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L’imbalsamazione nell’antico Egitto

La tecnica della mummificazione era usata per consentire al defunto di mantenere il corpo integro nella vita dopo la morte.

Il culto dei defunti e la costruzione di un ricco mondo ulteriore rispetto a quello terreno appartengono a molte civiltà antiche, ma nessuna è riuscita ad emanare fascino e mistero quanto quella egizia, con le sue imponenti piramidi elevate nel deserto e le sue tombe sotterranee scavate nella roccia di una vallata arida e suggestiva.
Gli egizi di ogni estrazione sociale credevano fermamente nella vita dopo la morte e, ciascuno secondo le proprie possibilità, cominciavano già da giovani a pensare alla propria tomba, ma, soprattutto, alla propria imbalsamazione. Nell’immaginario egizio, affinché il defunto sopravvivesse dopo la sua morte fisica, era necessario che il corpo non si corrompesse, in modo che l’anima (ka) potesse affrontare tutte le prove previste dalla Duat, l’oltretomba. Osiride e altri 42 giudici, infatti, avrebbero pesato il cuore del defunto contro quello di una piuma sulla bilancia di Maat, la dea della giustizia, per assicurarsi che fosse puro e che il defunto si meritasse la vita eterna.
Gli antichi egizi s’immaginavano la vita ultraterrena esattamente identica a quella sulla terra, pertanto si circondavano anche nella morte di tutte le suppellettili, gli oggetti e i gioielli che avevano posseduto da vivi. La cosa fondamentale, però, era che il corpo, anche dopo la morte rimanesse integro, perciò avevano messo a punto con grande maestria una tecnica di imbalsamazione chiamata mummificazione.

La tecnica della mummificazione

Grazie al clima caldo e secco del loro Paese, già agli albori della loro civiltà, gli egizi avevano scoperto che i cadaveri sepolti nella sabbia del deserto si mantenevano integri, perdendo i liquidi contenuti nel corpo, così studiarono una tecnica d’imbalsamazione che gli permettesse di mantenere integri anche i cadaveri chiusi nei loro bellissimi ed elaborati sarcofagi e deposti nelle loro tombe grandiose, circondati da oggetti di ogni tipo, dal più umile al più sontuoso.

Il primo a riportare dettagliatamente il processo di mummificazione è stato lo storico greco Erodoto (V sec. a.c.), che individua ben tre momenti in questa tecnica: per prima cosa, il corpo del defunto veniva trasportato dai sacerdoti nella “casa della purificazione”, dove poi veniva sistemato su un tavolo per le successive operazioni. In un secondo momento, mediante l’utilizzo di uno o più uncini, si procedeva all’estrazione della materia cerebrale attraverso le cavità nasali (gli antichi egizi ritenevano che la sede del pensiero fosse il cuore, non il cervello). Al posto del cervello il sacerdote versava poi nel cranio una miscela di oli e resine profumati. Infine, era la volta del resto del corpo: si procedeva all’estrazione degli organi interni praticando un’incisione sul lato sinistro dell’addome; polmoni, fegato, intestino ecc. venivano tutti estratti con la massima cautela, per essere in seguito a loro volta lavati e preparati in vista della loro chiusura nei vasi canopi.
Il cuore, poiché ritenuto la sede dell’intelletto, spesso veniva lasciato al suo posto; nel caso venisse rimosso, era sostituito da un grosso amuleto a forma di scarabeo. A questo punto, affinché il corpo del defunto mantenesse la sua forma, dopo essere stato accuratamente lavato, veniva riempito di garze impregnate di essenze profumate e, per ultimo, ricucito. La fase più importante del processo di mummificazione però era la seguente, in cui il corpo eviscerato, lavato e profumato, veniva sottoposto a un processo di essiccazione con l’immersione della durata di settanta giorni nel sale di Natron, in grado di prosciugare il corpo da tutti i liquidi che sarebbero stati i responsabili della sua corruzione.
Un volta che il cadavere era essiccato si poteva procedere alla sua fasciatura tramite bende di lino; anche la fasciatura seguiva un ordine particolare, non era mai casuale: il sacerdote iniziava a fasciare una a una le dita delle mani, poi le braccia, le gambe e i piedi, il fallo, nel caso il defunto fosse un uomo, e, infine, tutto il corpo. Tra le bende venivano inseriti gioielli rituali in punti strategici: più il defunto era facoltoso e più la sua mummia veniva adornata di amuleti di grande valore intrinseco e finemente realizzati. Questi gioielli per gli antichi egizi avevano un valore simbolico e religioso e non erano indossati in vita a scopo estetico.

Tutto il lungo e complesso procedimento della mummificazione veniva effettuato da schiere di sacerdoti che, per quanto dotati di sofisticate conoscenze anatomiche e chimiche, erano figure religiose e accompagnavano il processo scandendo formule e cantando litanie propiziatorie. Questo forte interesse per la vita dopo la morte può erroneamente far pensare alla civiltà egizia come a una civiltà lugubre; in realtà, gli egizi credevano fermamente nell’Aldilà proprio perché amavano la vita terrena e ne sapevano apprezzare ogni aspetto, che speravano fosse riprodotto anche nella vita celeste. Una forte ritualizzazione esterna della morte, scandita dal lungo processo di mummificazione, permetteva al popolo egizio di fornire significato a un fenomeno perturbante in grado di incutere timore e ansia. Al contrario degli antichi greci, che s’immaginavano i campi elisi popolati da ombre piene di nostalgia e rimpianti per la vita perduta, gli egizi avevano un’idea gioiosa dell’oltretomba, in cui la vita procedeva serenamente. Si presupponeva anche che il defunto dopo la morte continuasse il lavoro che aveva svolto in vita: per questo, però, poteva esserci un’ingegnosa soluzione… depositare nella propria tomba un piccolo esercito di 365 ushabti, statuine mummiformi con le sembianze del defunto, che avrebbero lavorato al suo posto per un anno, un giorno per uno, per poi ricominciare l’anno successivo… e così via per tutta l’eternità.
Linda Savelli: dottoressa in tecniche psicologiche per i servizi alla persona e alla comunità e filosofa.
Bibliografia di riferimento: Erodoto. (1984). Storie, vol.II. Milano: Rizzoli
 
Linda Savelli

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