Madrid 3 maggio 1808

Libertà o morte!

Madrid, Museo del Prado, sala 64: è notte e l’unica fonte di luce è una grossa lanterna appoggiata a terra; la scena che mi si para davanti è terrificante. Il mio sguardo è catturato dalla figura di un uomo inginocchiato e con le mani alzate. Cosa sta accadendo?
La lanterna illumina solo il petto di quest’uomo sconosciuto e disperato, rendendo abbagliante la sua camicia bianca, ma a poco a poco inizio a scorgere altre figure e resto impietrita. Un plotone di esecuzione formato da almeno sette soldati si è disposto di fronte all’uomo: hanno i fucili puntati su di lui e stanno per sparare, sparare di nuovo perché a terra ci sono già tre corpi insanguinati, uomini morti! Altre persone precedono l’uomo con la camicia bianca e ancora di più sono quelle che stanno arrivando dopo di lui, sfilando davanti ai fucili fumanti e pronti ad uccidere ancora e ancora … Che spettacolo tremendo! Uomini in uniforme, armati, che senza pietà, rigidi nelle loro divise, strappano a colpi di fucile la vita, i sogni, la speranza dal petto di cittadini disarmati. Perché? Mi avvicino senza respirare, distolgo per un attimo lo sguardo e scorgo una didascalia: “Francisco de Goya et Lucentes, El tres de mayo de 1808, o Los fusilamientos en la montaña del Príncipe Pío. 1814, Olio su tela, cm 268x347“. A gelarmi il sangue è stato solo un dipinto, una rappresentazione, l’opera di un bravissimo pittore; nessuno ha ucciso, nessuno è morto. È così: oggi, nella sala numero 64 del Museo del Prado, non è accaduto nulla. Ma a Madrid, il 3 maggio 1808, l’esercito francese represse con esecuzioni sommarie e di inaudita violenza la sollevazione contro il tentativo di occupazione del paese da parte di Napoleone che aveva imposto suo nipote Giuseppe come re di Spagna.
Goya all’epoca dei fatti aveva 62 anni ed era un affermato pittore, maestro della rinnovata tradizione pittorica spagnola. Col suo dipinto dedicato ai fatti del 3 maggio 1808, divenuto uno dei capolavori più noti dell’arte moderna, volle ricordare il sacrificio di tanti suoi compatrioti che diedero la vita per la libertà; lontana da ogni retorica, la sua interpretazione pone l’uomo al centro della scena. Un uomo che fa parte del popolo, di un popolo che sfida a mani nude la forza bruta che vuole rubargli la dignità di una vita da vivere liberi ed unici padroni di sé stessi. Il petto bianco e illuminato del protagonista è il simbolo della purezza che è nel cuore di colui che si immola a difesa della libertà sua, dei suoi figli e dei suoi simili, di oggi e di domani. Nel dipinto i soldati in uniforme sono un blocco immobile, arido, dove gli uomini infilati nelle divise hanno smesso di essere persone e sono burattini che eseguono un ordine terribile senza provare alcun sentimento umano, marionette al servizio di una violenza e di un cinismo che non esiterebbero un solo istante ad eliminare anche loro se questo tornasse utile alla propria affermazione, alla propria sete di potere. Eroico è invece il gesto di chi, inginocchiato, alza le mani in segno di resa, chiedendo pietà, ma al tempo stesso sfidando i fucili e contrapponendo ad essi la forza della sua stessa vita. La morte incombe su questa rappresentazione ed è una morte duplice: morti sono i soldati, grigi e tetri, morti come uomini, gettati senza speranza nel limbo incolore della totale rinuncia di sé. Morti sono i rivoluzionari spagnoli, ma dalla loro morte nascerà la libertà di un intero popolo. La loro è una morte che custodisce il seme della nuova vita che sta per nascere. La luce bianca della camicia intonsa, nell’attimo prima dello sparo che la renderà grondante di rosso, è la luce della speranza.
 
 
Daniela Argiropulos


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