Lettera di un pensionato

Questo intervento è finalizzato a chiarire la mia posizione nel comparto funerario ed il mio rapporto con i responsabili della rivista che mi ospita da qualche mese. Alla cui sensibilità rivolgo l'appello di pubblicarlo integralmente, assumendomene la paternità e la totale responsabilità morale, civile e - ove ravvisabile - anche penale. Ho aderito alla "bonifica" del mio articolo di marzo, sulle inquietanti proposte lanciate dall'Ing. Fogli, per non apparire arrogante ma non avevo autorizzato alcun rimaneggiamento di quello pubblicato a febbraio che, a mia insaputa, era già stato "riveduto e corretto".


A questo punto ritengo indispensabili alcune precisazioni fondamentali nel rispetto dei ruoli e per il rispetto che ciascuno deve al suo prossimo.

Non mi sono mai candidato a scrivere per questa rivista; sono stato, più che invitato, pregato di farlo. Ciò nonostante, i miei articoli non hanno visto la luce nella loro stesura originale ma sono stati mutilati, depauperati, rabberciati, sviliti.

Per chi non vive e non ha vissuto nell'ambiente, come i responsabili della redazione, inoltre, si rende necessario spiegare che la categoria degli impresari funebri si può dividere in due gruppi: quelli corretti, ligi e rispettosi della deontologia professionale, che stanno in casa propria per muoversi solo su richiesta delle famiglie in lutto (invero pochi) e quelli che si affannano ad acquisire servizi con qualunque mezzo intrallazzatorio, malversatorio, corruttorio, che dispensano mance e tangenti a procacciatori, personale di ambulanze, portantini, infermieri, portinai e quant'altro.

Invece, per uno come me, che ha mangiato il pane dell'imprenditoria funebre per 25 anni ma che si cimenta con la penna da quando sedeva nei banchi del liceo, si è determinata la più naturale simbiosi espressiva sulle tematiche settoriali, sì da poter affermare che quando faccio uso di termini forti come "becero", intendo dire becero in senso lato e nella più completa accezione del termine letterale e filologica; "marcato" (quart'ultimo rigo dell'articolo di febbraio) usato dal mio "correttore" non corrisponde affatto al concetto che intendevo stigmatizzare: lo minimizza, lo edulcora, lo travisa.

Quando parlo di malversazioni adopero solo un eufemismo: a Milano un famoso impresario distribuisce ai portinai degli stabili condominiali fac-simili di assegni tramutabili in moneta contante al buon fine di una eventuale segnalazione di decesso; a Napoli due impresari si scontrano nell'obitorio del Cardarelli per l'acquisizione di un servizio ed il diverbio finisce in "duello al sole": uno dei due estrae la rivoltella e spara al rivale uccidendolo; a Brindisi una famiglia conferisce l'incarico per un servizio ad una impresa di un paese limitrofo: gli operatori brindisini, compatti nell'osteggiare l'"intruso", minacciano il forestiero e lo "convincono" a smontare i paramenti già predisposti ed a rinunciare all'incarico; ad Augusta in Sicilia un impresario si presenta al funerale pomeridiano con 8 corone, anziché le 7 ordinate dalla famiglia del defunto; sull'ottava, però, dimentica di sostituire il nastro con la dicitura riferita ai dolenti del precedente funerale effettuato nella mattinata: accertato che le 8 corone sono le stesse usate nel servizio mattutino, riciclate, a 7 delle quali ha cambiato solo i nastri, viene arrestato.

Non sono che pochi esempi emblematici delle aberrazioni (direi delle schifezze) correnti nel settore delle pompe funebri, quelli che mi vengono in mente al momento, ma sul diffuso malcostume, sull'assenza di etica e mancanza totale di educazione e di rispetto per le persone colpite da eventi luttuosi, tanto ci sarebbe da dire e da scrivere: le corse dietro le ambulanze, il presidio 24h su 24h dei pronto soccorso, il presenzialismo diurno dei nosocomi pubblici e privati, le rincorse di manifesti murali o inserzioni pubblicitarie sui giornali inneggianti ad "offerte" vantaggiose, le bugie propinate ai dolenti - disinformati - su presunti "diritti" da pagare ai Comuni nei quali si transita nel corso di trasporti extraurbani (roba da Medioevo!), finanche le connivenze con medici e sacerdoti, per non dire delle minacce larvate al personale ospedaliero che non voglia "piegarsi" a "collaborare", che viene praticato con vandalistici danneggiamenti alle auto dei recalcitranti o dei "venduti" alla concorrenza e dei "dubbi", tante volte insinuati, su ipotesi di distacco dei tubicini ai malati terminali onde assicurarsi la "tangente" che altrimenti, con il cambio turno, finirebbe in altre tasche.

