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Campioni tra le stelle

Ci hanno lasciato nel giro di pochi giorni, ma saranno ricordati a lungo.

Nonostante le dispute sulla “legge delle serie”, studiata per la prima volta dal biologo austriaco Paul Kammerer, quanto successo recentemente nel mondo del calcio ci induce a pensare che essa, in un modo o nell’altro, esista.

Intendiamo parlare della scomparsa, nel brevissimo spazio di tre settimane, di tre icone del pallone di cui tutti quelli che seguono questo sport non possono dimenticare le prodezze che li hanno resi indimenticabili.

Il 16 dicembre 2022 ci lasciava, a 53 anni, Siniša Mihajlovic serbo con nazionalità anche italiana. Tredici giorni dopo, il 29 dicembre se ne andava, soccombendo ad un cancro del colon, il brasiliano Edson Arantes do Nascimiento (meglio conosciuto come Pelé pur non amando per nulla tale pseudonimo) ed infine, il 6 gennaio scorso, scompariva Gianluca Vialli in quella città, Londra, che corrispondeva perfettamente al suo temperamento.
Tre persone che mai si sarebbero incrociate se non fossero state accomunate dal talento sportivo e dalla passione per il soffice tappeto erboso (erboso dal momento che solo negli ultimi vent’anni la FIFA ha introdotto nel Regno Unito il sintetico nel calcio, dopo essere stato adottato dal 1966 negli stadi di baseball americani).

Tre vite diverse da ogni punto di vista

Nato a Três Corações, nello stato di Minas Gerais, a 5 anni Pelé si trasferì con la famiglia, a Bauru, nello stato di San Paolo, dove per la totale mancanza di mezzi, giocava a calcio con stracci riempiti di carta o con un frutto di mango dalla forma sferica. Abbiamo avuto l’occasione di attraversare quelle zone qualche decina di anni fa constatandone la povertà e allo stesso tempo vedendo decine di ragazzini giocare a pallone sorridenti e gioiosi.

Tutt’altra musica per Gianluca Vialli che tira i suoi primi calci nell’oratorio cremonese di Cristo Re giungendovi dalla tenuta di famiglia, la splendida villa Affatati Trivulzio di Grumello Cremonese, il complesso architettonico di maggior prestigio della città, proprietà del padre, un industriale di cui è il quinto ed ultimo figlio.

Mihajlovic nasce invece a Borovo (oggi in Croazia) quartiere nord della tristemente tragica Vukovar in Slavonia orientale (da non confondere con la Slovenia ed ancor meno con la Slovacchia) passata alla storia per le atrocità commesse da ambo le parti nella guerra serbo-croata durante l’inevitabile disgregazione della Federativna, come abitualmente veniva chiamata la Repubblica federativa popolare di Jugoslavia.
Il padre, camionista, e la madre, ancora in vita, operaia in un calzaturificio, creano una famiglia dai profondi legami affettivi e con una forte identità serba anche se la madre è, credo, di etnia croata. In quel periodo i matrimoni misti erano frequenti e molti, come nel caso dei Mihajlovic, hanno resistito ai traumi bellici. È curioso osservare come spesso in Jugoslavia parlando di una coppia mista il coniuge non veniva definito in base all’etnia ma secondo la religione. Una iperidentificazione tipica dove sono presenti minoranze in cui i rapporti si fanno sempre più stretti, quasi per una forma di autodifesa. Al contrario di quanto avviene per le minoranze nei Paesi di emigrazione come, ad esempio, negli Stati Uniti dove gli emigrati italiani, pur continuando a parlare l’italiano o il dialetto d’origine, non incoraggiavano i figli ad imparare la nostra lingua forse anche mossi da un sottofondo di astio nei confronti del Paese che li aveva “costretti” ad andarsene. Oggi, invece, grazie anche ai tanti successi ottenuti dagli italo-americani nei vari campi, i discendenti sono fieri delle proprie radici e manifestano un forte desiderio di imparare la lingua degli antenati.

