tra memoria e buona morte

I LUOGHI ULTIMI

Ricorderete forse la storiella che è circolata in Francia alla morte del generale De Gaulle in merito alla sua sepoltura. Si diceva che per decidere sul luogo degno di ricevere le sue spoglie si fosse riunito uno speciale Consiglio dei Ministri, nel quale furono avanzate molte ipotesi: Arc de Triomphe, col Milite Ignoto, Les Invalides, con Napoleone, Aix la Chapelle, con Carlo Magno, Panthéon, con i Grandi di Francia. Ma tutte furono scartate poiché si ritenne che la prossimità di "tali accoliti" avrebbe in qualche modo sminuito il prestigio del generale. Nel silenzio che seguì si alzò la voce di un ministro, ardente gollista, che disse: "Perché non Gerusalemme?". Ma il Consiglio replicò con un gran no: "Sei matto! Quello potrebbe anche risorgere!". È una storiella che certamente, nella sua semplicità, ci evidenzia come, alla morte dei "grandi", scatti subito l'orgoglio nazionale di conferire loro l'immortalità con giganteschi monumenti alla memoria cui però si oppone il timore di subirne i condizionamenti. Certamente la monumentalità è un potente veicolo di identità e come tale può influenzare o ridurre le possibilità di grandezza di chi viene dopo. Da qui una certa cautela verso i grandi. Risultato? De Gaulle ha avuto una tomba modesta nel villaggio di Colombey les Deux Eglises.

Questa premessa sottolinea alcuni aspetti importanti. La nostra cultura è profondamente condizionata dalla storia, dalle immagini e dai luoghi che riflettono il nostro bisogno di attribuire significati. La morte non è esclusivamente un "fatto di natura" e le rappresentazioni che i diversi gruppi umani elaborano nei suoi confronti ne determinano forma e durata. I temi relativi alla morte hanno avuto negli ultimi decenni grande fortuna nella storiografia europea, soprattutto in quella di lingua francese; tuttavia, la questione centrale ad ogni rito funebre consiste nel destino del corpo. A tale scopo le differenti società, nel corso della storia, hanno concepito molteplici pratiche di intervento. Le modalità con cui la società si comporta con i corpi dei defunti sono legate in larga misura alle convinzioni sull'aldilà e agli atteggiamenti verso la morte stessa.

Poiché tra i compiti del rito funebre vi è anche quello di sancire il luogo in cui il cadavere verrà collocato in maniera definitiva, chiameremo "luoghi ultimi" quegli spazi finali, imbarchi terminali, destinati ai corpi o ai resti dei corpi, conclusivi di una esistenza. Ora, se consideriamo i luoghi ultimi come griglie di conoscenza di estrazione storica, credo che ad essi possa appartenere il principio della memoria, in quanto lo spazio riservato ai corpi (anche lo spazio non circoscritto) comprende e riflette il miscuglio di atteggiamenti, di credenze e di opinioni della cultura umana che se ne appropria.

I luoghi ultimi hanno almeno tre caratteri che li accomunano. Essi possono considerarsi luoghi identitari, relazionali e storici. Non è facile definire l'idea di identità, ma mi trovo d'accordo con Douglas J. Davies quando con questo termine si riferisce al modo in cui «gli individui comprendono se stessi in rapporto agli altri, al mondo intorno ad essi e ai regni sovrannaturali». In fondo, come nascere significa nascere in un luogo ed essere assegnati ad una residenza, morire significa essere assegnati ad un luogo ultimo che obbedisce ad una gerarchia di volontà. Vivere in un luogo significa coesistere con altri individui attraverso relazioni reciproche.

Tuttavia quando accade l'evento "morte" esso si presenta come una "rottura di relazione". Potremmo parlare di rottura di un ordine stabilito (come appunto quello che poteva prevalere nei rapporti sociali all'interno del gruppo prima del decesso di uno dei suoi membri), poiché il defunto ha rivestito funzioni e ruoli nei confronti di chi resta e solo in seguito, in una fase successiva, potrà ordinarsi un nuovo spazio relazionale inteso come "ristrutturazione". Il luogo ultimo infine è storico dal momento in cui, coniugando identità e relazione, si colloca in un dato tempo, implicando un arco temporale di riferimento. In altre parole i luoghi ultimi non sono solo "terra e geometrie", ma anche luoghi su cui e con cui gli uomini vivono e convivono.

Il luogo ultimo può caricarsi di significati, di valenze simboliche e di testimonianze in cui memoria e morte possono alternativamente costituire legami mobili o immobili, buoni o cattivi, attivi o inerti, a seconda delle relazioni che gli uomini stabiliscono con esso. Vale a dire che se l'identità del defunto rimane affidata ad un dispositivo di memoria che ne perpetui il ricordo potremmo parlare di "morti ancora viventi" e rovesciare così il concetto di morte. Nel caso di un defunto amato in vita i legami risulteranno mobili, attivi, per così dire "buoni", mentre nel caso di un defunto non amato in vita i legami che gli uomini instaureranno con esso saranno immobili, inerti, "cattivi". Pertanto le relazioni mobili produrranno un sistema di memoria e di risonanza, una forma di eco o traccia della presenza di un sogno comune che giustificheranno la proliferazione di storie e di testimonianze, come direbbe Urbain, «congiunte da vincoli invisibili come le isole di un arcipelago».