Questo avveniva anni fa; oggi con il proliferare vertiginoso degli operatori il fenomeno non risulta ridimensionato, anzi si acuisce e si perfeziona con la ricerca di "tecniche" sempre più sofisticate per dilagare nella spirale dell'emulazione incontrollata. Tutto ciò produce i titoloni scandalistici sui giornali che ci procurano la condanna e l'eversione generalizzata da parte delle autorità e della pubblica opinione a cui riesce oltremodo difficile, anzi, impossibile distinguere i "buoni" dai "cattivi". E quando qualcuno di noi "tuona" contro simili misfatti viene tacciato di disfattismo, additato come chi raccolga il fango e se lo butti in viso, come chi sputi nel piatto dove mangia, viene emarginato, osteggiato, zittito, come io lo fui, a suo tempo.

Si preferisce il quieto vivere, il lasciar correre, ricusando l'autocritica e la verità a tutto vantaggio dei truffaldini e dei tergiversatori.

Quando la FENIOF mi affidò l'Informatore, un "illustre" collega, in Comitato Direttivo Nazionale, recriminava che l'organo ufficiale fosse approdato in Africa, paventando il "pericolo" che anche la Federazione facesse la stessa…fine; per lui l'Italia è quella al di sopra della Linea Gotica; il resto è terzo mondo. Le mie reiterate, incessanti, implacabili denunce furono definite testualmente "cazzate", da altro "esimio" collega, mai invenzioni, perché la mia fonte micidiale ma veritiera era l'Eco della Stampa che mi inviava i ritagli dei giornali che riferivano delle nostre "gesta ingloriose": una inesauribile miniera di "trovate geniali" messe in atto da operatori del settore per fregare il prossimo ed infangare vergognosamente non l'onore o il prestigio (che non abbiamo mai posseduto) ma il tentativo di riscattare una reputazione che inutilmente inseguiamo. Ora quella fonte imprevedibile di porcherie è in mano alla FENIOF - se è vero che l'abbonamento al servizio è stato perpetuato - ma non se ne fa uso che per estrapolare solo le notiziole curiose o spiritose a mo' di barzellette.

E questo perché alla Feniof è sempre mancato il coraggio di fare una scelta precisa ed inequivocabile; si ricusano le prese di posizione nette e decise, si evitano malumori, scontri e polemiche che scontenterebbero una delle parti; l'importante è che si paghino le quote associative; sotto la supervisione prudentemente oculata ed accomodante del Segretario, si abdica alla funzione di difesa e tutela della categoria cedendo alla prevaricazione dei "poteri forti"; l'importante è sopravvivere, mercé l'ostentazione della rappresentanza (virtuale) della categoria: da sempre un migliaio di associati a fronte di 10/12 mila operatori e, da questo anno, con l'"organo ufficiale" ridotto alla scopiazzatura indecorosa di "pagine utili".

Ma, tornando alla mia collaborazione con OLTRE, mi chiedo: chi è questo "Carneade" che si è sentito nel diritto di tagliare e ricucire i miei scritti con un cinismo sconvolgente, amputandoli dei risvolti umani, sentimentali e nostalgici, che tanto significato hanno nei rapporti intercorsi o intercorrenti anche fra i "rozzi" impresari funebri, sostituendo termini, eliminando aggettivazioni e rappezzandoli come vecchie camere d'aria di biciclette?

Tutto ciò mi umilia profondamente! Sarò anche presuntuoso, ma non ho consentito ad alcuno di censurarmi, mai; non l' ho consentito in passato e non lo consento oggi alla luce di una collaborazione dal sottoscritto mai perorata, ma richiestami a più voci con insistenza. Non ambivo e non mi lusinga "specchiarmi" nel mio nome e cognome apposto in calce ad articoli rielaborati in maniera artificiosa dai quali sono stati cancellati i miei sentimenti, i ricordi cari, la mia passionalità, i valori irrinunciabili, il mio essere "uomo", prima che operatore del settore, pur se in pensione. Quegli articoli non sono i miei.

Non ho mai avuto la presunzione di essere considerato il depositario di verità rivelate, né il "traduttore ufficiale" del pensiero degli impresari funebri, né deputato ad impersonare l' "autorevolezza" che non mi sono mai arrogato, perché non rappresento che me solo, con la mia indole ribelle, la mia verve polemica, l'insofferenza ad imbrigliamenti di qualsiasi natura.