Il dualismo tra serbi e croati è ancora vivissimo come lo dimostra la recentissima decisione del consiglio comunale di Vukovar che lo scorso 29 dicembre ha eliminato dallo statuto cittadino la disposizione dell’uso ufficiale della lingua serba e dell’alfabeto cirillico, poiché dal censimento del 2021 risulta che il numero dei serbi residenti è sceso sotto ad un terzo del totale (29,73%), soglia limite per l’uso paritario ufficiale della propria lingua. La morte, sopravvenuta pochi giorni prima della nuova disposizione, ha evitato a Mihajlovic un pesante dispiacere.
Anche se in pratica tutti si comprendono visto che, a parte la scrittura (caratteri latini per il croato e cirillici per il serbo), le due lingue hanno il 95% di parole comuni, i serbi vivono tale vicenda molto male, tanto più che in Kosovo, dopo la sua indipendenza (peraltro considerata arbitraria e non riconosciuta all’unanimità) sono trattati come cittadini di serie B. Ciò aiuta a capire la posizione attuale della Serbia sulla questione ucraina.

Probabilmente noi triestini siamo molto più sensibili a quanto succede da quelle parti per la storia, la prossimità geografica, gli scambi economici, culturali ed anche gastronomici con quei Paesi, la presenza in città di comunità balcaniche (esiste a Trieste, una Mali Beograd, piccola Belgrado, dove vado volentieri a bere una Turska Kava, caffè turco) e anche perché il giornale locale che ricevo ogni giorno da mio cugino, riserva quotidianamente una pagina consacrata ai Balcani.

Ritornando ai tre campioni scomparsi non si può iniziare, non foss’altro che per una questione di età, che da Pelé.

Pelé

Spesso le discussioni su chi sia stato il più grande calciatore di tutti i tempi sono al centro di dibattiti appassionati. I nomi di Pelé, Maradona, Messi, Ronaldo, Platini, Cruijff etc. sono noti anche a chi, come mia moglie, non si interessa al calcio. Personalmente ritengo che i tentativi di decretare una gerarchia siano inutili. Sarebbe come stabilire chi sia il più grande pianista di tutti i tempi. Sulla base di quali criteri? La tecnica pura, la sensibilità sonora, l’interpretazione emotiva, il tropismo per un autore piuttosto che per un altro? Credo sia meglio riferirsi a quanto visto, per il calcio, o udito, per la musica, per poter rivivere qualche momento di estasi senza l’assillo di sapere chi sia o sia stato il migliore.

Ed allora via con i ricordi di una televisione in bianco e nero!
Era il 1958, i mondiali si giocavano in Svezia. Improvvisamente apparve sugli schermi un giovanetto non ancora diciottenne alto 1,73 che, ogni volta che toccava il pallone, sembrava un tutto unico con esso: una facilità e una sicurezza che mai avevo visto prima se non forse in qualche giocata del magiaro Ferenc Puskás nell’Ungheria del 1954.
Una vera e propria scoperta quel ragazzo che Vicente Feola, l’allenatore degli auriverde (dal colore verdeoro delle maglie della nazionale) la cui famiglia
era oriunda da Castellabate (SA), aveva ingaggiato nel 1957, non ancora diciasettenne, per il debutto in nazionale contro gli eterni rivali argentini. Vittoria del Brasile con un gol di José Altafini e uno di Pelé.

Santos è la città in cui Pelé crebbe calcisticamente e alla quale fu estremamente riconoscente promuovendo varie iniziative, spesso benefiche, in collaborazione stretta col suo (e nostro) grandissimo amico Pepe Altstut che ho ricordato di recente su un numero di Oltre dopo il suo decesso per le conseguenze del Covid. Non a caso Pelé oggi riposa nella prima necropoli verticale al mondo (Memorial Necrópole Ecumênica) fortemente voluta e realizzata a Santos dal visionario Pepe.

