un dialogo con il Cimitero della Certosa, rendendosi riconoscibile e degno di nota per la spiccata qualità architettonica in modo da essere anche elemento di riqualificazione dell’intera zona di prossimità sul Canale Navile.
Le linee guida del progetto seguono le direttrici dell’area imposte dal percorso del Canale, dalla vegetazione, dagli assi viari veicolari, dalla pista ciclo-pedonale e naturalmente dagli immobili preesistenti. Si è scelto di privilegiare l’asse visuale verso le colline bolognesi e, in particolare, verso il Colle della Guardia e la Basilica di San Luca, posti a sud-ovest del centro storico di Bologna. Si ricorre ad un repertorio di forme pure e semplici, con proporzioni basse, in modo da non creare una discontinuità sull’intero fronte e con gli edifici attigui. L’accesso pubblico alla struttura per il commiato è posto sul lato antistante l’ingresso del Ghisello. Si tratta di un ingresso esclusivamente pedonale, raggiungibile dal parcheggio percorrendo la pista ciclo-pedonale esistente e un passaggio, illuminato con luce zenitale, che scavalca il Canale Navile. Il corpo principale dell’edificio è in cemento bianco e ben si distingue, anche per la volumetria, dalla galleria di accesso, realizzata in cemento grezzo e di altezza maggiore rispetto al resto del fabbricato grazie alla presenza del camino di luce.
La distribuzione interna è lineare, le direttrici nette ed i percorsi chiari. La progressione in pianta simboleggia una certa gradualità nel passaggio/trapasso dalla dimensione terrena a quella ultraterrena. Per adempiere a tutte le procedure successive al decesso, la struttura del commiato, volta a riservare uno spazio ai familiari e agli amici per l’ultimo saluto ai defunti, prevede diverse aree funzionali, ciascuna delle quali individuata per rendere possibile e per agevolare lo svolgimento delle attività che ciascuna fase comporta.
La struttura funeraria si articola in due livelli; i diversi spazi sono stati dislocati all’interno dell’edificio in modo da mantenere nettamente separate le funzioni prettamente tecniche da quelle spirituali, affinché le diverse attività possano coesistere senza risultare di impedimento le une alle altre e permettendo l’esistenza di un flusso continuo ad entrambi i livelli. Il concetto di morte è presente dunque nella sua dualità: una morte concreta, scientifica che trova materializzazione nel deposito del feretro e negli spazi per la tanatoprassi, e una morte come saluto e cordoglio, spiccato momento emotivo connesso alla perdita del defunto e alla sua commemorazione individuale e comunitaria.
Al piano interrato sono collocati i locali tecnici per il deposito temporaneo dei feretri, il deposito delle urne cinerarie, la cabina di regia, la guardiola, l’archivio, il magazzino, gli spogliatoi e i servizi per il personale e per il cerimoniere.
Al piano terreno sono invece presenti tre sale. Ciascuna di esse è studiata e curata nel dettaglio per guidare il singolo e la comunità all’accettazione del lutto e all’esaltazione del ricordo del defunto a livello affettivo e sul piano sensoriale. La Camera Mortuaria è il luogo dedicato alla veglia funebre nel momento di esposizione del feretro, durante il quale la collettività viene proiettata in un “tempo altro” che è quello della riflessione e della reazione. La Sala del Commiato rappresenta invece il luogo in cui si celebrano i riti dell’addio e si concede ai dolenti di rivolgere l’estremo saluto al defunto. Infine, la Sala della Memoria è il luogo dedicato al culto della memoria, alle eventuali commemorazioni funebri post-mortem o alla riflessione e alla consegna ai familiari dell’urna contenente le ceneri dell’estinto. Inoltre vi è una hall di ingresso per l’accoglienza del corteo funebre, uno spazio dedicato all’attesa prima dell’inizio delle funzioni, un ufficio per il personale, nonché i servizi per l’utenza.
Ogni sala rappresenta un punto di partenza e un punto d’arrivo nell’elaborazione della perdita di un proprio congiunto, è lo spazio corrispondente ad un itinerario psicologico che inizia, si sviluppa e si conclude: un percorso quindi, scandito dalle tappe del rito della celebrazione delle esequie e di quello della memoria. Un ruolo preponderante nell’ambito del progetto gioca senza dubbio la percezione. Senza cedere alla simbologia tradizionale essa è costituita da elementi caratterizzanti lo spazio che rappresentano richiami alla tradizionale prassi funeraria più condivisa sul piano socio-culturale.

