La Tanatoprassi

l’iniezione arteriosa del liquido di conservazione

Il principio tecnico di un trattamento di conservazione si basa su una doppia operazione: l’iniezione di una soluzione conservante per via arteriosa e il drenaggio dei liquidi biologici, delle materie e dei gas tramite prelievo; l’obiettivo di questo metodo è infatti quello di sospendere l’autolisi del corpo.
In generale, nell’ottanta per cento dei casi da trattare, l’iniezione arteriosa precede il drenaggio. L’esecuzione di queste fasi tecniche consiste nell’arrivare alla saturazione completa dei tessuti con la soluzione chimica. Per fare ciò il tanatoprattore seleziona l’arteria a partire dalla quale iniziare a diffondere il liquido d’iniezione e con minuzia e con savoir-faire procede a sbrigliarla e a cateterizzarla. Una volta che il vaso è stato messo su un vetrino e preparato è possibile iniziare la diffusione del fluido arterioso nel sistema vascolare.
Un buon prodotto d’iniezione è, in materia di trattamenti conservativi, un liquido che possiede molteplici qualità: deve essere allo stesso tempo disinfettante, penetrante, colorante, de-coagulante, insetticida e fissativo. Deve infatti distruggere la flora microbica e avere un forte potere di penetrazione per raggiungere tutti i tessuti. Deve ugualmente essere colorante per contrastare l’estremo pallore del defunto. Non deve in nessun caso solidificare il sangue quando vi entra in contatto, ma piuttosto avere qualità fluidificanti. Infine deve essere in grado di uccidere la fauna entomologica e di fissare la soluzione nei tessuti. È possibile riunire tutte queste qualità indispensabili per un fluido d’iniezione grazie a un complesso assemblaggio di differenti sostanze chimiche. Se non ci è concesso conoscere l’esatta composizione dei liquidi di iniezione poiché la loro formula è depositata ed è oggetto di un brevetto industriale, sappiamo che in generale contengono alcool metilico, glicerina, coloranti e formaldeide. Quest’ultima sostanza è un componente fondamentale del liquido d’iniezione perché permette la conservazione, la disidratazione, l’asepsi e la distruzione dei microorganismi senza danneggiare i tessuti del corpo. I liquidi d’iniezione non devono mai contenere arsenico, piombo o mercurio.
I fluidi arteriosi in commercio sono venduti in soluzioni concentrate, con indici di concentrazione di formaldeide variabili. Devono quindi essere diluiti in acqua secondo un dosaggio appropriato poiché un liquido d’iniezione troppo concentrato in formaldeide ha come principale inconveniente quello di provocare l’obliterazione dei vasi e una disseccazione troppo accentuata dei tessuti. “Il corpo si fissa troppo velocemente e la massa muscolare non ha il tempo di essere irrigata e catturata nella sua interezza” (Frédéric, tanatoprattore). La preparazione del liquido per l’iniezione arteriosa è quindi una operazione delicata che implica da parte dell’operatore grande pratica e conoscenza. Questo passaggio tecnico è specificato da Spriggs nel suo corso teorico: “L’operatore dovrà ricordarsi che la soluzione impiegata per la conservazione non espleta efficacemente questa funzione se non è ben distribuita e se non raggiunge tutti i tessuti. Per raggiungere questo scopo bisogna innanzitutto scegliere con giudizio la diluizione del fluido”. Una legislazione molto rigida sui prodotti di conservazione autorizzati ha fatto si che i fluidi americani o britannici siano stati omologati in Francia affinché i tanatoprattori li possano utilizzare. In realtà non tutti lo sono. Non è raro infatti trovare la dicitura “prodotto non omologato in Francia” in un catalogo di prodotti americani. L’egemonia dei fabbricanti francesi (in particolare quelli di fluidi) ha ancora molti giorni felici davanti a sé!
