Mike Bongiorno non può morire!

La vita reale di Mike Bongiorno è tutt’uno con la sua vita televisiva al punto che non si riesce quasi a credere che egli avesse una esistenza al di fuori dello schermo. A meno che non fosse sempre seguito da una telecamera anche in bagno. E chi ha una vita che coincide con le sue immagini è considerato immortale, secondo il principio che il sociologo Zygmunt Bauman (“Il teatro dell’immortalità”, Il Mulino, Bologna) ha chiamato “decostruzione dell’immortalità” ponendolo alla base della strategia verso la morte della post-modernità nella quale viviamo. Il principio consiste nel far sparire la morte rendendola reversibile: se Mike è la sua immagine, morendo scomparirà; ma proiettando nuovamente questa immagine in una delle tante versioni a disposizione, tornerà. Mike è quindi immortale. Purtroppo era stato a tal punto identificato con le sue trasmissioni televisive che non poteva morire: il che spiega perché, quando veramente è morto e la distinzione tra la sua visione immortale e quella in carne ed ossa è riapparsa, tutte le televisioni si sono riempite ossessivamente delle sue immagini per una giornata intera, quasi a voler ripristinare a tutti i costi l’identificazione tra il Mike morto e quello che non poteva morire. Ma l’operazione non è riuscita perché non può riuscire. E, come dice Bauman, “decostruita, l’immortalità rivela il suo unico segreto: la mortalità”. Significa che si può ritenere reversibile la morte di Mike in quanto immagine (e Mike si può ritenere immortale) perché essa è effimera e mortale (si può far sparire perché così come si crea così si può distruggere).
Trasformandoci in immagini possiamo diventare immortali (perché le immagini si possono riprodurre all’infinito), ma trasformarsi in immagini significa disincarnarsi, cioè morire. La decostruzione dell’immortalità operata attraverso la trasformazione negli esseri viventi in immagini non funziona perché ci fa morire come esseri biologici e rinascere come “prodotti” delle “macchine produttrici di immagini”. Ma nel passaggio alla morte dell’essere biologico ci si può trasformare solo nella diversa materialità delle immagini restando così pur sempre esseri materiali? Oppure ciò che di noi va oltre noi stessi nella morte (ciò che siamo per gli altri che restano) più che essere il prodotto della nostra immaginazione, che come un televisore ha trasformato chi non c’è più in qualcosa di reversibile e quindi immortale – mortale nella nostra testa, è qualcosa di veramente immortale, non perché è reversibile come ciò che ci creiamo con la nostra immaginazione, ma perché è qualcosa di “spirituale” che non partecipa della caducità di ciò che è materiale?
Voglio dire che di Mike Bongiorno (come di qualunque altro essere umano) potrebbero essere immortali, più che le immagini che la televisione riproduce, le tracce che inevitabilmente ha lasciato in coloro che sono venuti a contatto con lui e che loro malgrado continueranno a vivere con queste sue tracce tramandandole a coloro che alla loro morte vivranno a loro volta con le loro tracce. Tracce di tracce: ecco la nostra possibile immortalità!
 
Francesco Campione

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