Un defunto italiano su tre, nel 2020, è stato cremato

La risposta del sistema cimiteriale e crematorio al lavoro straordinario di un anno ad altissima mortalità.

Di recente sono stati diffusi i dati Istat su mortalità, sepolture e cremazioni nel 2020, in Italia.
Oltre l’Istat (solo per la popolazione) è Sefit Utilitalia che, meritoriamente, raccoglie questi dati sulla cremazione, li elabora e li fornisce agli operatori nazionali e internazionali del settore, consentendo studi, analisi e valutazioni. Proveremo quindi anche noi ad analizzarli.
Stante l’eccezionale mortalità del 2020, anno con i massimi effetti pandemici in Italia, è importante capire come ha risposto il sistema cimiteriale e crematorio italiano al superlavoro a cui è stato chiamato e, al tempo stesso, provare a trarre qualche conclusione e proposta.

L’andamento dei decessi

Nel 2020 l’Istat ha contato in Italia 746.146 decessi, pari ad un tasso grezzo di mortalità riferito alla popolazione residente del 12,55 per mille, dato eccezionale, inferiore nel secolo scorso solo ai defunti connessi ad una guerra mondiale.
Nel 2020 la speranza di vita alla nascita si è ridotta di 1,2 anni a causa della pandemia attestandosi a 82 anni: 79,7 anni per gli uomini e 84,4 per le donne (vedi l’articolo “Covid, l’aspettativa di vita precipita” presente in questo numero, nde).

La cremazione

Negli 87 impianti di cremazione realizzati in Italia, in tutto il 2020, sono state effettuate 247.840 cremazioni di cadaveri (194.669 nel 2019). A tali valori sono da sommare 29.266 cremazioni di resti mortali (a fronte di 38.305 nel 2019). Pertanto, nei crematori italiani si è effettuato nel 2020 un totale di 277.106 cremazioni (223.935 nel 2019), con un aumento considerevole di cremazioni in un solo anno. E, conseguentemente, con una struttura impiantistica molto più stressata che in ogni anno passato.
La media di cremazioni per impianto (autorizzato) nel 2020 è risultata la seguente:
  • Cremazione di cadaveri = 2.849 (2.290 nel 2019);
  • Cremazione di resti mortali = 336 (451 nel 2019);
  • Cremazioni totali = 3.185 (2.741 nel 2019).
Le cremazioni di feretri al decesso effettuate in Italia nel corso del 2020 sono cresciute del 27,31% rispetto all’anno precedente, con un incremento corrispondente a 53.171 unità. Mentre la mortalità è cresciuta del 17,31%: segno che la tendenza a scegliere la cremazione ha avuto una accelerazione durante il periodo pandemico.

L’aumento rispetto alle serie annue passate è dovuto principalmente alla sensibile crescita della cremazione al Nord e, in misura più contenuta, al Centro e al Sud.
Annotiamo un leggero ridimensionamento delle cremazioni in Campania, per l’effetto drenante svolto da crematori di Puglia e di Calabria. Ridimensionamento che potrebbe proseguire con l’aumento della realizzazione di nuovi impianti al Sud (in particolare in Sicilia).

L'incidenza della cremazione registrata e stimata sul totale delle sepolture, per l’anno 2020, è del 33,22%, con un incremento in termini percentuali del +2,54%, rispetto al dato 2019.
Nel 2020, così come negli anni precedenti, le città in cui viene effettuato il maggior numero di cremazioni sono generalmente le città metropolitane, con fenomeni di sotto-dotazione in particolare a Roma, Palermo, Catania, Genova.
Parallelamente si registra una sovra-dotazione di impianti in talune aree del Nord e Centro (in particolare Piemonte, Toscana) come può desumersi dalla combinazione dei dati medi di cremazioni totali per impianto, per linea e di morti per impianto.
Inoltre, nel 2020 la regione che ha effettuato il numero maggiore di cremazioni totali medie per linea (cioè per forno installato) è stata l’Emilia-Romagna (2.574), seguita dalla Lombardia (2.436) e dal Lazio (2.097).