Etienne Louis Boulleé scriveva nel 1780 in Necromikon, tratto dalla sua opera Essai sur l’Art: “Tutti conoscono l’effetto dei corpi davanti alla luce; ne risulta che, come è noto, le ombre offrono l’immagine dei corpi. Io volevo un insieme composto dall’effetto delle ombre. Per raggiungere questo io mi figurai che la luce (come avevo osservato in natura) mi restituisse ciò che la mia immagine produceva. Così ho proceduto quando mi sono applicato alla costruzione di una nuova architettura. Forse mi sbaglio, ma credo che ci si possa attendere molto da un procedimento di questo tipo; per dare i caratteri più convenienti ai monumenti funerari”. Proprio questo è stato l’espediente usato per ricreare una dimensione familiare. Nella copertura dell’edificio abbiamo voluto riproporre in termini architettonici la percezione accogliente e confortante di un viale alberato che i cortei funebri di un tempo erano soliti percorrere. Tra l’astrazione dei rami, vorremmo apparisse un’atmosfera raccolta, silenziosa, pacifica, quasi poetica. Da vicino questo cielo di rami tra i quali filtra la luce altro non è che un gomitolo di snelli elementi metallici, un groviglio di fili, una ramificazione di travi e pilastri in acciaio che sorreggono tutta la copertura. Non a caso, poi, l’albero è comune in tutte le tradizioni religiose: esso è elemento simbolico universale, presente sui tre livelli - Cielo, Terra e Inferi - collegando con le sue radici la morte, la vita terrena con il tronco, la vita futura (spirituale) con le foglie.
Unendo il cielo alla terra, l’albero si “radica” in alto e in basso, affondando come radici i propri rami nell’etere, congiungendo così il mondo luminoso della coscienza a quello oscuro e sotterraneo dell’inconscio, quello della vita terrena a quello dell’aldilà. Nutrendosi sia dell’immateriale celeste che del materiale terrestre, l’albero fa poesia della vita biologica e del ciclo di vite e di morti che, quasi immutabile, contempla. Questa vitale mediazione fra mondi opposti reca con sé l’aspirazione ad un cammino di crescita e di evoluzione e la consapevolezza intuitiva di una ciclicità: il tenero germoglio nutrito da una potenza sacra diviene albero fino a farsi asse del mondo, si manifesta nel cosmo e si irradia in ogni parte di esso, rappresentazione vivente del centro e della totalità. Epifania dal sacro che nasce dalla terra o cammino iniziatico dell’anima, queste eterne celebrazioni si uniscono ad un’altra potente risonanza simbolica: attraverso l’immagine dell’albero che continuamente si rinnova e rinasce, prendendo alimento da una sorgente sacra al centro del mondo, l’umanità ha modellato e dato corpo a una delle sue più profonde aspirazioni: l’incessante anelito alla rinascita ed il perenne rinnovarsi della vita, la propria centralità nel cosmo.
La luce all’interno dell’edificio muta in continuazione, a seconda dell’ora del giorno e del diverso periodo dell’anno, in una vera e propria negazione/esaltazione dello spazio, che vive della vita del cosmo, innestato nell’ordine universale. Per rafforzare la metafora dell’elemento naturale e la sua trasposizione in elemento architettonico sono stati introdotti dei supporti, anch’essi in acciaio, conformati a tronco d’albero, astratto e geometrizzato, non banalmente ricostruito. La luce si insinua in modo deciso all’interno delle diverse sale per illuminare naturalmente il feretro e per creare un’atmosfera magica nel momento del raccoglimento e del ricordo, pur sempre mantenendo un rapporto costante e diretto con l’esterno. La luce è forte e direzionata, in alcuni casi anche zenitale, le fenditure presenti sulla massiccia muratura perimetrale intaccano la continuità del materiale, creando scompiglio e richiamando quel senso di smarrimento tipico in chi ha perso un proprio congiunto. All’interno la Sala della Veglia è caratterizzata da una forte alternanza tra luce e ombra; il rapporto tra interno ed esterno viene enfatizzato dalla successione continua di pieni e vuoti. Le grandi vetrate delle sale si aprono su uno spazio verde per consentire ai fruitori di rimanere in costante contatto con la natura. In esso è presente uno specchio d’acqua che si spinge fino all’interno dell’architettura. Anche l’acqua si carica di un significato simbolico: essa è contemporaneamente “arché” di vita e di morte, simbolo di nascita, rinascita, purificazione dell’anima e della parte più profonda della personalità di ciascun essere, quella individualità che tanto si vuole esaltare nel rito della memoria; essa dunque riassume in sé l’ambivalenza dei simboli che arricchisce ogni elemento del progetto. Il riverbero provocato dalla presenza di una lama d’acqua all’interno della Sala del Commiato e della Sala della Memoria rende l’ambiente trascendentale, smorza l’effetto tagliente della luce e modula lo spazio conferendo ai paramenti murari maggiore morbidezza.
