Meravigliose feste funebri e rituali della comunità nigeriana torinese

Nel mio biennale peregrinare tra le comunità africane di Torino dalla fine del 1995 alla fine del 1997 mi trovai in quasi tutte le situazioni che avrebbero potuto verificarsi. Penetrai in tutti gli ambienti, visitai le abitazioni più diverse, dalle topaie da vero extracomunitario D.O.C. agli alloggi signorili di artisti africani in trasferta.

Mi ritrovai a mangiare nelle più fetide trattorie come nei ristoranti da "Guida a cinque stelle della cucina esotica in Italia". Ovviamente avevo sempre con me l'apparecchio fotografico. L'obiettivo era preciso: documentare con fotografie di reportage, ma caratterizzate da un taglio artistico, quanto più possibile della vita africana immigrata in città. E volevo essere scrupoloso, nulla doveva sfuggirmi o per lo meno avrei voluto raccogliere immagini il più possibile circostanziate per realizzare un interessante archivio sulle culture importate.
Volevo anche sfidare il razzismo realizzando fotografie che non mostrassero criminalità e situazioni penose, bensì la voglia di cambiare, il colore africano, la peculiarità di culture così diverse, con una loro forte identità anche se, spesso, all'interno di situazioni di generale disagio. Per ragioni di tempo finii con il concentrarmi soprattutto sulle comunità nigeriane.
Questo avvenne per ragioni precise: i nigeriani, sebbene abbiano più di altri qualcosa da nascondere, sono dotati di una naturale propensione alle pubbliche relazioni e allo spettacolo. In poche parole amano i contatti umani e amano essere fotografati, più degli italiani, molto più dei musulmani, quasi come i Peul del Sahara, meno degli indiani. Comunque piace loro. Vendetti loro persino alcune delle mie fotografie. Ma non sono dei tipi facili.

Anzi, per certi aspetti, li trovo tra le persone più ostiche e dure della terra, ma anche decisamente tra le più canagliamente simpatiche. Mia guida d'eccezione il Signor Freesbee "No Rompri" Omoissibo. "No Rompri" sta per "Non rompere", è un nome d'arte, se lo è dato lui. Si perché Freesbee è un artista, di quelli seri, un rapper per l'esattezza, e tutti gli artisti seri hanno un nome d'arte. Freesbee invece è il nome che gli diedero il suo papà e la sua mamma. Questo avvenne perché papà, emigrato dalla Nigeria in America, quando ricevette dalla mamma la lieta novella della venuta alla luce del pargolo stava per l'appunto giocando a Freesbee, passatempo in voga in quegli anni. Dunque "Ape della Libertà, Non Rompere" Omoissibo, un ragazzone africano quasi trentenne, tosto, robusto e con una voce baritonale da bluesman, era la mia guida.
Conscio e partecipe della missione che io, fotoreporter, dovevo portare a termine, mi invitava a partecipare agli eventi più singolari. Tra l'altro non era un tipo qualunque lui, altro che, doveva incidere un CD con la Sony Music e credo ce l'abbia anche fatta perché lo rividi tempo dopo in uno show di Canale 5. Così era considerato un leader (e lo era) dalle tribù della sua gente, quelle di Torino intendo. Gli eventi spesso non erano niente di diverso da quelli che vivono gli occidentali: matrimoni, serate danzanti, incontri, battesimi e via dicendo.
Lo vidi per esempio battezzare suo nipote al quinto piano di una casa, no ascensore, camera, cucina e bagno, con festa di cinquanta persone in costume africano o da gangster anni '30/90, in Barriera Milano, uno dei quartieri più hard del downtown torinese.


La festa prendeva corpo nella cucina-living-supernatural-afroblues con splendide donne in costume tradizionale che danzavano ispirate, per poi sciogliersi da una parte nella camera da letto e snodarsi dall'altra al di là della porta di ingresso, sul pianerottolo e giù lungo le pittoriche scale anni trenta dimenticate dall'Amministrazione locale e Comunale, ma sicuramente non da Dio e neanche da tutti gli uomini. Un capolavoro scenografico.
Fotografavo sempre come un pazzo. Altre volte mi portava a trovare amici o più spesso amiche, nelle stesse case dove si facevano le feste o in altre. Quasi sempre ero l'unico bianco, a volte invece eravamo in due o tre. Incontravo spesso uno sballone con i capelli lunghi biondi o, più di frequente, qualche vecchio puttaniere che stava con una ragazzina nigeriana di trentacinque o quarant'anni più giovane. Ben presto l'apparecchiatura fotografica non divenne altro che un espediente per entrare in contatto, non di rado profondo, con persone protagoniste di vicende spesso toccanti, a volte davvero incredibili. Cosa c'entra tutto questo con l'argomento da me affrontato di solito su queste pagine? È semplice. Un giorno Freesbee, con il suo vocione plutonico, mi disse: "Stasera andiamo a una festa in discoteca, è morto uno".

