Madrinato dalmatico per la conservazione dei cimiteri per gli italiani a Zara

Il 3 gennaio 1821 mons. Giovanni Giurovich, vicario generale capitolare (essendo vacante la sede arcivescovile di Zara), benediceva l'area cimiteriale scelta dal Provveditore Generale della Dalmazia, Vincenzo Dandolo, a circa 3 chilometri dalla città, in ottemperanza alle disposizioni dell'editto napoleonico di St. Cloud del 12 giugno 1804. Il cimitero era circondato da un alto muro e al centro si elevava una grande croce. Sull'architrave del portale d'ingresso era stata apposta la scritta "In luce aeternam" tutt'ora esistente. Successivamente fu eretta la piccola cappella chiamata del "suffragio", a forma di croce greca, che fu consacrata nel 1866 dall'arcivescovo di Zara Pietro Doimo Maupas. Dalle prime più semplici sepolture nelle quali la lastra tombale era posta direttamente sulla fossa, a volte con il più antico motivo della ringhiera di ferro, si passò alle lastre poste su uno zoccolo, che si fece via via più elaborato, in pietra d'Istria o in pietra della Brazza, la stessa usata per il palazzo di Diocleziano di Spalato. Nel corso dell'800 il cimitero si arricchì di cappelle, di statue, di monumenti, riflettendo la vita della città che, come capitale della Dalmazia e sede dell'amministrazione asburgica, godeva di notevole benessere ed era centro di attrazione per i territori dell'Impero. Il cimitero fu parzialmente risistemato nel 1854 secondo il progetto dell'architetto friulano Valentino Presani; nel 1866 divenne monumentale e nel 1932-33, sotto il podestà Giovanni Salghetti-Drioli, fu ampliato oltre il muro di cinta. Nel 1932 il comune fece costruire il Famedio, composto di 60 loculi sistemati a semicerchio intorno a un altare e a una croce, per dare degna sepoltura ai soldati italiani morti nella guerra 1915-18.
Vi sono sei cappelle monumentali. Sulle tombe rarissime sono le raffigurazioni cupe che richiamano l'aspetto tenebroso della morte, come scheletri, falci, teschi, mentre numerose sono quelle che, in sintonia con la luminosità del paesaggio circostante, esprimono una serena speranza o un composto dolore: statue in marmo di angeli nell'atto di gettare un fiore o di indicare il cielo, figure femminili chine in fiducioso abbandono o in atteggiamento orante, ma anche statue più moderne, in bronzo, come il busto dell'aviatore con la testa reclinata e l'ala del velivolo spezzata o quello di un altro giovane aviatore dritto tra le ali del suo apparecchio infranto, che richiamano, più che la tragicità della guerra, la virile accettazione del proprio destino. E ancora, medaglioni in bassorilievo e le croci bizantine del piccolo cimitero ortodosso adiacente.
Nel cimitero riposano le personalità che, nel campo delle lettere, delle arti, della filosofia, delle scienze, della politica, hanno onorato la città. Vi sono le tombe di alcuni governatori austriaci come quella, severa, di Francesco Saverio de Tomassich, primo governatore civile e militare della Dalmazia, e di Vencesclao Wetter di Lilienberg, e quelle dei tre senatori zaratini, Roberto Ghiglianovich, Luigi Ziliotto, Natale Krekich, le lapidi delle quali, rispettate anche nel cupo periodo del secondo dopoguerra, tutt'ora ne ricordano l'appassionato impegno nella lunga lotta a difesa dell'italianità di Zara. Esse, con le loro scritte in italiano, tedesco, croato, cirillico, riflettono la cosmopolita comunità zaratina che, sotto l'Austria, accolse e fece sue le famiglie oriunde boeme, polacche, austriache, croate, serbe, ungheresi, mandate da Vienna nella capitale dalmata e che diedero i più attivi e fedeli membri della grande famiglia zaratina. In vita e in morte. Gli epitaffi, esaltando meriti scientifici e accademici, coraggio militare, solidità borghesi e capacità industriali, virtù domestiche e giovani vite prematuramente spezzate, narrano le glorie, gli affanni, gli affetti sereni, le speranze di una comunità che uno dei suoi più sensibili saggisti, Marco Perlini, così tratteggiava: "A Zara ciascuno conosceva il proprio prossimo. La conoscenza reciproca, la bilaterale fiducia... quasi un senso comune di benevolenza, di affezione, di familiarità, facevano sì che la morte fosse pianta e compianta socialmente... se moriva il tuo barbiere era come se ti fosse mancata una persona di famiglia o viceversa. Si era come... membri di una stessa famiglia, quella che appunto si chiamava Zara". Durante i terribili bombardamenti che tra il 1943 e il 1944 distrussero gran parte della città, una parte di quella "famiglia" trovò rifugio proprio tra le tombe, in cimitero, dove nacque anche una bambina che fu battezzata nella cappella mortuaria. Una tomba custodisce anche i resti straziati di zaratini ignoti che mani pietose avevano raccolto tra le macerie e calato nella fossa comune avvolti in coperte.