La memoria è un lascito, una attitudine capace di esprimere e creare un supporto di testimonianza cruciale, un repertorio straordinariamente vivo, carico di corrispondenze. L'aspetto della memoria è più vasto di quello del semplice "ricordo". È un concetto che proviene dall'uso linguistico antico, poiché la memoria poteva definire due cose: in primo luogo il monumento (monumentum), in virtù del quale qualcosa viene ricordato, e in secondo luogo il ricordo di qualcosa riferito a un uomo, la sua rinomanza presso i posteri, la sua fama.

Ma come si presentano questi luoghi ultimi? Essi vanno dalla piramide di creazione egizia, al sepolcro a camera e alla tomba a tumulo scavati dagli etruschi fino alle visioni idealistiche del tempio, del sarcofago, del cenotafio, dell'urna cineraria, dell'arca, del mausoleo, dell'obelisco; o, per un altro sentiero, fino al cubicolo, alla lapide, alla tavola dedicatoria, al cippo, alla croce di marmo, di pietra o di legno, all'anonimo "riquadro" di terra battuta, a tutti quegli spazi in cui sono stati deposti i resti dei corpi e a quelle aree in natura non circoscritte in cui sono state disperse le ceneri.

Tradizionalmente l'ingegno umano ha identificato i luoghi ultimi con la pietra, facendoli rientrare, come l'abitazione, nell'ordine del costruito. Là dove il corpo era in qualche modo consacrato alla scomparsa, l'architettura ha opposto la conservazione, creando testimonianze durevoli.

I luoghi ultimi, fissati in un luogo, hanno trasmesso per lungo tempo ai sopravvissuti una memoria tangibile.

Ora, che ne è dei cimiteri oggi? Essi sono divenuti quei luoghi ultimi dove, trascorsa la fase di lutto iniziale, ci si reca molto spesso per tradizione. I cimiteri permangono come memoria storica della collettività. La predilezione per l'inumazione o per la tumulazione, ancora prevalenti in Italia, nasce anche dal fatto che la presenza del cadavere nel cimitero continua ad esercitare nel pensiero di chi resta uno stimolo alla memoria, fungendo da sostegno per un rapporto continuativo che si eterna attraverso la visita alla tomba, talvolta elaborando vere e proprie conversazioni con l'estinto. Poiché la cremazione, sempre più in auge nelle società contemporanee così come i nuovi processi rituali ad essa connessi, crea effettivamente una assenza fisica del corpo (anche se lascia aperta l'esigenza di uno spazio per la memoria), come immaginare questo schiudersi del senso verso l'eternità?

La pratica della cremazione rispecchia una tradizione che si è consolidata nella prima metà del XX secolo, quando i resti cremati venivano quasi sempre depositati nello spazio-crematorio in cui aveva avuto luogo il processo di trasformazione. La tradizione voleva che i luoghi ultimi fossero i colombari, ovvero quegli spazi costituiti da cellette simili a loculi che contengono le piccole urne anziché i feretri. Successivamente i resti cremati vennero sepolti o dispersi nei giardini delle rimembranze presenti in molti cimiteri o crematori. Più recentemente, all'emergere di nuove tendenze secondo le quali è diventato possibile entrare in possesso dei resti cremati e si predilige la dispersione privata delle ceneri in luoghi significativi e personalizzati, i parenti sopravvissuti non sembrano designare come luogo ultimo quello spazio già investito di significato durante la vita del defunto. Le ceneri possono essere sepolte o disperse in riva all'oceano, nel fiume preferito per pescare, in tutti quei luoghi che riflettono il piacere provato in vita negli interessi e nel tempo libero.

Oggi la memoria del defunto più che dal luogo ultimo pare supportata da altre immagini, come la fotografia. Tuttavia vi è anche una memoria che ha il suo luogo d'elezione nella mente e nel cuore di chi rimane, e che sovente (nei paesi in cui è consentita la dispersione dei resti cremati) prescinde da un luogo "fisico" del ricordo, la tomba, il cimitero, la celletta funeraria. Questa modalità di memoria rappresenta senza dubbio un salto di qualità quasi spirituale, poiché svincolata dal supporto materiale, suggestivo, del feretro sepolto nella terra, custodito nel loculo o dell'urna nella celletta. Ciò nonostante il bisogno umano di richiamare alla memoria chi si è amato attraverso un supporto concreto quale la tomba potrà influire sul ricordo dei morti diversamente dalla cremazione? In Gran Bretagna è già stata effettuata una ricerca per verificare se il processo di cremazione può influire sulla memoria del defunto diversamente dalla sepoltura. L'86% degli intervistati pensa che non vi sia differenza. Ma in Italia come risulterebbe una tale inchiesta? E i nuovi luoghi, le sale del commiato, in cui per l'ultima volta è presente il feretro (inteso come l'insieme del cadavere e della bara) potranno essere considerati tra parecchi anni luoghi ultimi? Prendere coscienza di queste implicazioni designa un percorso differente di spunto e di riflessione capace di cogliere caratteri e aspetti di quella storia che siamo noi, una storia umana e naturale.

 
Maria Angela Gelati


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