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Lutto ieri e oggi

Come è cambiata negli anni l’esibizione del dolore per la perdita dei propri cari? Una breve analisi dal dopoguerra ai giorni nostri.

I ricordi d’infanzia di tre donne – nate in un periodo compreso tra le due guerre e la metà circa degli anni Sessanta – ci trasportano temporaneamente in un mondo che oggi appare lontanissimo: «Mia nonna è morta che aveva 97 anni e io l’ho sempre vista vestita di nero perché era una vedova di guerra. E mia mamma il lutto l’ha portato per sei mesi. E anche mia zia lo portò per degli anni» racconta la prima, nata in una città dell’Italia meridionale.

«Ricordo benissimo questa foto di quando avevo undici anni – racconta una seconda nata in una città del Nord Italia - Sono con i miei fratelli, e tutti noi bambini siamo vestiti allo stesso modo: una camicia, una giacca grigia e tutti con questo bottone nero. Sembravamo tutte cornacchie».
«Io il bottone nero l’ho portato per tanto tempo. Forse più di sei mesi. Non uscivo mai senza quel bottone. E anche mia sorella. Si metteva il bottone per dimostrare che avevi questo dolore. Credo che per la mia generazione fosse giusto portarlo. Ma per quella dei miei figli non più. Basta» racconta la terza, mettendo a confronto la propria infanzia con quella vissuta dai figli e dalle figlie.
Questo breve viaggio a ritroso nel passato ci restituisce un’immagine piuttosto uniforme e omogenea. In un’Italia forse più lontana nella memoria che nel tempo, un lungo tratto della vita successivo alla morte di una persona cara era soggetto a regole piuttosto rigide, accuratamente codificate e che ci si sforzava di rispettare e far rispettare. Le regole riguardavano l’abbigliamento e i comportamenti appropriati da osservare in seguito alla morte di un familiare o di un parente. Oltre a essere uniformi e omogenee, le regole definivano anche gerarchie piuttosto specifiche. La durata del lutto, richiamata nella prima delle testimonianze citate, era misura del rispetto dovuto al morto, al suo status, in famiglia e fuori. Ma rispecchiava anche il grado di prossimità tra il defunto e il sopravvissuto e teneva conto dell’eventuale asimmetria dei loro ruoli. Così la durata, e il livello di rispetto, del lutto prescritto alle donne era superiore di quello richiesto agli uomini e lo stesso accadeva agli adulti in rapporto ai bambini.

La custodia e la trasmissione di queste regole era affidata alla famiglia. Erano i genitori a impartire ai figli e alle figlie le istruzioni sui comportamenti da seguire e a controllare che queste venissero effettivamente rispettate. Questo quadro generale, fatto di codici e regolamenti non scritti ma rigidi e uniformi, poteva essere increspato solo da una certa variabilità osservabile a uno sguardo molto più ravvicinato al livello territoriale. Passando da un comune all’altro, a volte perfino da un borgo a quello confinante, non era inconsueto vedere una giacca sostituita da altri segni, come un bottone, o ancora vedere che un bottone poteva essere rimpiazzato da un fiocco, o da un nastro. Consuetudini o mode locali di un’Italia dei mille campanili che potevano rispecchiarsi, quindi, anche nelle pratiche funebri.

Facciamo ora un salto tra le generazioni più recenti, quelle nate dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso in avanti, i cosiddetti “Millennials” e una piccola parte degli appartenenti a quella che è stata battezzata “Generazione Z”. La loro esperienza è decisamente diversa.

Racconta una giovane: «Quando è morto suo marito, mia nonna – una donna che d’estate veste ogni sorta di colore, dal fucsia, al rosso, al verde smeraldo, al giallo fluo – per un anno intero ha evitato i colori sgargianti. Indossava solo nero, blu, azzurro. Noi gli dicevamo: “Non ha senso ’sta cosa. Te ne rendi conto?”. “Da noi si fa così” ci rispondeva “Non voglio sentire queste cose!”. Ma l’avessi sentita una volta dire: “Mi manca mio marito”!». E un’altra: «Mi ricordo che quando ho raccontato a mia mamma che eravamo andati a mangiare la pizza, mia mamma si è scandalizzata che, appunto, sua cugina fosse andata a mangiare la pizza la sera in cui le era morto il fratello. Però io a queste cose non ho dato proprio nessun significato».

