Materialismo e Ragione

L'inutilità necessaria del sepolcro

"Deorum manium iura sancta sunto" (i diritti degli dèi Mani siano sacri) Cicerone
Storicamente l’uomo ha sempre identificato luoghi precisi nei quali seppellire i propri morti, spazi sacri che rappresentavano città nelle città: le necropoli di greci, romani ed etruschi, le piramidi degli egizi, i conventi, le cappelle e i cimiteri adiacenti le chiese e le abbazie nel Medioevo. Anche nella morte la disponibilità economica dei defunti e delle loro famiglie si faceva sentire e non è un caso trovare fosse comuni utilizzate per i ceti meno abbienti. L’importanza della tomba e della lapide con inciso il nome del defunto non è un bisogno nuovo. Aggirandosi nei cimiteri è possibile osservare come tumuli e loculi si presentino in maniera assolutamente diversa per forma e per struttura, con scritte ed epitaffi che possono apparire anche frivoli e che sono frutto più della fantasia dei sopravvissuti che non di una precisa volontà delle persone scomparse.
Molti uomini di cultura hanno spesso dato voce a chi non poteva più parlare: è il caso di Ugo Foscolo, che si batté accanitamente contro l’editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone, che prevedeva lo spostamento dei luoghi di sepoltura al di fuori delle mura cittadine e l’anonimato per coloro che non potevano permettersi una grande tomba. Foscolo è fra i principali esponenti della letteratura italiana nel periodo a cavallo fra Settecento e Ottocento, quando iniziarono a manifestarsi nel nostro Paese le correnti del Neoclassicismo, del Preromanticismo e del Romanticismo. Costretto fin da giovane ad allontanarsi dalla propria patria (l’isola greca di Zacinto, allora territorio della Repubblica di Venezia), si sentì esule per tutta la vita, strappato a quel mondo di ideali classici in cui era nato. Errando di terra in terra, privo di fede religiosa in quanto intellettualmente formatosi alla scuola degli Illuministi e incapace di trovare felicità nell’amore di una donna, avvertì sempre dentro di sé un turbinio di passioni che ne influenzarono gli scritti. 
Nel 1806 compose uno dei suoi migliori lavori, “Dei Sepolcri“, una densa meditazione filosofica sulla morte e sul significato dell’agire umano. È probabile che l’idea dell’opera gli sia nata a seguito di una discussione avuta, nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi, con Ippolito Pindemonte a cui è dedicato il componimento e che stava lavorando ad un poemetto, “I cimiteri”, con il quale intendeva riaffermare i valori del culto cristiano. Foscolo si sofferma sul significato e sulla funzione che la tomba assume per i vivi impostando il carme come una celebrazione dei valori e degli ideali che possono dare un significato alla vita umana. Anche lo spostamento delle spoglie di Giuseppe Parini, sepolto nel campo comune di un cimitero suburbano, colpì la sensibilità del poeta che, pur non rinnegando le proprie convinzioni materialistiche secondo le quali la morte non è altro che il disfacimento totale, le respinge con il cuore e cerca di superarle stabilendo tra i vivi e i defunti una “corrispondenza d’amorosi sensi”.
L’illusione riafferma sul piano del sentimento quanto viene negato dall’intelletto che può non riconoscere l’immortalità dell’anima, ma non quegli affetti ai quali tutti gli uomini, per vivere, devono credere. Così, anche se la vita dell’individuo ha fine nella materia, gli ideali, i valori e le tradizioni dell’uomo vanno oltre la morte perché rimangono nella memoria dei vivi consentendo la sopravvivenza a chi ha lasciato eredità d’affetti. La tomba, per Foscolo, è il luogo nel quale si uniscono pietà e ricordo, è il simbolo della memoria di una famiglia attraverso i secoli realizzando una continuità da padre in figlio, è il segno della civiltà dell’uomo. Racchiude in sé i valori di un popolo resi eterni dal canto dei poeti: serve ai vivi più che ai defunti in quanto è ricordo di una presenza divenuta assenza a cui l’uomo non riesce a far fronte.
 
Gaia Lucrezia Zaffarano


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