La discoteca era il Crossover, un cubo di cemento armato che può contenere da zero a cinquecento persone, situato lungo uno stradone di periferia e che per un certo periodo, anni fa, fece pure tendenza nella nostra città. C'ero già stato altre volte e avevo presenziato appunto anche a feste nigeriane. Il locale si riempiva di gente in costumi tradizionali. Gli uomini di solito in piedi o in giro per il locale, le donne, ben più numerose, sedute sui sedili in plastica situati sugli spalti, al centro della pista le danze. Danzavano su musiche che spaziavano dal tradizionale africano più spinto all'afro-rap di tendenza del momento.

Il tutto sempre molto ben organizzato. Di solito c'era un loro gruppo musicale che magari veniva appositamente dalla Nigeria, a volte uno o più dj, un presentatore, un maestro di cerimonia e altri organizzatori, tutto veniva sempre (ma proprio sempre) filmato da due o più videocamere con relativi operatori. Una fantasmagoria di movimenti, colori, belle donne, acconciature improbabili. In tutto 'sto casino' io venivo tollerato, volentieri dalle ragazze, molto ma molto meno dai maschietti.
L'introduzione da parte di Freesbee era fondamentale. Anche in queste occasioni registrai numerose, spesso splendide, immagini. Dunque era morto uno e quindi ci sarebbe stata una festa, non è uno scherzo. Sì perché anche gli immigrati muoiono, meno di frequente di altri perché l'età media è più bassa del resto della popolazione, ma muoiono e quindi, essendo giovani, spesso non per cause naturali, ma per incidenti di varia natura.
E soffrono, come gli europei, a qualcuno potrà sembrare strano, ma lo posso giurare sulla testa di chiunque, l'ho visto. Sembrerebbe che la sofferenza per la perdita di un congiunto non abbia confini né nazionali, né intercontinentali e neanche regionali e nemmeno sia in qualche modo condizionata dal colore della pelle o dallo status economico-sociale. È spietatamente uguale per tutti, forse persino più della legge. Per i nigeriani però qualsiasi occasione, tutte le settimane, è buona per fare una festa. Per tutti gli africani in genere è così, da sempre, forse per ragioni ecobiologiche (il sole e il caldo) o culturali, ma anche per ragioni sociali di ordine pratico. In certe situazioni se non fai una festa o balli e canti in continuazione (come anche a Napoli e a Bahia) ti spari... e allora comunque dopo farebbero una festa.

Oltre alla festa in discoteca o in qualche altro grande locale esistono anche un prima e un dopo molto consistenti. Condoglianze, pellegrinaggi alla casa del defunto, funerali, a volte spedizione della bara per via aerea nel paese di origine. Così andai alla festa e in seguito mi capitò poi di partecipare ad altre feste ed altre situazioni funebri di varia natura, come cerimonie e sepolture di cui voglio andare a raccontarvi. Le feste funebri della comunità nigeriana torinese sono simili a quelle che organizzano per altri motivi, ma hanno alcune caratteristiche che le rendono riconoscibili. Anzitutto sono più belle. L'atmosfera generale è migliore e c'è una maggiore partecipazione.
I parenti del defunto, poi, sono coccolati da tutti, in particolare il congiunto più vicino, che è in superghingheri come tutti gli altri, anzi un po' di più anche se forse balla di meno. Ogni tanto piange, ma fondamentalmente mostra forza e voglia di essere felice e a un certo punto tutti vanno ad esprimergli solidarietà. È una cosa che feci anch'io in un paio di occasioni. Rimasi perplesso la prima volta che notai uno strano assembramento al centro della pista danzante. Mi spiegarono poi che le danzatrici si stringevano ballando attorno a quella che poteva essere la moglie o la sorella del defunto.
Altre volte vidi che alcuni di loro danzavano allegramente sorreggendo in alto con le braccia una grossa cornice che conteneva un ritratto fotografico del morto.

