Rotastyle

TANEXPO 2004

A LAS VEGAS C'ERAVAMO ANCHE NOI!

Ancora una volta, a pochi anni di distanza dalla precedente edizione, la Convention con annessa Fiera della NFDA (National Funeral Directors Association) si è tenuta nella perennemente sveglia Las Vegas, capitale mondiale del gioco.
Una destinazione estremamente gradita agli americani sia per il clima che per il gioco e per rendersene conto basta soffermarsi nei pressi dell'aeroporto Mac Carran ed osservare l'andirivieni ininterrotto di aerei che trasportano ogni giorno 100.000 persone che, già uscendo dalla passerella del velivolo, si trovano circondate da rutilanti slot-machines. È quindi facile intuire quale sia il peso economico di questa città che ancora un secolo fa era una sonnecchiosa cittadina in mezzo alle "vegas", termine spagnolo che designa le fertili pianure coltivabili situate presso i bordi di un ruscello. Ci si trova, oggi, in una metropoli di più di un milione e mezzo di abitanti con un tasso record di accrescimento dovuto soprattutto all'arrivo, ogni anno, di migliaia di nuovi residenti.
Las Vegas riassume, in qualche modo, lo spirito del nuovo mondo, fatto di ricerca, di avventura e di rischio in un ambiente naturale grandioso (il Grand Canyon non è distante, come pure la ben nota Death Valley, la valle della morte) sul quale la mano dell'uomo è intervenuta radicalmente, dando così origine a quel mondo di favola e di evasione artificiale che può sembrare, a noi europei, un po' pacchiano per i nostri gusti affinati e raffinati da venti secoli di storia, ma che si adatta perfettamente all'ideale, più o meno inconscio, della middle-class americana, per la quale uno dei criteri discriminanti basilari è quello della dismisura. In tutto, dalle porzioni di cibo nei ristoranti, largamente sufficienti per due se non per tre persone di normale costituzione, ai buildings, che più sono grandi e più sono belli. Il centro vitale di tutto ciò si situa all'incrocio, il più affollato di tutto il Nevada, tra Flamingo Road ed il Las Vegas Boulevard ( la mitica "Strip"). Qui, in una bizzarra ed esilarante mescolanza, Parigi (o, meglio, la sua realizzazione in miniatura) sta di fronte alle acque turchesi di Bellagio, mentre dall'altra parte della strada le severe statue romane che circondano il Colosseo (auditorium del famosissimo Caesar's Palace, dove attualmente si esibisce Celine Dion) assistono, con qualche giustificata reticenza, alle solenni bevute di birra, tedesca, degli allegri partecipanti ad una Oktoberfest più bavarese che mai ed il cui epicentro si trova nella ricostruzione in scala ridotta (1 a 9), perfetta nei minimi dettagli, della arcinota Hofbrauhaus di Monaco. Non molto più in là, in una improbabile prossimità tra campanile di San Marco, Rialto, Ca' d'Oro, Palazzo Ducale e Ponte dei Sospiri, ecco Venezia con i suoi canali e le sue gondole (vere!) condotte da gondolieri dal forte accento yankee e sulle quali allegre famigliole texane o del Nebraska si fanno cullare, in evidente sollucchero, tra un lampeggiare incessante di flash ed il ronzio monotono delle videocamere. Per un momento tutta questa folla in perpetuo movimento riesce ad aprirsi una parentesi di evasione dalle dure realtà di una vita quotidiana in un paese dove la competizione è esasperata e dove, se è ben vero che ciascuno ha la sua carta da giocare (molti esempi ce lo dimostrano), è altresì vero che per la maggioranza che, come al gioco, non riesce a vincere, la vita è banale e noiosa e, per i più deboli (i "losers", gli sconfitti), spesso al limite della marginalità. Allora Las Vegas come metafora della vita? È una ipotesi, forse seducente.
