Miti e riti dell'antica Roma

Il rituale funebre presso i Romani e la leggenda di Orco.

Quando si parla di religione si pensa immediatamente al legame di dipendenza tra l’uomo e una o più potenze superiori. In realtà il termine religione indica qualcosa di molto più complesso in cui il rito diviene il mezzo dell’uomo per elevarsi ed avvicinarsi a Dio. Ogni popolo ha costruito la propria esistenza tramite la religione e la ritualità, in cui il rapporto uomo-dio non era mai paritario e la divinità era spesso temuta e servita tramite offerte a decorrenza prestabilita.

Dal punto di vista storico-antropologico i Romani rappresentano un popolo molto interessante; hanno risentito degli influssi mutuati dalle popolazioni sottomesse elaborando un concetto di religione non unitario e differente dalle etnie che li hanno preceduti. L’impero Romano si è espanso su di un territorio vastissimo,  acquisendo terre e culture spesso molto diverse, distinguendosi per non avere mai imposto nettamente il proprio culto, lasciando per lo più libertà agli autoctoni di praticare le proprie credenze.
Pur rispettando gli dei, la religiosità dei Romani era svincolata dal rapporto di cieca ed assoluta sottomissione: pregavano e compievano i riti per mantenere la pace tra gli uomini e gli dei e per soddisfare le necessità legate alla casa, alla famiglia, al raccolto ed alla guerra, mantenendo sempre una relazione di reciproco scambio. Il rapporto con la sfera divina aveva le caratteristiche di un contratto: ogni azione rituale ed evocativa doveva essere ripagata con il soddisfacimento dell’invocazione.

Il culto dei morti era uno dei più importanti nell’ambito della società romana. Il rito funebre era un dovere imprescindibile poiché rispondeva al compito fondamentale di accompagnare l’anima del defunto che altrimenti non avrebbe trovato pace. In questo caso le conseguenze più gravi sarebbero state per i vivi, più che per il defunto stesso.

I rituali di purificazione

I morti venivano vestiti con la toga bianca dopo essere stati lavati e cosparsi di olio. I rituali di purificazione ed unzione hanno un retaggio molto antico e con ogni probabilità sono stati acquisiti grazie all’influsso culturale appreso dai popoli colonizzati. Si tratta, infatti, di un elemento simbolico spesso presente in molte tradizioni antiche che si sono tramandante nei secoli. Gli Egizi ed i Greci usavano assiduamente l’olio per le attività connesse al culto dei morti. A Roma, inoltre, all’ulivo veniva attribuito particolare valore, spesso era considerato moneta di scambio, e le sue foglie venivano intrecciate nelle corone degli eroi come simbolo di gloria. Successivamente il Cristianesimo acquisisce a sua volta molte modalità antiche, tanto che l’estrema unzione diventa un vero e proprio sacramento, amministrato dal sacerdote con l’olio santo, anche ai malati gravi, che ricevono il sollievo ed il conforto necessari per vincere le insidie del demonio e morire serenamente nella grazia di Dio.

I riti sacrificali

A Roma l’idea di rito, inteso come insieme di gesti ed azioni legato alla religiosità oppure al culto del defunto, era disciplinato da leggi precise, espressione massima della religio. Uno dei più interessanti è quello sacrificale: al termine della funzione religiosa il defunto veniva cremato, le sue ossa lavate con vino e latte e riposte nel sepolcro che doveva essere purificato con il sacrificio di un animale. Il rito tradizionale romano, o jus sacrum non poteva essere mutato per nessun motivo e andava eseguito alla perfezione per non  alterare il rapporto con la divinità. Un’infrazione, anche se non voluta, creava un piaculum e cioè una condizione di impurità che poteva essere espiata solo con un altro sacrificio. In caso di un piaculum volontario invece, il colpevole era soggetto alla punizione divina e rifuggito dagli uomini quasi come fosse un appestato. Prima di sacrificare un animale agli dei, veniva considerata l’età, il sesso, il colore del pelo o della pelle e la perfezione fisica. Le vittime scelte venivano sempre separate dal gregge per non essere contaminate.
Il tema della contaminazione è ricorrente nella civiltà romana. Prima della pratica dei riti veniva eseguita la purificazione del corpo con il lavaggio delle mani e dei piedi, il sepolcro doveva essere a sua volta purificato prima di accogliere le spoglie, ed ogni animale prima del sacrificio doveva essere cosparso con mola salsa ovvero un impasto di farro e sale che aveva la capacità di separare l’animale dal mondo profano.

La leggenda di Orco

Non è un mistero che la religio romana maturi negli anni grazie all’influsso del mondo greco. Vengono acquisite divinità che si ripetono con nomi diversi ma con caratteristiche identiche. Tra tutte però rimane una eccezione: il dio dei morti. Tutti conoscono Plutone e sue similitudini con Ade, la divinità greca, ma pochi conoscono l’esistenza di Orco.
Orco è il dio dei morti del culto romano più antico, antecedente a Plutone. La sua origine è con ogni probabilità di derivazione etrusca. Il culto di Orco era praticato soprattutto nelle zone rurali, e negli anni è entrato nella tradizione folkloristica, avvolto da un’aura di mistero. Orco era una divinità antropomorfa, gigantesco con una folta barba, accoglieva le anime dei defunti in un mondo cupo e senza luce, popolato da demoni e senza possibilità di riscatto. Orco rappresenta la paura archetipica degli uomini associata alla morte ed è un personaggio grezzo e rude.
Con l’avvento di Plutone Orco è stato dimenticato nella sua connotazione di divinità dell’oltretomba, ma è rimasto per sempre nella leggenda passando attraverso i secoli, ispirando storie fantastiche ed entrando a far parte delle fiabe di tutto il mondo.
 
Miranda Nera


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