La preparazione della soluzione da iniettare è una fase dell’operazione che necessita da parte dell’operatore conoscenze teoriche indispensabili al suo corretto dosaggio (calcolo della quantità) e una buona esperienza per giudicare la pertinenza di eventuali prodotti additivi. La riuscita di un trattamento conservativo passa incontestabilmente per l’utilizzo di un ottimo fluido arterioso che abbia le qualità appropriate per ogni caso da trattare. Ma non basta: bisogna anche che il professionista riesca a far ben diffondere il prodotto in tutto il sistema vascolare. La scelta dell’arteria in cui iniettare, il suo sbrigliamento e la sua preparazione sono sotto questo punto vista fasi tecniche fondamentali per la buona riuscita del trattamento. In assoluto il tanatoprattore può utilizzare tutte le arterie che vuole per far penetrare il fluido arterioso nell’organismo. I punti d’iniezione scelti più frequentemente dagli operatori sono le arterie carotidee primitive situate nella zona del collo, le arterie ascellari a livello della braccia o le arterie femorali a livello delle cosce. Le più utilizzate sono l’arteria carotidea e quella femorale. Ciononostante se il liquido di conservazione non riesce a diffondersi in una parte del corpo, l’operatore non esiterà a incidere un altro vaso per far penetrare la soluzione anche in questa zona carente. In funzione dello stato più o meno buono del sistema vascolare del defunto, possono essere quindi selezionati più punti d’iniezione. Ogni operatore ha le proprie preferenze nella selezione dell’arteria in cui iniettare. Roland è “carotideo” come ama dire scherzando. Trova infatti che “si possa fare meglio quello che si vuole a livello del viso” rispetto alla femorale che, a suo parere, “non dà buoni risultati”. Blaise pensa, al contrario, che “la femorale drena bene come la carotidea”. In ogni caso questa libertà di scelta è alla fine relativa. La decisione di intervenire su un punto d’iniezione preciso è più spesso governata da criteri quali lo stato generale del corpo (età, corporatura, stato di decomposizione, integrità) e le cause della morte.
La localizzazione del punto d’incisione è estremamente variabile e dipende tanto dalle preferenze dell’operatore quanto dalla implacabile realtà dello stato postumo del corpo. Per esteriorizzare l’arteria scelta il tanatoprattore incide la pelle per qualche centimetro con un bisturi ed effettua la ricerca arteriosa oltrepassando lo strato adiposo, aponevrotico e muscolare con l’aiuto di un gancio da aneurisma e della lama separatrice. Può eventualmente introdurre un separatore per mantenere aperta l’incisione e facilitare così l’operazione di sbrigliamento dell’arteria spostando le vene satelliti. Una volta sbrigliata l’arteria dai nervi e dalle vene l’operatore la solleva con in gancio, la porta in superficie attraverso il foro d’incisione e fa passare il separatore tra la fessura e il vaso. Poi con l’aiuto di una pinza da dissezione mette alle estremità del vaso estratto due fili chirurgici di circa dieci centimetri, per procedere alla legatura provvisoria del vaso, e posiziona la pinza di Dieffenbach (emostatica) sulla parte distale dell’arteria, di fianco al filo. Una volta effettuata questa operazione, incide il vaso al di sotto della pinza emostatica con un paio di cesoie da arteria e introduce la cannula di iniezione (curva o dritta, con il diametro adatto) in direzione della parte mediana del corpo. Chiude poi il filo sull’arteria per evitare fuoriuscite di fluido e mette la pinza chiudi-tubo al di sopra del filo. Questa pinza si adatta alle dimensioni dell’arteria e permette di mantenere la cannula al proprio posto nel vaso. Infine viene messo del cotone nell’incisione per assorbire le piccole fuoriuscite di sangue dovute alla rottura dei micro vasi durante la ricerca arteriosa. Può anche decidere di preparare allo stesso tempo la vena satellite dell’arteria cateterizzata se decide di effettuare un drenaggio venoso. In questo caso ripete gli stessi gesti per esteriorizzare e per denudare il vaso facendo attenzione a non danneggiare questa vena fragile e piena di sangue.
La cannula fissata sul vaso presenta alla sua estremità un attacco al quale è fissato un tubo plastico nel quale circola il fluido iniettato. Per far si che il liquido avanzi in questo tubo ed entri nel corpo spingendo il sangue verso il cuore è indispensabile esercitare una certa pressione nel vaso in cui si trova la soluzione conservativa. Questa “spinta” può essere effettuata con l’aiuto di una pompa a mano di iniezione-aspirazione o di una pompa elettrica a flusso e a pressione regolabili. La diffusione del liquido può anche essere fatta con l’aiuto di un recipiente posizionato, per favorire la forza di gravità, più in alto del tavolo di lavoro. Come per la scelta dell’arteria da incidere, ogni tanatoprattore ha le proprie preferenze: alcuni utilizzano solo la pompa manuale, altri la pompa elettrica e altri ancora, ma sono pochi, l’iniezione per gravità. Qualunque sia lo strumento utilizzato, l’obiettivo della pompa a iniezione è quello di esercitare una certa pressione sul fluido al fine di farlo circolare nel sistema vascolare, di farlo penetrare e di saturare tutti i tessuti.