Chi scrive conosce ormai da molti decenni questo paese, con le sue contraddizioni, il suo fascino, l'entusiasmo che esso può suscitare od il rigetto che può generare (siamo a Freud ed all'amore-odio; in fondo, a pensarci bene, il geniale Woody Allen è perfettamente a suo agio negli States). Dopo aver percorso migliaia di chilometri guidando, con la compagnia rassicurante della diletta soft music, dalle foreste di sequoia californiane alle cricche pescose del Maine, dalle paludi umide della Florida alle piane innevate e gelide del Middle West di febbraio, ci si ritrova sempre al punto di partenza e cioè a chiedersi se la relativa brutalità (che si tocca con mano di primo acchito già all'aeroporto, al momento dei controlli dell'Immigration) sia il prezzo da pagare per l'efficacia o se questa non generi spontaneamente forme di comportamento con le conseguenti e talora scioccanti realtà ad esse connesse. Si pensi agli arzilli vecchietti, manifestamente ultrasettantenni, iperattivi e saltellanti dietro i banchi del fast-food di turno, oppure a quella assistente di volo, della stessa età, che con giovanile entusiasmo ed efficacia mi ha accudito sul volo di ritorno a New York. Da noi costoro sarebbero anziani inaciditi o nonni perfetti come quelli che si vedono in una famosa pubblicità di pasta nazionale. Qui non sono degli esclusi. Ma, in seconda battuta, ci si chiede se tutta questa gente non sia lì ad agitarsi, malgrado i probabilissimi piccoli (o grandi) acciacchi, non tanto per un amore sviscerato per il lavoro quanto piuttosto perché altrimenti non ce la farebbero a sopravvivere. Ancora una volta ci si trova in imbarazzo di fronte ad una realtà molto più complessa e difficile da decifrare di quanto si potrebbe, superficialmente, immaginare. Rimane il fatto che l'impressione di un certo, diffuso, benessere sussiste. È il logico risultato di una produttività in costante aumento, unita ad una flessibilità da noi difficilmente immaginabile. Il tutto nell'ambito di una forte professionalità su base specialistica. Vedremo un giorno anche nel nostro bel Paese gli alberghi affiggere su un quadrante digitale visibile da lontano il prezzo delle camere che varia in continuazione in funzione delle entrate ed uscite dei clienti? Potremo anche noi un giorno rifocillarci per la prima colazione nell'albergo di una prestigiosa catena con un buffet a 9 euro dove si trova di tutto, dalle bistecche al pollo, dal bacon alle salsicce, ai frutti più vari e colorati, ai dolci ipercalorici che i golosi adorano? Oppure dovremo per sempre accontentarci, per un prezzo talvolta doppio, della solita, triste prima colazione a base di fette biscottate e sinistri contenitori in plastica di minuscole porzioni di burro e marmellata? Eppure, siamone certi, questa gente non lavora in perdita. Il fatto è che tutto parte dal cliente, al quale viene conferita non solo la funzione di mucca da mungere, ma il cui ruolo riconosciuto è quello, molto più giustificato, di primo motore della attività economica. Esso diventa, quindi, un patrimonio da proteggere e da salvaguardare nella misura in cui egli ha la capacità di creare ricchezza per quelli che lavorano e ne sono, in qualche modo, tributari. Qui la «customer satisfaction» non è uno slogan vano, ma realtà quotidiana! Ancora una volta siamo sempre lì: la professionalità. Ed è proprio questa nozione che contraddistingue, come tutti gli altri, anche gli operatori del settore funerario. È la chiave di volta di tutto il sistema economico e la ragione del successo per coloro che la detengono.
Una visita alla NFDA non è mai tempo perso. Nonostante i prezzi d'ingresso proibitivi la partecipazione è stata numerosissima. L'obiettivo principale? Acquisizione e miglioramento della propria professionalità. È proprio per questo che le conferenze e i meeting sono affollatissmi ed attentamente seguiti da un pubblico curioso e coinvolto. Dette riunioni cominciano in certi casi già alle sette del mattino. Altre terminano in tarda serata. C'è n'è per tutti i gusti e per tutte le esigenze. Su base regionale (ad esempio, che so, riunione degli imprenditori dell'Ohio o del Kentucky), professionale (riunione degli imbalsamatori o degli esperti in pre-finanziamento funerario), o di qualsivoglia altro criterio discriminante. Da noi, lo si sa, molto spesso il pubblico è costituito da uno sparuto drappello di amici e parenti dell'oratore che spesso, poi, se ne vanno prima della conclusione. È francamente deprimente assistere ad una riunione di imprenditori in Europa dopo aver gustato a quelle d'oltre oceano.