Significativo è registrare cha a fronte di un aumento di 2,81 volte nel 2020 del numero di impianti di cremazione in esercizio rispetto al 1995, nello stesso periodo si è avuto negli stessi impianti un incremento di 11,95 volte della cremazione, con i valori di cremazioni per impianto sopra ricordati.

Altro elemento di grande interesse è la valutazione del comportamento dei gestori dei crematori in periodo pandemico. Essi hanno favorito la cremazione di cadaveri, data l’alta richiesta, e il contemporaneo differimento ad altri tempi della cremazione di resti mortali, sia per scelta propria, sia per effetto delle norme ministeriali, come pure per scelta degli stessi gestori dei cimiteri.
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Considerazioni finali

Dobbiamo inoltre annotare che l’attivazione di services di trasporto feretri, cioè operatori specializzati nel trasferimento di feretri e/o contenitori di resti mortali da certi territori in altri dove si possono ottenere tempi di effettuazione del servizio più contenuti e talvolta sconti tariffari, sta alterando il rapporto di territorialità della cremazione. Non conoscendo la provenienza dei cremati, i dati sono ormai riferibili più a potenzialità crematorie provinciali o regionali e sempre meno ad incidenza di cremazione per territorio servito da un certo impianto.
La pandemia ha inoltre reso sempre più evidente che ogni impianto di cremazione di città non può avere meno di 2 linee di cremazione, poiché se per un motivo qualsiasi vi fosse lo stop di un forno, l’altro dovrebbe essere in grado comunque di garantire l’operatività.
È emersa prepotentemente la problematicità dei servizi di supporto e in particolare dei luoghi di stoccaggio dei feretri in attesa di cremazione (ma anche di sepoltura). Si tratta di servizi su cui investire da parte dei vari gestori come già si sta registrando in questi mesi. Ma è un input per i concedenti il servizio che dovrebbero intervenire proprio per facilitare queste dotazioni aggiuntive.
Infine, alcune osservazioni sui materiali utilizzati:
  • Il contemporaneo obbligo di disinfezione dei cofani: interno (imbibendo il lenzuolo con disinfettanti) ed esterno, non ha tenuto conto della pericolosità di utilizzo di prodotti a base alcoolica quando il feretro debba essere cremato a breve. È questione da annotare per i cambiamenti normativi necessari, visto che in un certo periodo si sono registrati diversi scoppi bara (o meglio del coperchio della bara) durante la cremazione con qualche danneggiamento del refrattario e in un caso almeno del portello di accesso al forno. Di fatto le casse così confezionate, senza gli accorgimenti necessari, si trasformano in vere e proprie “bombe Molotov”!
  • Problematico anche l’uso di soli materiali biodegradabili interni sostitutivi dello zinco, in situazione di tempi elevati di permanenza dei cofani in attesa di cremazione. Occorre in questi casi prevedere una garanzia di tenuta esterna. Ci ha messo una “pezza” una circolare del Ministero della salute, ma poco si è capito tra gli addetti ai lavori.

La pandemia ci ha insegnato molte cose sul funzionamento dei crematori in situazione di stress e, in particolare, in presenza di questo tipo di infezione (Covid). Ma ha accentuato anche problemi in materia di emissioni in atmosfera, materiali e caratteristiche delle bare da rivedere, depositi da ampliare, ecc.
Diventa così improcrastinabile da parte dei ministeri interessati emanare il provvedimento che gli operatori del settore attendono fin dal 2001 (vent’anni fa …) e previsto dall’art. 8 della L. 20 marzo 2001, n. 130 e cioè:

Art. 8. (Norme tecniche)

  1. Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, con decreto del Ministro della sanità, di concerto con il Ministro dell’ambiente e con il Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, sono definite le norme tecniche per la realizzazione dei crematori, relativamente ai limiti di emissione, agli impianti e agli ambienti tecnologici, nonché ai materiali per la costruzione delle bare per la cremazione.
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Daniele Fogli

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