Il resto è storia del calcio. Il Brasile vinse nel 1958 la sua prima Coppa del Mondo battendo in finale la Svezia, che ospitava il Mondiale, per 5-2 con due reti di O Rei (il Re, come venne poi chiamato in patria), il giocatore più giovane del torneo. Il secondo gol è considerato uno dei più belli in assoluto.
Pelé fu il più giovane marcatore (17 anni e 239 giorni) nella storia della competizione segnando nel quarto di finale contro il Galles il 19 giugno 1958. Non solo, ma pochi giorni dopo, in semifinale contro la Francia di Just Fontaine (che in quell’edizione segnò 13 reti) firmò una tripletta che determinò il 5-2 finale diventando così il più giovane giocatore nella storia della Coppa Rimet a realizzare tre gol nella stessa partita. Con la vittoria nel 1962 e nel 1970 il Brasile conquistò definitivamente la Coppa Rimet e Pelé è ancor oggi l’unico giocatore ad aver vinto tre Mondiali, anche se nel 1962, in Cile, nella seconda gara si infortunò e rimase fuori per tutto il torneo. Chi condusse allora alla vittoria il Brasile fu Garrincha che morì giovane, a 49 anni, in condizioni di indigenza e degrado, dopo una vita caratterizzata dalla distruttiva passione per gli alcolici e le donne. Genio e sregolatezza. Non è un caso unico tra molti ex campioni: l’irlandese George Best, che Pelé considerava il migliore giocatore mai visto, ne è l’esempio più flagrante.

Il 1970 è un brutto ricordo per l’Italia. Dopo l’epica semifinale con la Germania (4-3) la finale fu senza storia ed il Brasile la vinse, a Città del Messico, per 4-1 con il primo gol segnato da Pelé. Dopo la partita il coriaceo Tarcisio Burgnich, friulano di Ruda, disse: «Prima della partita mi ripetevo che era di carne ed ossa come chiunque, ma sbagliavo».

Dopo 19 stagioni con la maglia del Santos, nel 1974 Pelè si ritira dal calcio. L’anno successivo fu però ingaggiato a suon di milioni di dollari dal New York Cosmos (con l’autorizzazione del governo brasiliano che ne aveva precedentemente vietato il trasferimento all’estero), assieme a Carlos Alberto, Beckenbauer e Chinaglia. Non solo per le sue doti tecniche ma anche per promuovere il calcio in Nord America. Conclude definitivamente la carriera nel 1977 nello Giants Stadium di New York giocando un incontro tra Cosmos e Santos, vestendo nel primo tempo la maglia del Cosmos e nel secondo gli amati colori bianconeri del Santos. Si chiudeva un’epoca.

Il numero di trofei e titoli vinti è impressionante. Ricordiamo che la FIFA gli riconosce il record di reti realizzate in carriera (1.281 in 1.363 partite) mentre in gare ufficiali ha messo a segno 757 gol in 816 incontri con una media di 0,93 reti a partita. Fa parte della National Soccer Hall of Fame ed è stato inserito dal settimanale Time nel Time 100 Heroes&Icons del ventesimo secolo. È stato dichiarato Tesoro Nazionale dal presidente del Brasile Jânio Quadros e, nel Luglio 2011, Patrimonio storico-sportivo dell’Umanità. Nel 1995 il presidente brasiliano Cardoso lo nominò ministro straordinario per lo sport. Propose una legge, la “Legge Pelé”, per eliminare la corruzione nel calcio brasiliano.

Siniša Mihajlovic

Meno di due settimane prima se n’era andato Siniša Mihajlovic personaggio complesso come il suo Paese, la Jugoslavia di Tito. Un misto di durezza e dolcezza. Tutti ricordano il suo gusto per le battaglie sul campo di gioco e non dimenticano il coraggio con cui, nel 2019, annunciò pubblicamente, con l’abituale schiettezza, la sua malattia e l’onestà di dire che nell’apprendere la diagnosi aveva pianto. Dopo lo scoramento, il coraggio e la voglia di combattere contro la forma di leucemia mieloide acuta che l’aveva colpito presero rapidamente il sopravvento.
Si sperava che le cose sarebbero migliorate fino all’annuncio, la scorsa primavera, che le cure dovevano ricominciare per una recidiva. Trattamenti che purtroppo risultarono vani e il 16 dicembre scorso il calcio si ritrovò orfano di un protagonista che aveva onorato col il suo talento lo sport che praticava.