Nel 1979 gli zaratini dispersi in Italia e nel mondo, non volendo abbandonare anche i propri morti dopo aver dovuto abbandonare la propria città, si riunirono in una associazione costituendo il "Madrinato Dalmatico per la conservazione dei cimiteri degli Italiani di Zara", diretto da un gruppo di sei pie signore che intesero operare in ideale continuità con un precedente Madrinato che l'Associazione Donne Cattoliche aveva costituito dopo la guerra 1915-18 per dare pietosa sepoltura a tutti i militari deceduti in territorio zaratino, italiani, austriaci, ungheresi, croati, russi. Dopo aver ottenuto dalle competenti autorità, jugoslave prima, croate poi, il riconoscimento del diritto di proprietà, il Madrinato provvide, e continua a provvedere, all'ordinaria e straordinaria manutenzione delle tombe, promuove e cura il restauro di quelle monumentali in sintonia con la locale Sovrintendenza alle Belle Arti. È recente il delicato restauro di una cappella neo-classica e delle sue belle sculture interne. Incoraggia, poi, un annuale pellegrinaggio al cimitero in occasione del 2 novembre. Questo di Zara è, per le stesse vicende storiche, un cimitero un po' particolare, si potrebbe dire paradigmatico, perché conserva le memorie di una città scomparsa, ricca di arte e di storia, e di una comunità dispersa dalla follia della guerra accanto ai segni prorompenti della rinascita di chi si va affacciando alle soglie d'Europa. Esso è rimasto il cuore storico del nuovo moderno cimitero che si è molto ampliato negli ultimi trent'anni riflettendo lo stesso dinamismo della città che dallo storico nucleo latino-veneto, passando attraverso l'ariosità dei piani urbanistici austriaci, la razionalità di quelli italiani e le brutture di regime del dopoguerra, ha continuato a evolversi assumendo un nuovo carattere di modernità.
Oltre a quello cittadino esiste ancora un altro piccolo cimitero privato dove sono custodite 32 tombe ottocentesche di famiglie oriunde italiane. È quello situato nell'isolotto di San Paolo (Galovac) di fronte a Zara, adiacente all'antico monastero francescano e affidato alle cure dei frati.
Anche nel piccolo cimitero francescano di Oltre (Preko), nella vicina isola di Ugliano, vi è una bella tomba con un pregevole obelisco fatto eseguire nelle fonderie boeme del principe di Selm verso il 1860. In ogni isola, quasi ogni villaggio conserva nel suo piccolo cimitero qualche tomba di pregio. Ad esempio nell'isola di Selve (Silba), una pietra tombale riporta la seguente scritta: "O chi sei tu che guardi giù - io fui come sei tu - tu divverai come io - pensa un po' e vai con Dio". E sull'architrave di una tomba gentilizia di un capitano marittimo, sempre nello stesso cimitero si legge: "Onta per chi sposta le ossa".
Ma l'attenzione verso questi cimiteri minori esula dai compiti del Madrinato che confida tuttavia nella sensibilità degli attuali Sovrintendenti ai cimiteri di Zara per tutelare e per salvare queste ultime preziose testimonianze di un antico, civilissimo vivere che nell'accettazione del mistero della morte ravvisava la sacralità della vita nel susseguirsi delle generazioni.

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