Tre mesi di coronavirus che sembrano un’eternità

L’emergenza sanitaria e il forte incremento di mortalità con cui ci siamo dovuti confrontare nei mesi scorsi, ha portato alla luce una serie di gravi lacune delle norme che regolano il settore funerario e cimiteriale italiano.


In tre mesi di coronavirus non pochi si sono resi conto delle carenze delle norme di Polizia Mortuaria
e ancor di più della mancanza di loro conoscenza da parte della filiera funeraria italiana. Molto è dipeso dalla regionalizzazione di norme funebri, cimiteriali e di polizia mortuaria, un fenomeno che ha creato un marasma legislativo da cui difficilmente si riesce ad uscirne. Anche lo Stato ha le sue colpe, visto che per anni ha abbandonato il settore funerario al proprio destino, e solo di recente ha deciso di impugnare norme regionali palesemente illegittime, come lo erano anche altre che mai sono state impugnate. Le colpe maggiori sono però, a nostro avviso, da imputare alle Regioni, desiderose di innovare, molte volte senza nemmeno sapere che effetti avrebbero provocato quel che andavano ad approvare.

In mezzo sta un popolo di operatori, desiderosi di ampliare il proprio business, spesso a scapito di altre attività confinanti. Tutto funzionava col buon senso e con la necessità di fare un funerale in tempi accettabili, visto che le carenze di una rotella del sistema venivano risolte, non senza tensioni, da altre rotelle del sistema: l’importante era concludere il funerale. E le rotelle erano e sono tante: gli operatori delle camere mortuarie delle strutture sanitarie, i medici intervenuti, i sacerdoti per la ritualità, gli impiegati del Comune per le autorizzazioni e la disponibilità di sepoltura, gli operatori di cimiteri e di crematori per la sepoltura o la cremazione. Solo per ricordare le principali. Tutti guidati e sincronizzati dall’impresa funebre, che con propri necrofori e addetti alle onoranze funebri, trova quasi sempre la maniera di concludere il funerale.

Poi, a febbraio, si è entrati in tempi di coronavirus. Quasi tutte le Regioni, nell’approvare le normative territoriali, hanno ritenuto di richiamare le norme statali in caso di defunto con malattia infettiva diffusiva. Norme vecchie, o meglio vecchissime, in diversi casi difficilmente applicabili al giorno d’oggi, specie con una epidemia numericamente imponente come quella che ci ha colpito. Per un’analisi dettagliata della vetustà di queste norme si rimanda al confronto, nello schema elaborato dal Dott. Antonio Dieni, tra le norme emanate durante la Seconda guerra mondiale (il R.D. 1880/1942, che per inciso era già in molti casi ripetizione di quelle vigenti alla fine dell’Ottocento) e le ultime norme statali di cui al D.P.R. 285/1990.(clicca qui per lo schema comparativo)

Perché queste norme sono di difficile applicazione? Perché ora si è in presenza di una parte rilevante del Paese (il Nord, Roma e la Campania) dove la cremazione è la scelta preponderante delle famiglie e l’inumazione è divenuta residuale e la tumulazione di feretri è parimenti in forte declino, mentre nella restante parte d’Italia è ancora la tumulazione la scelta principale delle famiglie. Il famigerato virus ha scelto di infettare principalmente le zone del Nord, ed è lì che il meccanismo si è inceppato: si è inceppata dapprima la macchina sanitaria (intasando le camere mortuarie di ospedali e RSA) e, a seguire, quella autorizzatoria comunale; poi quella necessaria per il trasporto funebre e infine la rete dei crematori. Diciamo che sostanzialmente ha retto solo il sistema di accoglimento cimiteriale (che sappiamo sovrabbondante come posti, al Nord).

Ora la Protezione Civile ci ha messo una pezza con due ordinanze: prima la OCDPC 655 e poi la 664. Sulla prima, emanata nei giorni di massima difficoltà per l’alta mortalità nella Bergamasca, stendiamo un pietoso velo proprio perché assunta in giorni terribili. La seconda ha principalmente velocizzato il sistema autorizzatorio ed è e sarà molto utile. Non osiamo pensare però a cosa sarebbe successo se il coronavirus avesse deciso di colpire al Sud, già in crisi per garantire le ordinarie sepolture!

E veniamo infine al problema maggiore degli effetti di questa pandemia: spesso gli operatori funebri si sono trovati all’oscuro sia su che cosa si deve fare in una situazione epidemica di questo genere, e sia perché lo si deve fare. Sono stati principalmente guidati dal sapere tramandato dalla pratica quotidiana che, in casi come questo, non può funzionare:
- per la dimensione quantitativa dell’epidemia;
- per gli effetti del virus che si stanno scoprendo solo nel tempo;
- per una babele di provvedimenti e di centri decisionali che sono propri dell’italico modo di affrontare le cose: ovvero come complicare le cose facili, figuriamoci quelle difficili!

Eppure, quelle stesse norme regionali, che diverse federazioni di categoria avevano sponsorizzato, avevano previsto corsi obbligatori con un minimo di ore di frequenza, con programmi che certamente comprendevano pure le norme sulle malattie infettive. I maligni dicono che in diversi casi i corsi erano visti più come un sistema per ottemperare ad un obbligo di legge, prendersi il pezzo di carta necessario per poter poi avere accesso alla possibilità di operare in un determinato territorio, piuttosto che un sistema di arricchimento di conoscenze di base e specialistiche. Mi pare ingeneroso dare giudizi, ma certamente vi è una differenza tra chi opera in altri Paesi europei, dove per poter svolgere l’attività funebre occorrono centinaia e centinaia di ore di formazione con un sistema di aggiornamento continuo, e l’Italia che si ferma a qualche decina di ore, fatte in una qualche maniera.

E allora che fare? L’esperienza vissuta in questi mesi ci deve servire per ricostruire, ci si augura ben prima dell’ottobre prossimo, una normativa emergenziale degna di questo nome e farla conoscere per tempo all’intera filiera. Non arrivare come al solito con l’acqua alla gola. Allo stesso tempo sarebbe auspicabile avviare un percorso virtuoso che permetta di riscrivere le norme valide per l’ordinarietà, superando una volta per tutte la logica delle norme regionali.
 
Daniele Fogli



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