Dopo gli inizi nella natale Borovo e a Novi Sad, capitale della Vojvodina, nella squadra che porta il nome di quella regione autonoma della Serbia a forte connotazione ungherese, passò nel prestigioso club della Crvena Zvezda (Stella Rossa) di Belgrado con cui conquistò la coppa dei Campioni 1990-91 battendo in finale, ai rigori, l’Olympique di Marsiglia firmando personalmente il quarto rigore, quello della vittoria.

Tra gli spettatori più accesi e scatenati c’era il presidente dei tifosi belgradesi Željko Ražnatovic, più noto come Arkan, un soggetto ricercato dall’Interpol tra il 1970 ed il 1980 per furti con scasso ed altri reati, che godeva della copertura di agente segreto per conto del governo jugoslavo. A capo delle “Tigri di Arkan” (milizia dell’esercito jugoslavo) durante la guerra serbo-croata fu responsabile di ogni sorta di crimini di guerra e artefice della feroce pulizia etnica voluta dal presidente serbo Miloševic. Vere e proprie pratiche di genocidio, purtroppo comuni in quei Paesi. Non possiamo dimenticare i circa 10.000 italiani dell’Istria trucidati nelle foibe, fatti di cui solo da pochi anni si ha il coraggio di parlarne dopo essere stati occultati per più di mezzo secolo.
Chi accennava a tali massacri veniva tacciato di fascista, bugiardo, e, ovviamente, di anticomunista. Ne so qualcosa personalmente. A Trieste tutte le famiglie, compresa la mia, hanno avuto parenti o conoscenti eliminati in questo modo e solo la codardia di una classe politica, allora come oggi mediocre, non aveva permesso a tali verità, confermate anche da storici sloveni obiettivi, di emergere. È stato il Presidente Carlo Azeglio Ciampi a rompere finalmente il tabù istituendo la ricorrenza civile del ricordo dell’odio etnico che dal 2006 si celebra il 10 febbraio.
Delle “Tigri di Arkan” ricorderemo solamente che parteciparono anche all’orrendo eccidio di Srebrenica in Bosnia oltre che alla distruzione della multietnica città di Vukovar, nel 1991.
Diventato nel frattempo l’uomo più ricco del Paese, il comandante Arkan sposò, con una cerimonia principesca, la famosissima cantante di turbo-folk Svetlana Velickovic. Venne ucciso a Belgrado il 15 gennaio 2000 ancor prima dell’inizio del processo per crimini contro l’umanità di cui fu accusato nel 1997, riuscendo così, seppur a caro prezzo, a farla franca.

Mihajlovic gli dedicò un affettuoso necrologio definendolo «un eroe per il popolo serbo», affermazione mai ritrattata. Più tardi affermò che la sua ammirazione per Arkan era legata soprattutto al suo ruolo di leader dei tifosi della Stella Rossa e che comunque «Arkan era venuto a difendere i serbi in Croazia» aggiungendo che «i suoi crimini di guerra lungi dall’essere giustificabili erano stati orribili. Ma che cosa c’è di non orribile in una guerra civile?». Come dargli torto? E, per inciso, rimango, sempre sorpreso dalla contradictio in terminis insita nella definizione di “guerra civile” poiché ritengo che tutte le guerre siano assolutamente incivili.
A Mihajlovic venne anche imputata la presenza di uno striscione esposto allo stadio olimpico dai tifosi della Lazio, la squadra per cui giocava in quel momento, con la scritta «onore alla Tigre di Arkan». Si dichiarò sempre assolutamente estraneo a tale vicenda.

Indubbiamente gli anni trascorsi alla Lazio (1998-2004) sono stati i migliori della sua bella carriera. Arriva in Italia nel 1992, alla Roma che lo aveva acquistato dalla Stella Rossa per 8,5 miliardi di lire. Un gran bel prezzo per l’epoca. Nel 1994 va alla Sampdoria dove l’allenatore svedese Sven-Göran Eriksson affina la sua tecnica, ancor grezza, e lo cambia di ruolo schierandolo, da centrocampista avanzato che prediligeva la fascia sinistra, al centro della difesa capace anche di impostare la manovra.

