Big Eyes

L'incredibile storia vera di una frode artistica

“Se lo dici a qualcuno tutto il nostro impero collasserà” (Walter Keanne)
Slam. Una porta si apre, una donna irrompe nella stanza e getta velocemente degli abiti in valigia. Prende per mano la figlia, percorre di corsa il vialetto, sale in macchina e piangendo mette in moto. La luce del sole è abbagliante e il pianto della donna stride con l’ambiente che la circonda. Le palme, il fiume, il profilo di San Francisco così maestoso all’orizzonte, promessa di interessanti possibilità: la bionda si chiama Margaret Ulbrich ed è appena fuggita dal marito. Di lei conosciamo ancora poco. Sappiamo che è coraggiosa, che ha abbandonato una casa e una stabilità familiare per cambiare città e ricominciare da capo; ma solo in un secondo momento scopriamo che è anche un’artista. Margaret ha un lavoro, ma dipinge quadri nei ritagli di tempo, senza alcuna pretesa di popolarità. Le sue creazioni hanno un unico soggetto variamente declinato: bambini dallo sguardo triste e dagli occhi enormi. E in quelle opere c’è tutta la sua anima.
A San Francisco incontra Walter Keane, istrionico, ammiccante e carismatico, un sedicente artista che la conquista con grandi cene e con sorrisi bianchissimi. Walter subodora subito il talento, sposa Margaret e ben presto inizia a pubblicizzarne i quadri. Ma siamo negli anni Cinquanta, “l’arte creata da donne vende poco”, e per una serie di coincidenze l’uomo si appropria della paternità delle opere. Lei dipinge, lui si prende i meriti, in un claustrofobico circolo vizioso creato da entrambi, ma subito solo da Margaret, intrappolata nella sua stessa menzogna. E sono i grandi occhi dei quadri il promemoria fisico della bugia: nella loro enorme ingenuità scrutano Walter, lo osservano, gli ricordano costantemente l’inganno e alimentano la tensione.
La mano sapiente di Tim Burton gestisce con polso fermo i mutamenti delle dinamiche Walter-Margaret, appena accennati all’inizio, ma sempre più evidenti con il procedere della vicenda: il rapporto idilliaco tra i due s’incrina quasi subito; dapprima è solo un sorriso che si spegne, uno sguardo ferito, poi diventano pianti, umiliazioni, paura. La tensione cresce graduale, ma costante, e Walter si trasforma in un marito-padrone che schiaccia Margaret con la sua personalità, privandola dei propri meriti e obbligandola a vivere segregata in casa. Eppure il pubblico non lo condanna totalmente: lo spettatore è indulgente nei suoi confronti perché è in realtà un moderno dottor Jekyll che fa anche ridere, sorridere e divertire.
Proprio qui sta uno dei punti di forza del film, che sdrammatizza una vicenda (realmente accaduta) di inganno, di usurpazione e di oppressione affidandosi alla bravura di Cristoph Waltz e del suo esilarante personaggio che si inserisce perfettamente nella cornice leggera e mondana di una San Francisco inondata dal sole.
Big Eyes è una parabola di autoaffermazione dai toni pastello e dagli spazi ariosi, così poco burtoniani in apparenza eppure in linea con la poetica del regista: nei grandi occhi dei quadri non vi è solo l’anima di Margaret, ma quella dello stesso Burton, cupo, tormentato e sproporzionato proprio come i bambini dei dipinti.
La colonna sonora, poi, accompagna con delicatezza la vicenda sottolineando gli stati d’animo dei personaggi senza mai scadere nell’eccessiva drammaticità, ma conferendo a una pellicola già perfettamente imbastita quel tocco di completezza che la rende ancora più piacevole e coinvolgente.
 
Laura Savarino

LOST IN TRANSITION

(USA, 2014)
di Tim Burton
Durata: 106 minuti
Cast: Amy Adams, Christoph Waltz, Jon Polito, Jason Schwartzman, Danny Huston, Krysten Ritter


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