Mettersi nei panni dei morti

Nell'assistenza alle persone in lutto si incontra spesso l'esigenza di "capire" come il morto, se potesse esprimersi, vorrebbe che ci comportassimo in una data circostanza o cosa vorrebbe che facessimo. Sorge allora il problema di interpretare le intenzioni di chi ci ha lasciato e si prospetta l'esigenza di mettersi nei suoi panni. Ovviamente l'operazione può essere facilitata quando il defunto ha dettato in vita le proprie volontà. Ma anche in questo caso potrebbero esistere margini di ambiguità che lasciano spazio a diverse interpretazioni, senza considerare il fatto che noi vorremmo sapere come la pensa il morto "da morto" e non come la pensava "da vivo". Ci si pongono quindi due domande fondamentali: esistono differenze tra il mettersi nei panni di un morto e il mettersi nei panni di un vivo? Ci si può mettere nei panni di un morto?
La prima e fondamentale differenza tra l'interpretare i voleri di un morto e quelli di un vivo è legata al fatto che qualunque sia il metodo utilizzato per raggiungere l'obiettivo di "capire" le intenzioni dell'altro, nel caso del morto non è possibile compiere quelle verifiche che invece restano sempre praticabili nel caso dei vivi.
Un semplice esempio tratto dalla clinica chiarisce questo punto.
Una signora a cui è morto un figlio dice: "Se accetto di continuare a vivere tradisco mio figlio che era tutta la mia vita e l'unico suo senso. Se mi uccido tradisco me stessa e tutto ciò che avevo insegnato a mio figlio, soprattutto l'esortazione a lottare sempre in qualunque circostanza. È lui che dovrebbe dirmelo, ma lui non c'è più e non glielo posso chiedere: come faccio a capirlo?". In sostanza, se ti chiedi cosa vorrebbe da te un vivo puoi chiederglielo o provare a capirlo e poi verificare la correttezza dell'interpretazione sulla base del comportamento che ne seguirà. Se te lo chiedi di un morto non puoi fare alcuna verifica a posteriori.
In secondo luogo, ci si può mettere nei panni di qualcuno se esso esiste, se cioè ha "panni" (cioè identità, desideri, volontà, opinioni, ...) e se c'è una qualche sorta di "commensurabilità" o "somiglianza" tra i panni di questo e i propri. Ma il morto esiste? E c'è qualcosa che accomuna un vivo ad un morto al punto da far ipotizzare una "prospettiva della morte" da cui "provare" a guardare le cose?
Quanto all'esistenza, si può dire che il morto:
a) esiste "in sé", cioè in quanto materia organica che si trasforma e che come tale non ha "panni" (identità, desideri, volontà, opinioni, intenzioni, ...) e quindi non si può chiedere a lui cosa fare o cosa pensare o come atteggiarsi in una data circostanza;
b) non esiste "per sé", cioè in quanto soggetto autonomo e quindi non gli si può chiedere alcunché né può essere oggetto di comprensione o di interpretazione;
c) esiste "per altri", cioè nella prospettiva della comprensione o della affettività altrui, e gli si può chiedere qualsiasi cosa, ma in definitiva è a se stessi che la si sta chiedendo.
Stando così le cose l'empatia verso un morto sembra destinata ad uno scacco totale, a meno che non ci si accontenti di quegli escamotage a cui solitamente si ricorre per darsi una risposta su ciò che il morto vorrebbe che facessimo. Mi riferisco a quando per conoscere i desideri del nostro caro morto ci riferiamo a cosa aveva voluto da vivo in una circostanza simile, ma siamo sempre noi che decidiamo quanto pertinente sia la situazione a cui ci riferiamo e quanto sia simile alla circostanza attuale. Oppure a quando, non accontentandoci di una risposta indiretta che è pur sempre una risposta che ci diamo da noi, "immaginiamo" o ci convinciamo che il morto sia vivo da qualche altra parte e che gli si possa parlare per avere le risposte di cui abbiamo bisogno. Ma anche in questi casi esistono morti che parlano e morti che non parlano, morti che parlano chiaro e morti che parlano in modo enigmatico o in modo ambiguo, o morti che parlano per un po' e poi smettono di parlare.
Potrebbe allora avere ragione Sartre quando afferma che "essere morti significa essere nelle mani degli altri" e dovremmo rassegnarci a considerare che interrogare i morti e volerli capire per avere certe risposte di cui in certi momenti solo loro ci sembrano i depositari è sempre qualcosa di paradossale perché le domande che facciamo ai morti le facciamo sempre a noi stessi in quanto l'unico loro modo di esistere è quello di esistere attraverso di noi, "per altri" appunto.
A meno che il "per altri" dell'esistenza dei morti non sia né qualcosa che attiene al loro essere, né qualcosa che attiene al loro non essere. In altri termini, se esistere "per altri" significasse "riguardare" qualcuno altro senza "appartenergli", l'essere dei morti non sarebbe né un "esserci" né un "non esserci". Sarebbe un essere senza un "luogo" proprio, senza una esistenza autonoma, ma non sarebbe un "non essere" bensì l'essere "per" di chi lo ospita in sé.
Tornando alla madre del nostro esempio, quello che conta è il desiderio che il figlio morto risponda alla sua domanda e non il contenuto della domanda stessa o il fatto che egli effettivamente risponda o meno. È questo desiderio che rende sensata la domanda, non la sua razionalità logica. La madre può porre una domanda al figlio morto, non perché egli è vivo come lei da qualche parte o perché può immaginare "conoscendolo" e condividendone sensibilità e modi di ragionare come avrebbe risposto, ma perché lei continua ad amarlo nonostante il fatto che egli non possa più risponderle e perché il suo desiderio del figlio non dipende dall'essere questi presente in carne ed ossa! Se l'amore per il figlio deriva dal suo esistere, questa domanda sarà insensata; se invece l'esistenza del figlio deriva dall'amore che nutre per lui questa domanda sarà l'unica domanda sensata, una domanda che non ha bisogno di risposta per acquistare senso!
In sintesi, mettersi nei panni dei morti è possibile solo per chi vive "per" loro, cioè per chi può continuare a fare loro domande pur sapendo che essi non potranno rispondere.
Ma "mettersi nei panni" significa tutt'altra cosa che "capire", interpretare, sapere cosa vorrebbero da noi. Significa fare "per" loro (che non possono più farlo) l'unica cosa che può interessare ad un morto, che qualcuno si rivolga loro, che faccia loro qualche domanda senza aspettarsi risposta, che lo sostituisca in ciò che non può fare senza togliergli l'alterità, come farebbe se riuscisse ad immaginarsi o ad "udire" da qualche parte le risposte giuste.
E se noi vivi volessimo tutti, dato che non possiamo evitare di morire, che almeno qualcuno ci desideri da morti al punto da continuare a farci domande pur sapendo che non risponderemo, ci ospiti a casa sua facendo per noi ciò che si fa per gli ospiti, ci chiami pur sapendo che non ci presenteremo, ci consenta di sfuggire al non essere continuando ad essere desiderati da altri?
 
Francesco Campione


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