I professionisti sono d’accordo nell’affermare che in media utilizzano tra i cinque e i sette litri di prodotto conservativo per ogni trattamento. In funzione dell’iniezione più o meno rapida ci vogliono tra i quindici e i venti minuti per completare l’operazione. In realtà la quantità di soluzione preparata varia in funzione dello stato del corpo da trattare, ma anche del modo di operare. Frédéric, con il proprio metodo di iniezione per gravità, inietta circa dieci litri di fluido per ogni trattamento. E non è raro che ne inietti anche di più. Altri sono più restrittivi sul dosaggio della preparazione. Alcuni riducono il volume del liquido da iniettare quando sanno che il tempo di esposizione del defunto sarà breve. Questa scelta tecnica ci ricorda che l’obiettivo consiste nel sospendere l’autolisi e la putrefazione cadaverica (quindi ritardare il processo naturale di decomposizione) per il tempo necessario all’esposizione e al trasporto del corpo; questo implica che gli operatori siano in grado di adattare il trattamento a ogni singolo caso affinché sia efficace per il tempo richiesto. In realtà è difficile valutare il tempo di conservazione che si ottiene poiché i corpi trattati sono seppelliti velocemente. È quindi impossibile determinare a partire da quale momento il processo naturale di decomposizione riprende il sopravvento sul lavoro dell’uomo, tranne nel caso in cui i corpi non siano soggetti in seguito ad una esumazione. Secondo testimonianze di operatori di onoranze funebri che mi sono state riportate, sarebbe loro capitato più volte di ritrovare dei corpi trattati in perfetto stato anche dopo diversi anni di inumazione. Cosa pensare di queste scoperte? È ragionevole considerare che le condizioni geologiche del terreno di seppellimento, la qualità del legno del cofano, lo stato del cadavere (età, peso, salute e integrità), il tasso dell’indice di formaldeide utilizzato per il trattamento di conservazione, il volume del fluido iniettato, la quantità di sangue e di liquidi aspirati (a seconda del tempo impiegato dal tanatoprattore e dello stato del sistema vascolare) siano tutti parametri in grado di frenare se non di bloccare la decomposizione del corpo trattato.
Già dai primi litri iniettati è semplice verificare la buona diffusione del prodotto. La pelle, infatti, riprende un colore naturale e ritrova la tonicità perduta. Questa reidratazione dei tessuti è particolarmente visibile a livello del collo, delle mani e del viso. La progressione del liquido e la scomparsa della stasi venosa (lividità cadaverica) si possono controllare non solo visivamente, ma anche tramite il tatto. Sotto la pressione esercitata dalla buona diffusione della soluzione infatti i globi oculari, le narici e i lobi delle orecchie ritrovano una tonicità che è facile riscontrare al semplice tocco. L’efficacia del trattamento è davvero sorprendente: il corpo, e soprattutto il viso, iniziano a ritrovare una fisionomia più naturale. Si tratta spesso di una trasformazione spettacolare: in qualche istante il viso violaceo di un individuo stroncato da un infarto ritrova un colorito naturale. Per un tanatoprattore provetto come Roland, questo risultato è sempre fonte di soddisfazione segnata da una punta di meraviglia: “Era nero, nero in viso, e l’ho riportato com’è adesso. È impressionante”.
Durante l’iniezione alcuni professionisti massaggiano il corpo con una crema specifica. Il viso, le orecchie e le mani sono così oggetto di massaggi particolari che dovrebbero favorire la diffusione del prodotto e idratare i tessuti. L’iniezione del prodotto conservativo è in realtà a doppio senso: quando il tanatoprattore giudica che una quantità di liquido sufficiente si è diffusa nel corpo non dimentica mai di cambiare il senso d’iniezione della cannula per diffondere la soluzione verso la parte distale. La cannula posizionata sull’arteria carotidea in direzione del tronco sarà quindi posizionata verso la testa per migliorare l’irrigazione di questa regione. La stessa cosa vale per tutti gli altri punti di iniezione (verso la gamba se la via di collegamento arterioso è femorale o verso il braccio se si utilizza l’arteria ascellare). I professionisti parlano di “iniezione mediale” quando si inietta il prodotto verso il centro del corpo e di “iniezione distale” quando il fluido viene diffuso verso le estremità. Se la penetrazione del fluido risulta difficoltosa potranno essere scelti punti di iniezione complementari.
L’operatore non è mai al riparo da complicazioni circolatorie. Lo stato difettoso del sistema vascolare del defunto o la permanenza prolungata del corpo in camera fredda che fa rapprendere il sangue sono alcuni degli scogli che possono presentarsi per un buono svolgimento dell’operazione. Qualche volta sono perfino la causa del suo fallimento. Degli espedienti allora, come i cosmetici, potranno essere utilizzati per rimediare alle carenze dell’iniezione arteriosa. L’iniezione arteriosa di una soluzione penetrante, antisettica e colorante costituisce una delle fasi tecniche più importanti della procedura del trattamento di conservazione. È proprio perché iniettiamo nel corpo un liquido chimico dalle molteplici caratteristiche, in seguito a qualche piccolo intervento chirurgico, che la tanatoprassi ha una sua specificità tecnica e si differenzia dalla toeletta mortuaria.