La tabella a corredo di questo articolo racconta, con la freddezza propria dei numeri, la dinamica di questi cambiamenti e ne rivela qualche aspetto inatteso. In primo luogo ci racconta il lungo e inarrestabile declino del lutto codificato e omogeneo che abbiamo visto all’opera nelle generazioni di coloro che sono nati a cavallo della fine della Seconda guerra mondiale. L’abitudine a seguire un codice di abbigliamento o di comportamento è stata, nelle generazioni del passato, tutt’altro che marginale. Poco meno di metà delle donne nate tra lo scoppio della prima guerra mondiale e l’inizio della seconda ha portato il lutto e così ha fatto un terzo degli uomini della stessa generazione. Ma da allora, ogni generazione che si è succeduta, ha avuto livelli di rispetto del lutto inferiori di quella precedente e superiori di quella successiva. Tra i nati dopo gli anni Ottanta che hanno vissuto un lutto importante in famiglia o tra i parenti, solo poco più del 5% ha seguito le regole dei loro genitori e nonni. Non solo, ma se fino ad allora questa pratica era sempre stata rispettata più dalle donne che dagli uomini, oggi questa differenza si è completamente annullata.

Un altro fattore che ha fortemente influenzato la disponibilità ad adottare il lutto è stato, in Italia, il luogo di residenza. Il lutto è stato tradizionalmente più rispettato nelle regioni meridionali che in quelle centro-settentrionali. Ma anche in questo caso il lungo declino ha prodotto una convergenza tra le due aree. Non solo il lutto è molto meno rispettato del passato tanto nell’Italia centro-settentrionale (CN) quanto in quella meridionale e insulare (SI), ma il divario tra queste due aree, dopo essersi allargato fino all’inizio degli anni Sessanta a causa della rapidità con cui nel Nord sono state abbandonate queste pratiche, ha preso a ridursi fino a quasi annullarsi tra le generazioni più giovani. I residenti al Sud, infatti, hanno mantenuto relativamente più a lungo queste usanze e ancora nel secondo dopoguerra inoltrato rispettavano il lutto non meno di quanto facessero i loro genitori e una parte dei loro nonni e nonne. Ma anche loro, oggi, le hanno rapidamente abbandonate.

Sono trascorsi ormai quasi cinquant’anni dalla sentenza emessa nei confronti del lutto dal grande storico della morte Philippe Ariés: “Una situazione nuova si profila verso la metà del Novecento nelle parti più individualizzate e più imborghesite dell’Occidente. Si è convinti che la pubblica manifestazione del lutto e anche la sua espressione privata troppo insistente e prolungata, siano di natura morbosa. La crisi di lacrime diventa crisi di nervi. Il lutto è una malattia”. Il declino della pratica di modificare per un certo periodo di tempo alcuni comportamenti o l’abbigliamento in pubblico ha quindi coinciso con la fine del lutto?

Come testimoniato dalla dichiarazione della Millennial citata sopra, a essere oggetto di disapprovazione non è tanto la pratica di riservare tempo, e magari anche uno spazio, per la memoria dei defunti. Sembra, invece, riguardare il rifiuto della dimensione pubblica e visibile del lutto. Su di essa gravano sospetti di ipocrisia e inautenticità. Così, tra le generazioni più giovani, emergono nuove forme di espressione della perdita, che si pongono in opposizione a quelle precedenti. Sembrano essere almeno due i tratti che le caratterizzano. Il primo è che le nuove forme di lutto ambiscono a essere interiori piuttosto che esteriori. Come dice un’altra giovane: «Non mi sono mai vestita di nero. Il lutto è dentro». Il secondo è che le nuove forme di lutto ambiscono a essere autentiche, quindi personali, individuali. Regole uguali per tutti che non si sentono proprie sono sostituite da forme di espressione personali, individuali. Come afferma un altro giovane: «Ognuno ha i suoi tempi e nessuno può giudicare quali siano i tempi giusti».

 
Asher Colombo e Barbara Saracino

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