È chiaro ed evidente che in questo contesto il ruolo dell'esposizione di prodotti assume una configurazione diversa da quella a cui siamo abituati. Esso diventa "uno" dei poli d'interesse assieme, come si è sopra detto, alle altre occupazioni (formazione, conferenze, elezioni nazionali e regionali, …). Gli stessi orari di esposizione sono concepiti in modo da lasciare il tempo per le altre attività. Cinque ore di esposizione al giorno (dalle 12,00 alle 17,00 i primi due giorni; dalle 8,00 alle 13,00 l'ultimo) per un totale di 15 ore contro una trentina alle nostre latitudini. Ciò non impedisce ai visitatori di vedere, organizzandosi adeguatamente, tutto quello che vogliono, ed agli espositori di accudire convenientemente i clienti fissando con alcuni di essi appuntamenti particolari al di fuori degli orari ufficiali ed in condizioni di maggiore tranquillità ed efficacia professionale. Riusciamo ad immaginare la mezza rivoluzione che un adattamento orario di questo genere provocherebbe da noi? Da una parte gli espositori troverebbero esorbitante il prezzo orario della superficie, dall'altra i visitatori, ai quali viene richiesto un contributo tutto sommato modesto, si riterrebbero lesi per delle ragioni similari. In realtà viene richiesto un cambiamento di fondo dell'approccio culturale dell'evento. O si ragiona in termini di conto della serva (con tutto il rispetto dovuto alle serve) o si pensa da imprenditori mirando alla efficacia ed ai risultati. Fin tanto che questi concetti non saranno stati integrati nelle nostre diverse attività, il contrasto tra il nuovo mondo e la nostra vecchia, bella e dolce Europa è destinato ad ampliarsi a nostro sfavore. Avendo la natura orrore del vuoto, esso comincia già ad essere riempito da altri continenti meno conservatori e più dinamici pur essendo di cultura e tradizioni in certi casi più antiche della nostra. È ben evidente che la riduzione dei tempi di esposizione, in funzione di identici risultati concreti, si traduce in aumento della produttività. Si gira sempre attorno agli stessi concetti: produttività, efficacia, professionalità. Non si è ancora parlato di qualità e di innovazione. La qualità è buona in generale, con picchi di eccellenza per alcuni prodotti o per alcuni fabbricanti. Per quanto riguarda le "novità" assolute esse sono, in questo settore, abbastanza rare. Forse il fatto più interessante, in termini di prodotti «nuovi», è stata l'apparizione di nuove urne come conseguenza della crescita esponenziale delle cremazioni in determinati Stati come, ad esempio, la California. È una lezione utile per il nostro paese dove un fenomeno analogo potrebbe aversi dopo l'entrata in vigore ( quando?) dei nuovi regolamenti. Lì saranno contenute anche le «vere» novità che modificheranno il panorama funerario nazionale, e cioè la casa funeraria e la tanatoprassi. Tornando a Las Vegas ed alle urne ivi esposte, sono state molto ammirate quelle peruviane in argento massiccio, altre in vetro di Boemia e dal leggiadro design di ispirazione Liberty, accanto a quelle in «cloisonné» di chiara origine cinese ed alle uova di struzzo neozelandesi rifinite con fregi in oro fino. Una scelta estremamente vasta, insomma, a conferma della capacità di intervenire di nuovi paesi anche su mercati che fino ad oggi sono stati sempre controllati da qualche «happy fews». Molto più tradizionale la produzione di vetture e di cofani anche se, per quanto riguarda questi ultimi, idee interessanti si sono viste sullo stand di Vendor con prodotti che, per il momento, non sono tuttavia utilizzabili in Italia. Per rimanere in quest'ambito merita di essere segnalata la crescita costante, sicura ed inesorabile di un gruppo, Milso, già in evidenza lo scorso anno a San Antonio in Texas. Si tratta di un gruppo familiare (rara avis!) la cui proprietà è nelle mani della famiglia Pontone, le cui origini italiane (di Sora e Amalfi) sono evidenti. Milso si è imposta come quarta forza negli USA possedendo ormai una dozzina di stabilimenti, dalla culla di Brooklyn all'Indiana, al Connecticut. L'azienda si sta anche diversificando, proponendo prodotti finanziari e servizi di supporto. Quasi a conferma della buona salute del gruppo i Pontone hanno staccato un generoso assegno di beneficenza di 250.000 dollari (quasi mezzo miliardo delle nostre vecchie lire) a profitto della Fondazione «Mano nella Mano» del Servizio Funerario.