Sono uno spirito libero, dico quello che penso, scrivo quello che sento - talvolta, scrivendo, mi emoziono, causa l'intensa partecipazione - e, per l'esperienza accumulata, non ho motivo di sperare nei commenti da parte dei colleghi, sempre restii all'uso di carta e penna. È già tanto se taluni si degnano di leggere tutto quello che - a fatica - viene elaborato per loro. Però sono stato sempre convinto che ad ogni azione umana, anche mercantile o partecipativa - come può essere lo scrivere per una collettività - debba sovrintendere l'"uomo" con tutto il suo bagaglio interiore di moralità, di sentimenti, di emotività. E non c'è cosa peggiore, per l'uomo che ci mette l'anima nello scrivere qualcosa, qualunque cosa - anche "cazzate"-, che vedersele depauperate e contraffatte.

Con i miei scritti ho messo alla berlina e sotto scacco Sindaco, amministratori ed altri burocrati, additandoli alla pubblica opinione locale come "incompetenti e imbroglioni", nella guerra scatenata contro il mio Comune per la reiterazione semiclandestina della privativa dei trasporti funebri; mi sono permesso il "lusso" di sostituirmi a professionisti di chiara fama per avere elaborato due ricorsi all'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust), entrambi con esito positivo, anche se la FENIOF si è impadronita "in toto" di quello inerente ai trasporti, per poi disattenderlo e tradirlo; ed oggi, come uno scolaretto di quinta elementare, dovrei tollerare che i miei "compitini" subiscano massacri e falcidie unilaterali? "Pro bono pacis" Samoggia sintetizzava e minimizzava i miei interventi degli ultimi anni, per non irritare la parte "inquinata" della categoria, presente anche nella FENIOF, perciò ho desistito. Posso tranquillamente tornare alle mie letture preferite e, talvolta, a sorbirmi quegli insulsi spettacolini che ci propina la TV.

Chiedo scusa per lo spazio che ho sottratto nella convinzione di potermi rendere ancora utile.

Probabilmente ancora una volta mi sbagliavo!

 
Alfonso De Santis

RISPOSTA AD ALFONSO DE SANTIS

Ad Alfonso De Santis abbiamo già risposto privatamente, ma poiché, per questa volta, pubblichiamo integralmente il Suo scritto nel quale ci chiama in causa direttamente, riteniamo doveroso nei confronti di chi legge questa rivista sintetizzare il nostro pensiero, augurandoci che chiunque sia stato tirato in ballo da De Santis voglia fare altrettanto, per costruire un dibattito ed un confronto, a testimonianza reale che le pagine di OLTRE sono davvero disponibili ad ospitare le opinioni di tutti.

Il nostro spumeggiante Amico pugliese si sente profondamente umiliato da una presunta attività censoria esercitata da un Carneade che, con il suo operato, avrebbe depauperato e contraffatto con massacri e falcidie unilaterali i suoi scritti, mutilandoli, rabberciandoli, svilendoli, minimizzandone, edulcorandone, travisandone il significato e rendendoli praticamente non più ascrivibili a Lui.

Neanche fossimo ancora nel Ventennio!!!

Come già abbiamo spiegato direttamente a De Santis, le cose non stanno esattamente così.

Il Suo primo articolo, quello maggiormente falcidiato dal Censore, altro non era che una lettera di intenti, arrivata quando ormai il giornale era chiuso ed alla quale abbiamo comunque dedicato spazio, sottraendolo a quanto già previsto per quell'ingombro.

La sintesi era quindi necessaria, vista anche la lunghezza dello scritto, e non ci sembra affatto di avere travisato i concetti manifestati, né tantomeno di aver penalizzato una corretta esposizione lessicale o grammaticale, pur rendendo la prosa stilisticamente un po' meno 'personalizzata', ma certamente più aderente allo stile globale della nostra rivista.

Nel secondo articolo, peraltro visto ed approvato da De Santis prima della pubblicazione, abbiamo eliminato dal testo due aggettivi, 'becero' ed 'ignobile', non per intervento censorio, ma, più semplicemente, per atto di buon gusto. Non pensavamo certo che rileggendosi, una volta pubblicato, all'Autore sarebbe apparso stravolto il proprio pensiero!

In futuro continuerete a trovare, su queste pagine, il pensiero di Alfonso De Santis.


Ci auguriamo però, come già detto precedentemente, che altri vorranno utilizzare OLTRE come cassa di risonanza per manifestare pubblicamente le proprie idee, in una pluralità di opinioni capace di stimolare un dibattito, anche vivace, che sia foriero di una autentica crescita professionale della categoria ed espressione di una autonomia e di una indipendenza delle quali siamo, lasciatecelo dire, legittimamente orgogliosi.Carmelo Pezzino

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