Il suo punto forte erano i calci piazzati. Basati, in un primo tempo, unicamente sulla potenza (alcuni ricercatori della facoltà di Fisica dell’Università di Belgrado calcolarono una velocità di 160 km/h!) i suoi tiri divennero progressivamente più precisi e “pennellati”.
In serie A realizzò 28 reti su punizione di cui tre in una sola partita (come Signori). Nel 1998 passa, per 22 miliardi di lire alla Lazio dove ritrova Eriksson (allenatore dal 1997 al 2001) vincendo un Campionato, due Supercoppe italiane, una Supercoppa UEFA, una Coppa delle Coppe ed una Coppa Italia. Non male, ci pare! Chiude la carriera giocando dal 2004 al 2006 per l’Inter e conquistando uno scudetto a tavolino in seguito allo scandalo Calciopoli.

Della sua carriera di allenatore ricorderemo soltanto l’ultima esperienza a Bologna dove riesce a salvare una squadra in affanno e dove viene esonerato da un giorno all’altro, quattro mesi prima del decesso, dal proprietario, l’industriale caseario italo-canadese Joey Saputo, sostituendolo con Thiago Motta. Le motivazioni non sono chiare. Se da un lato il Bologna andava male forse era anche perché il suo allenatore stava peggiorando sul piano medico. Forse il presidente ha pensato di prendere due piccioni con una fava: rilanciare la squadra, ciò che effettivamente sta succedendo, e dare la possibilità a Mihajlovic, di cui probabilmente conosceva le gravi condizioni di salute, di consacrarsi totalmente al suo tentativo di debellare il male. Per chi ha apprezzato, al di là di certi eccessi di temperamento, l’uomo, il giocatore e l’allenatore rimane la consapevole tristezza di non rivederlo più.

Gianluca Vialli

Lo stesso insopprimibile sconforto ci ha attanagliati all’annuncio della prematura scomparsa di Gianluca Vialli. Anch’egli aveva avuto il coraggio di annunciare pubblicamente nel 2017, con dignità e compostezza, la malattia che l’aveva colpito: un cancro al pancreas definendolo «un ospite indesiderato» o «un compagno di viaggio che avrei evitato volentieri», rifuggendo così dall’insopportabile ipocrisia che affligge la stampa e il parlare comune come se tale malattia fosse una vergogna o una colpa. Ci si riferisce spesso al cancro con termini come “un brutto male”, “una lunga malattia” e altre insulse formule che siamo soliti sentire. Sono più che convinto che abbiamo poco da imparare dagli americani, a parte il modo di far quattrini traendo vantaggi da ogni occasione che si presenti. Però quando si tratta di patologie, cancerose e non, né i malati, né i medici o la stampa usano perifrasi. Vanno al sodo con ricchezza di dettagli a tutti i livelli. Un esempio, a mio parere, una tantum da seguire.

Il seguito della sua storia medica è noto. Nel 1919 con un quadro medico in netto miglioramento Vialli viene nominato dalla FIGC Capo Delegazione della nazionale azzurra riformando quella coppia magica con Mancini che aveva fatto sognare i tifosi della Sampdoria nei primi anni ‘90.
Da lì iniziò una risalita sia dal punto di vista della salute (nel 2020 venne annunciata una remissione della malattia) che in campo sportivo culminata nell’estate del 2021 all’Europeo 2020 (giocato un anno dopo a causa del Covid) con la vittoria in finale contro l’Inghilterra ai tiri di rigore.
Uno dei momenti più emozionanti rimasti nell’immaginario collettivo è quell’abbraccio, con Mancini, entrambi in lacrime, definito da quest’ultimo il più bello degli “assist”. Ed è vero che la coppia, chiamata “i gemelli del gol” aveva fatto vedere meraviglie soprattutto con la Samp oltre che con la nazionale.