In conclusione, la grande lezione che possiamo trarre da questa manifestazione è quella di una professionalità in continua crescita, che si avvale del supporto di un marketing estremamente sofisticato e performante tanto a livello «in» (definizione del prodotto) quanto a livello «out» (strategie di vendita e politiche commerciali). Manca, forse, quel tocco di genio che contraddistingue talvolta i produttori europei, italiani in particolare (penso ai bronzi, qualche cofano, qualche accessorio); l'esperienza, peraltro, è unica ed interessante.
Appuntamento, quindi, nel 2004, a Nashville nel Tennessee, già sede di una NFDA qualche anno addietro e patria della «country music», dove giovani speranzosi giungono (ad Opryland) da tutto il paese in cerca di quelle gloria che sarà appannaggio di pochissimi. Tra di loro il più noto è Elvis, ma non possiamo dimenticare i monumenti come Ricky Van Shelton, Randy Travis o Patty Loveless, senza trascurare, beninteso, le Dixie Chicks (le giovincelle del Sud) il cui magnifico e triste «Travelin' Soldier», carico di «sound» ha permesso loro di ottenere nel 2003 il Grammy Award, l'equivalente, per la musica, degli Oscar nel cinema. Oltre ad Opryland si preveda una serata al Wildhorse Saloon, in «downtown» Nashville, tempio della «square dance» (munirsi di Stetson e stivaletti) dove, in previsione delle danze serali, corsi di iniziazione vengono impartiti, gratis, durante il giorno. Per i più pigri l'alternativa sarà quella di rimanere alla balaustra, in beata ammirazione degli adepti di Tersicore, sorseggiando più bicchieri di bourbon regolarmente servito «on the rocks» e battendo, col piede e con la mano, il tempo della musica. Per finire, anche se Memphis non è lontana (la casa di Elvis vale il viaggio!), una gita è vivamente consigliata in una cittadina non molto distante e famosa nel mondo intero perché vi si produce un beveraggio universalmente conosciuto. Il paradosso è che essa si trova in una «dry county», in una contea secca, vale a dire un luogo dove non si vendono né si consumano alcolici. Ancora una stranezza di questo contraddittorio paese dove una leggina locale di una contea dell'Arkansas prevede severissime sanzioni per coloro che fossero sorpresi mentre intrattengono relazioni sessuali con dei porcospini. Non ci è dato sapere se l'intento del legislatore fosse quello di proteggere l'uomo od il porcospino. Per ritornare alla nostra contea, un consiglio, dunque, agli amatori. Dopo la visita allo stabilimento, con lunga sosta meditativa (mentre gli ignari già pensano, con giustificato compiacimento, alle future, illimitate, libagioni) davanti alla stufa responsabile della prematura scomparsa del titolare, (costui, irascibile, aveva appioppato, per una contrarietà qualsiasi, un calcione alla stufa che gli aveva provocato una ferita al piede con conseguente infezione e prematuro ritorno al Creatore), la direzione offre una vasta scelta di bevande calde e soft drinks, compresa un'acqua minerale della stessa marca e con l'inconfondibile etichetta nera del prodotto in questione. Lo spaccio più vicino si trova nella casa coloniale di un colonnello in pensione nella contea successiva, ad un ventina di miglia, dove è possibile trovare qualche birra.
Un flacone del prezioso liquido verrà offerto, a Modena, al primo dei nostri lettori che, avendo identificato il beveraggio ed il sito di produzione, ne trasmetterà i nomi in redazione.
Good bye!IL VIAGGIATORE

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