Sul fronte prospiciente l’ingresso del Ghisello al Cimitero Monumentale della Certosa si trova un melograno, visibile anche dall’interno della struttura. Il melograno è un albero leggendario di antica tradizione, sinonimo da millenni della fertilità per tutte le culture che si sono lasciate sedurre dai suoi frutti, espressione dell’esuberanza della vita. In molte culture cibarsi di una melagrana è un atto rituale connesso al passaggio tra vita e morte, fertilità e nascita: nei miti greci l’assaggiare una melagrana impediva al malcapitato disceso nell’Ade di tornare tra i vivi, nell’arte copta il melograno era simbolo di risurrezione, e i pittori del XV e XVI secolo talvolta rappresentavano Gesù Bambino con una melagrana in mano, alludendo alla nuova vita donataci da Cristo; per il colore del suo succo è simbolo anticipatore della passione e del martirio e, in accordo con il Corano, esso cresce nel giardino del Paradiso. Più spesso, come anche in questo specifico caso, si identifica il melograno con l’albero della vita. L’accoglienza dei dolenti davanti alle sale costituisce un aspetto di particolare importanza quale momento cruciale che scandisce il passaggio da una dimensione ad un’altra. Il feretro è trasportato direttamente nelle sale dal piano interrato, attraverso l’utilizzo di due montacarichi. La diversificazione dei percorsi per il defunto e per i dolenti sancisce un cambiamento irreversibile, una soglia, un confine, un limen tra mondo dei vivi e aldilà.
Nella Sala della Veglia e nella Sala del Commiato il feretro è localizzato in posizione centrale e i dolenti sono raccolti attorno ad esso, quasi ad abbracciarlo per l’ultima volta. Diversamente, nella Sala della Memoria la disposizione delle sedute è frontale rispetto al cerimoniere e al feretro, la distanza fisica tra i diversi partecipanti al rito è maggiore in quanto il processo di distacco dal defunto è ormai giunto al termine. Il cerimoniere occupa sempre una posizione sopraelevata, collocata a fianco dell’uscita predisposta esclusivamente per il feretro. Gli arredi delle sale sono semplici nei materiali e nei colori (travertino e taglio di sega scuro), dalle linee essenziali, mobili e facilmente adattabili.
La casa funeraria non è e non deve per forza essere un luogo angusto, spoglio, anonimo, per essere ritenuto idoneo allo svolgimento delle celebrazioni dei riti per il commiato; al contrario all’interno di esso deve essere possibile ricreare attraverso luci, immagini, musiche e oggetti il ricordo che ogni singola persona possiede del defunto nel tentativo di agevolare l’elaborazione del lutto e, quindi, il distacco definitivo dal caro estinto mantenendone viva la memoria. L’intento è stato quello di ricreare all’interno della sala del commiato una dimensione dignitosa, carica di connotazioni umane ed umanizzanti, nel pieno rispetto della memoria del defunto e degli stati d’animo e dei sentimenti dei dolenti. Da qui nasce la convinzione che l’architettura debba essere in grado di accompagnare il defunto, passo dopo passo, nell’ultimo viaggio verso l’aldilà e guidare i dolenti nell’esperienza del saluto al proprio caro tramite elementi e passaggi simbolici ed evocativi perché, in ultima analisi, l’architettura è nata sulle tombe, ed è nata come controcanto rispetto al carattere perituro dell’uomo per cantarne, nella dimensione costruttiva, la vocazione eterna.

 
Veronica Caselli


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