Ma quello che caratterizzava la festa funebre mi pareva essere soprattutto il forte coinvolgimento dei partecipanti. Ci davano proprio dentro a ballare, sia uomini che donne, arrivavano al limite della trance, scatenandosi come degli ossessi. Poi quando l'atmosfera, dopo essere stata rovente, andava di nuovo rilassandosi e la malinconia affiorava dal turbinio di vesti, corpi e colori, le donne intonavano dei canti tradizionali più tranquilli. Erano chiaramente dei canti di matrice africana, ma l'atmosfera che creavano si poteva definire come negro-spiritual. Ebbi altre occasioni di rendermi conto di quale fosse appunto la provenienza della cultura religiosa afroamericana. Una di queste fu per me memorabile.
Mi informarono che ci sarebbe stato un funerale per la morte di due giovani della comunità Yoruba torinese avvenuta in un incidente stradale. Mi presentai così al mattino presto, come mi era stato detto, a Porta Palazzo, il centro storico multietnico di Torino. C'erano due autobus preparati per l'occasione e un nutrito gruppo di nigeriani che si apprestava alla partenza, tutti giovani o giovanissimi. Erano tutti in divisa. Sì erano tutti vestiti di nero, tutti.

Era l'inizio dell'estate e quasi tutti sulle maglie o tee-shirt nere mostravano stampato davanti e dietro il ritratto sorridente di uno dei due ragazzi morti, con sotto la scritta "You will always be remembered". Mi dissero che non erano presenti solo gli Yoruba di Torino, ma molti altri provenienti da diverse città d'Italia, soprattutto Verona, ma c'era anche chi arrivava da Bari in auto per l'occasione. Molti non conoscevano direttamente i due ragazzi deceduti. C'erano prostitute, protettori, colf, sarte, studenti, impiegati, professori, delinquenti, autisti e fattorini.
Seguii con la mia vettura la carovana di auto e i due autobus fino a Mortara, dove si sarebbero celebrate la messa e la sepoltura. Ci saranno state tre o quattrocento persone, scattai molte fotografie. A un certo punto vidi che alcune ragazze si lasciavano andare a quelle che noi conosciamo come "lamentazioni", gridavano, piangevano e si disperavano sulle bare. Fu una lunga cerimonia che terminò nel pomeriggio.
Tornai a Torino accompagnato in auto da una prostituta giovane e carina che mi condusse a casa di amici dove venne offerto un drink. E sì. Gli africani hanno il culto dell'allegria, d'altra parte in Africa spesso non esiste un altro modo per sopravvivere come sa bene chiunque sia stato in Africa al di fuori di un villaggio turistico o di un parco nazionale. Ma qualche giorno dopo, nuovamente accompagnato da Freesbee, la mia guida, andai alla "festa".

Questa volta le cose stavano diversamente. Tutto avveniva nei locali di una scuola. Tutto era ben organizzato come sempre: le birre, gli snack, le vettovaglie, la musica. Ma non tutti avevano i soliti abiti sgargianti, alcuni erano ancora vestiti di nero. Tutti erano seduti e fermi. Ci sedemmo anche io e Freesbee e passarono molte decine di minuti prima che qualcuno tentasse di intonare un canto.
I tipici canti a "richiamo e risposta" dove un solista canta un verso e un gruppo gli risponde con un altro verso. Ma questa volta era un canto triste e la festa sembrava non partire. Delle ragazze (vestite di nero) abbozzarono una danza, ma tutto pareva come cristallizzato.

A un certo punto Freesbee mi disse sottovoce "They were too young to die", troppo giovani per morire. Anche in altre occasioni erano giovani, ma questi lo erano troppo. Pensai fosse uno stratagemma della legge cosmica per indurci a capire che non si è mai sicuri di vincere. Come nel poker, dove la scala minima di Picche batte la massima di Cuori.
La tristezza può piegare anche chi ha il muso più duro. Non sempre la morte, il dolore, le paure ancestrali, ricordiamocelo, si lasciano esorcizzare facilmente.
 
Mauro Villone


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