In occasione della toeletta mortuaria, effettuata una volta dalle matrone e oggi dai tanatoprattori, dagli agenti di pompe funebri e dal personale ospedaliero, il cadavere non è oggetto di alcuna ricerca arteriosa, di alcun intervento chirurgico, di nessuna preparazione. Il principio di questa pratica non è infatti di conservare provvisoriamente il cadavere saturandolo con una soluzione conservativa. Questo procedimento si localizza sulla superficie del corpo, sulla sua parte esterna, e ha come obiettivo quello di concedergli tutte le cure necessarie al fine di prepararlo al meglio. Il corpo viene quindi lavato, pettinato, vestito; il viso viene rimesso in ordine, a volte truccato, come per un corpo trattato con tanatoprassi, ma i risultati estetici sono ben lontani dall’eguagliare quelli realizzati grazie a un trattamento conservativo. È infatti proprio con l’iniezione arteriosa di un fluido performante che questa tecnica si rivela essere senza dubbio la più efficace in termini di estetica del defunto, anche se la finalità intrinseca della diffusione del liquido arterioso è innanzitutto quella di portare a una disinfezione che dia luogo a una conservazione temporanea del cadavere.
Si è anche potuto constatare che il corpo del defunto ritrova un aspetto più familiare quando l’iniezione si svolge senza incidenti e senza inconvenienti tecnici.
La pressione arteriosa del liquido contrasta le stasi sanguigne e permette alla pelle di riprendere un colorito più naturale. Quanto alle narici e ai lobi delle orecchie questi ritornano turgidi. Questo recupero dell’incarnato e della tonicità tegumentaria è spettacolare e non può essere raggiunto che con la tanatoprassi. Come conferma France, operatore del servizio mortuario ospedaliero: “Prendete il caso di una persona che è contratta dal dolore della morte, che è tutta violacea a causa di un arresto cardiaco, che è tutta sgualcita, che ha la bocca aperta, senza protesi, che è veramente raccapricciante, che puzza, che ha gli occhi mezzi aperti, per metà sprofondati. Noi quando facciamo la toeletta mettiamo delle protezioni sotto le palpebre per ridonare l’aspetto di un occhio ben rotondo. Facciamo la sutura della bocca [….]. Camuffiamo con il trucco. Li rendiamo più belli, ma non quanto si può fare con la tanatoprassi. Perché le persone anche se sono blu, nere o di tutti i colori ritornano rosee. Ritornano ad avere l’aspetto di una persona riposata, che dorme, che non ha sofferto. Non sarà mai lo stesso risultato. Con la toeletta mortuaria, ci saranno sempre quelle mani che abbiamo paura di mostrare perché sono tutte nere a causa del sangue sotto la pelle. Mentre quando è stato fatto un trattamento non c’è più alcun problema. È veramente rarissimo che restino delle macchie[….]. È veramente raro che non si possano far uscire le mani dal lenzuolo”.
Con la tanatoprassi il processo di metamorfosi del cadavere in un corpo liberato dalle stigmate della morte o, per riprendere l’espressione di Courtois, in un corpo “rivitalizzato”, può avvenire grazie al principio dell’iniezione arteriosa. Ma senza un salasso cardiaco e senza un trattamento approfondito delle cavità questo processo viene vanificato perché dopo un po’ il sangue, spinto dalla pressione dell’iniezione arteriosa verso il cuore, ha la tendenza a far gonfiare il defunto in maniera antiestetica e ad accentuare la lividezza del suo viso. Inoltre la sola iniezione di un liquido conservativo non è sufficiente a mantenere il corpo nello stato per il tempo richiesto per l’esposizione e per gli ultimi omaggi perché il sangue, gli altri liquidi biologici, le materie e i gas contenuti nel cadavere favoriscono una fermentazione che pregiudica la sua conservazione.
In definitiva è quindi sicuramente su una combinazione indissociabile di operazioni che si basa il successo conservativo ed estetico di un trattamento di tanatoprassi: quella dell’iniezione arteriosa di una soluzione antisettica associata all’evacuazione dei liquidi biologici, delle materie e dei gas e alla disinfezione delle cavità. Una fase che tratteremo il mese prossimo.
 
Mélanie Lemonnier
traduzione a cura di Nara Stefanelli

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