Vialli aveva intrapreso la carriera di calciatore a dispetto delle reticenze paterne, riuscendo comunque a conseguire nel 1993 il diploma di geometra. Dopo aver riportato la Cremonese in Serie A, nel 1984 passa alla Sampdoria. Nel primo biennio il rendimento è discontinuo. La svolta arriva nel 1986 quando viene nominato allenatore Vujadin Boškov, un personaggio di vasta cultura, provvisto di uno humour irresistibile e di una tolleranza non frequenti nel mondo del pallone. Arrivato a Genova, Boškov avanza immediatamente Vialli a prima punta (come aveva fatto Vicini nella nazionale giovanile) invertendo i ruoli con Mancini. L’intesa tra i due sboccia rapidamente e con Mancio a rifinire alle sue spalle, Vialli si afferma come uno dei migliori attaccanti della sua generazione.

Diventato ormai un idolo dei blucerchiati, rifiuta il trasferimento al Milan di Berlusconi e Sacchi e stringe con Mancini e Pietro Vierchowod (figlio di un prigioniero ucraino dell’Armata Rossa che alla fine della guerra si rifiuta di ritornare in Russia) un “patto di ferro” che li impegna a non lasciare Genova prima di aver portato in città lo Scudetto. Titolo, l’unico nella storia del club ligure, che arriva nel 1991 con il suo apporto determinante (capocannoniere del campionato con 19 reti).

Nel 1992 disputa a Londra la finale della Coppa dei Campioni persa a Wembley contro il Barcellona, nello stesso stadio, guarda caso, in cui ha vinto l’Europeo 2020. Nel 1993 passa alla Juventus con cui nel 1996 conquista da capitano la Champions League sconfiggendo l’Ajax nella vittoriosa finale ai rigori di cui uno realizzato da lui. Entra così nella ristretta cerchia dei vincitori di tutte le tre competizioni europee ed è il primo degli attaccanti a farlo. È l’ultima partita giocata con i bianconeri.
Per quanto riguarda la nazionale, la sua carriera è piuttosto altalenante: annovera 59 presenze, di cui tre da capitano, e 16 reti.

Nella stagione successiva, libero da impegni contrattuali, firma per il Chelsea con cui otterrà risultati eccellenti anche da allenatore. Si stabilisce definitivamente in Inghilterra nel 2003 dove sposa Cathryn White Cooper, ex modella di origine sudafricana e nota arredatrice d’interni e con cui avrà due figlie. Più volte negli ultimi tempi aveva espresso il desiderio di vivere fino al giorno di portarle all’altare. Un sogno che purtroppo non si realizzerà.

Rimane il ricordo di un grande calciatore (molti all’apice della sua carriera lo consideravano giustamente tra i migliori del mondo) e soprattutto di un gentiluomo che dovrebbe essere di esempio alle giovani generazioni di sportivi spesso eccellenti con i piedi, ma che sul piano umano e comportamentale lasciano un tantino (è un eufemismo!) a desiderare.

Dopo il decesso dei tre campioni i media si sono scatenati attribuendo tutti i mali a supposti abusi di prodotti atti a migliorare le prestazioni atletiche. Se è vero che il mondo dello sport professionistico ha portato, anche per interessi finanziari in gioco, a molti eccessi, rimango scettico, in mancanza di prove decisive, sulle possibilità che tali pratiche possano avere in qualche modo influito sulle condizioni di salute degli scomparsi.

Tanto più che vedo ogni giorno andarsene conoscenti ed amici dalle vite assolutamente ineccepibili. Solo un paio di settimane addietro il mondo del rugby al quale, come noto, sono profondamente legato, ha perso un giovane di 53 anni che aveva imparato i rudimenti del gioco con noi che eravamo i suoi istruttori, lasciando soli due figli adolescenti, dopo che anche la moglie era pure scomparsa prematuramente un paio d’anni fa, e ciò nonostante entrambi conducessero una vita sana e sportiva. È una storia triste ma è solo l’ultima di tante che sempre più frequentemente, con l’andar del tempo, intristiscono i miei giorni. Mi fermo qui poiché ritengo che non sia questa la sede adatta per discutere di tali argomenti in assenza di competenze specifiche e di informazioni certe ed inoppugnabili.
 
Pietro Innocenti

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