Urciuoli

Il giardino della morte

Quando la "nera signora" diventa una premurosa giardiniera.

Si può affermare che non ci sia un artista che non abbia trattato il tema della morte.

Poeti, pittori, scultori, scrittori, musicisti … tutti nel loro percorso creativo si sono soffermati ad indagare sul grande mistero per eccellenza, esprimendo attraverso i loro lavori i propri pensieri, sentimenti o timori.

Solo prendendo in considerazione l’arte figurativa, troviamo innumerevoli esempi dove la morte è al centro dell’opera, a volte sottintesa, altre raffigurata in modo più esplicito assumendo spesso anche sembianze umane. È questo il caso de Il Giardino della Morte, un originale dipinto del pittore finlandese Hugo Simberg, realizzato nel 1896.

Simberg (1873-1937) è stato uno dei più importanti rappresentanti del Simbolismo nordico, corrente artistica che privilegiava immagini poetiche e allegoriche per esprimere idee spirituali e psicologiche. È un movimento che affonda le sue radici nelle tradizioni culturali delle terre del Nord, ricche di leggende inquietanti popolate da spiriti e da creature fantastiche che si aggirano nelle sconfinate lande e nelle foreste intrise di misteri.

Simberg studia arte a Viipuri e a Helsinki, diventando successivamente allievo del grande pittore conterraneo Akseli Gallen-Kallela la cui opera è profondamente ispirata alla natura e ai miti locali. Egli allarga comunque i suoi confini effettuando molti viaggi in Europa: sono esperienze che lo mettono in contatto con i diversi indirizzi e orientamenti artistici dell’epoca che contribuiranno a determinare il suo stile unico. Simberg sviluppa un linguaggio molto personale, intimo e visionario dove angeli feriti, scheletri, diavoli e figure enigmatiche si muovono in paesaggi tranquilli, ma allo stesso tempo, malinconici.

Il Giardino della Morte mostra tre scheletri avvolti in vesti nere che curano con delicatezza e dedizione un giardino di vasi di fiori.
A prima vista la scena potrebbe apparire angosciante perché il richiamo alla morte è palese. Tuttavia il comportamento delle tre figure è sorprendentemente sereno e premuroso. Una annaffia le piante, un’altra osserva amorevolmente un fiore, mentre la terza, ripresa di spalle, lavora sullo sfondo. Non c'è nulla di macabro in questo quadro, né violenza né tantomeno terrore: l'atmosfera è serena, è una scena quasi domestica.
Le forme semplici, che ricordano i disegni infantili (Simberg si dedicò con successo anche all’illustrazione di fiabe e libri per bambini), e colori attenuati contribuiscono a creare un clima di estrema calma, sospeso tra sogno e meditazione.

L'originalità di quest’opera sta nel capovolgimento del simbolo della morte. Anziché essere una forza distruttrice, come viene solitamente descritta nell’iconografia tradizionale, essa è vista come una giardiniera che accudisce con amore le sue piante, un soggetto che si preoccupa del benessere di organismi viventi. Il giardino è la rappresentazione di un luogo di transito, come ebbe a spiegare lo stesso autore, dove le anime sostano prima di raggiungere la destinazione eterna. I vasi di fiori sono quindi la metafora delle anime umane che, una volta lasciato il corpo, sono in fase di crescita e di trasformazione verso una nuova vita.

Il Giardino della Morte non parla dunque della morte come fine, ma come cura, metamorfosi e passaggio. È un'immagine malinconica ma sorprendentemente rassicurante, che invita a riflettere sulla mortalità senza paura. Il soprannaturale perde la sua tensione drammatica per calarsi in una dimensione ordinaria.

Anche nella sua opera più famosa - L'Angelo Ferito - Simberg procede per simboli. Due giovani trasportano su una barella un angelo bendato e ferito avanzando in un paesaggio spoglio e silenzioso, rappresentazione di uno spazio mentale. Un dipinto che si presta a diverse considerazioni sulla vulnerabilità, sulla perdita dell’innocenza, sulla speranza e sulla capacità umana di prendersi cura dell’altro.

Hugo Simberg morì a soli 44 anni. Nonostante la breve vita, riuscì a creare un immaginario del tutto singolare: un mondo in cui la morte, gli angeli e il mistero non sono forze ostili, ma compagni silenziosi del cammino umano.
 
Raffaella Segantin

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