LA MADONNA MORTA di CARAVAGGIO

Alcune religioni stabiliscono un canone delle Scritture rivelate e i testi non riconosciuti come canonici vengono definiti apocrifi.

Se andiamo a guardare la definizione di apocrifo su un dizionario scopriamo che è un aggettivo che si associa a testi letterari quando questi ultimi vengono considerati spuri, falsamente attribuiti ad una epoca o ad un autore.

Nella tradizione letteraria legata al cristianesimo i Vangeli apocrifi, cioè non riconosciuti attendibili dalla Chiesa, sono testi dove le storie di Gesù vengono riproposte in diverse versioni, spesso in contraddizione, e sulla base della tradizione orale, soprattutto d'epoca medievale.

Non è questa la sede per disputare sull'attendibilità di queste fonti e sulla loro legittimità rispetto al canone, ma resta il fatto che la loro lunga sopravvivenza nella tradizione letteraria e nella cultura popolare ha finito per dare a questi testi la dignità di fonte, che forse non può aiutarci ad sostenere la fede, ma che sicuramente fornisce ottime informazioni sulla natura dell'uomo.

Così, attraverso i Vangeli apocrifi, privi di certi filtri dottrinali e liberi nell'espressione, troviamo descritti Gesù, i suoi discepoli, i suoi nemici, con un tratto umano marcato, con le loro debolezze troppo umane, il loro dolore, la gioia, la carnalità accesa di certi gesti e la privazione che più che ascesi pare solo indigenza.

Attualmente sono reperibili delle ottime edizioni commentate di alcuni di questi testi ma, per chi volesse penetrare lo spirito di queste scritture senza doversi cimentare con le sottili controversie filologiche, consigliamo l'ascolto del disco "La buona novella" di Fabrizio De Andrè, interamente realizzato sulla base dei Vangeli apocrifi e mirabile sintesi dello spirito popolare ed emozionale che li anima.

In campo storico artistico la rappresentazione religiosa ha spesso viaggiato sulla stretta terra di nessuno che separa le cose troppo reali da quelle più marcatamente legate all'idealizzazione. Il pittore di cui ci vogliamo occupare questa volta, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, si è dedicato ai temi religiosi con una ricca produzione, ma sempre privilegiando la natura molto umana, troppo umana agli occhi dei suoi antichi detrattori.

I suoi modelli sono presi dalla strada, dalle taverne e a quel materiale umano l'artista attinge, favorito da una certa propensione personale a certe suburre, ai tramestii dei vicoli stretti dove i suoni del quotidiano rimbalzano da muro a muro. La sua è una pittura che sembra rifarsi più ai testi apocrifi che a quelli canonici.

Non sfugge alla regola nemmeno la rappresentazione della morte e un soggetto tradizionale come la Dormitio Virginis, ovvero la morte della Madonna, viene elaborato con una carica di umanità così marcata da risultare poco dignitosa agli occhi dei carmelitani scalzi che avevano commissionato l'opera per collocarla nella chiesa di Santa Maria della Scala a Trastevere.

Molto spesso gli storici hanno fortemente enfatizzato i molti rifiuti a cui andò incontro Caravaggio con la realizzazione delle sue opere per costruire attorno all'autore l'immagine di maledetto.

Certo non ci troviamo di fronte a uno stinco di santo, che a definirlo così vengono in mente i suoi santi rappresentati con i piedi sporchi e gli stinchi avvezzi alla fatica del vivere, tenendo conto che il Caravaggio, per alimentare la fama di rissoso peccatore, ce ne metteva abbondantemente del suo, arrivando all'omicidio.

Resta il fatto che le sue opere, rifiutate da alcuni, trovavano senza problemi altri acquirenti. Così fu per il quadro rappresentante la morte della Madonna e a questo proposito vale la pena citare il Baglione che in un suo scritto del 1642 afferma: "ma poiché avea fatto con poco decoro la Madonna gonfia e con le gambe scoperte, fu levata via e la comperò il duca di Mantova e la mise in Mantova nella sua nobilissima galleria".

Innegabilmente il corpo della Madonna risulta enfiato e segnato e ci rimanda più a certe fotografie scattate negli obitori a scopo scientifico che alla tradizione religiosa.

La leggenda vuole che l'artista usò come modello il cadavere di una prostituta morta affogata; ancora calchiamo sull'aura maledetta che circonda i suoi gesti, ma forse non siamo così lontani dal vero se pensiamo che sia la scienza che l'arte hanno tradizionalmente fatto uso dei cadaveri di chi non aveva parenti che lo reclamassero per studiare e descrivere i tratti anatomici e ancora oggi i futuri medici si esercitano su corpi senza nome. Se la scelta del soggetto d'ispirazione può dunque legarsi a motivi di ordine pratico, la volontà di rappresentazione è tutta del Caravaggio, che non indietreggia davanti al crudo reale ma lo trasferisce sulla tela con la forza delle sue luci e delle sue ombre.

La Madonna è dunque gonfia come un'affogata, trascinata dalle acque del fiume, recuperata da qualcuno che l'ha scoperta per caso, caricata ignota su un barchino che la restituirà al pianto dei suoi. La prostituta forse non l'ha pianta nessuno, ma attorno alla Vergine morta Caravaggio raccoglie la rappresentazione di un dolore intenso che è vero come veri sono i volti di quelli, parenti e amici come per mille e mille morti, che le stanno attorno.

Nessuno delle disperate presenze attorno al corpo della madre del Cristo sembra scandalizzato dalle gambe scoperte, dai segni di una disperata agonia. In tutti c'è la naturalezza della consuetudine, l'abitudine all'intimità semplice che nasce dalla convivenza quotidiana. Siamo di fronte alla morte di una madre, della madre per eccellenza, figura archetipa di tutte le maternità della nostra cultura, e quelli che la piangono lo fanno come farebbero i figli.

La sua umanità prorompe e supera qualunque tentativo di celebrazione, arrivando dritto allo stomaco, recuperando l'esperienza di lutti che ci portiamo tutti dentro.

Il dolore di quelli che compiangono Maria è composto, dignitoso, privo di qualsivoglia teatralità e solamente il corpo, che sembra sospeso nel vuoto, appoggiato al letto solo con la testa ed un braccio scomposto, conferisce un tono irreale all'insieme.

Di scene sacre Caravaggio ne ha dipinte tante e di aureole non se ne vedono molte, ma stavolta, anche se lieve, appena accennato, un cerchio luminoso compare sul capo della Vergine, a recuperare il tratto sacrale rispetto alla carne da cui l'ispirazione si è nutrita.

Caravaggio riesce mirabilmente a restituirci la natura umana della Madonna e a sentirla uguale a noi nel suo dolore; la rivediamo sotto la croce, proprio in uno dei momenti più drammatici del suo vivere terreno, e citiamo De Andrè che facendola rivolgere al figlio inchiodato ai legni della Passione dice: "non fossi stato figlio di Dio ti avrei ancora per figlio mio".

 
Giorgio Olmoti


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