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Il cinema e il rapporto con la morte

Come viene affrontato il tema e come l’arte cinematografica può diventare un mezzo per l’elaborazione del lutto.

L’arte cinematografica, che è linguaggio di immagini in movimento corredate da suoni, fin dalla sua nascita, ha avuto una significativa salienza narrativa, ma, soprattutto, essa è da sempre un’arte in grado di evocare, con grande vividezza e impatto emotivo, sensazioni, ricordi ed emozioni nello spettatore che, anche suo malgrado, viene catturato e trascinato dalla storia che si svolge sul grande schermo.

Fin dagli esordi il cinema si è occupato di tutti i temi che hanno maggior importanza per l’essere umano: l’amore in tutte le sue manifestazioni (gioioso, ossessivo, drammatico); l’amicizia nei suoi aspetti positivi e negativi (lealtà e tradimento); la guerra con i suoi orrori e i suoi eroismi e… la morte. Nel cinema la morte funge spesso da evento perturbante che innesca l’intera vicenda che verrà poi narrata sullo schermo: per esempio, l’inizio del film può aprirsi con un omicidio che porta sconcerto in una famiglia o in una piccola comunità; oppure il film può cominciare con un decesso naturale o per malattia, facendo presagire che la storia sarà focalizzata sull’elaborazione della perdita da parte di uno o più personaggi. Anche i film cosiddetti “catastrofici” spesso non sfuggono a questo meccanismo: qualcosa di terribile che si abbatte sul nostro pianeta spazza via (misteriosamente) innumerevoli vite.

I diversi modi di rappresentare la morte

Il cinema è un’arte multiforme che ha l’immenso potere di “sommuovere” l’individuo e allora anche il tema della morte può essere rappresentato sotto diversi aspetti e punti di vista. Il cinema d’autore spesso, per esempio, ci induce a riflettere sul senso della vita proprio attraverso l’assenza, la scomparsa di un personaggio e lo fa utilizzando magari un tono simbolico o metafisico che suggerisce riflessioni sul valore del tempo, sulla paura di ciò che non conosciamo, sul nostro rapporto con la spiritualità o con il destino (siamo davvero liberi? Le nostre azioni sono determinate in gran parte dalle nostre caratteristiche personologiche oppure dall’ambiente in cui viviamo?), sulla morte come momento essenziale del ciclo di vita.
Eppure, la morte può anche essere spettacolarizzata e il cinema, proprio in quanto espressione visiva in movimento di significativa potenza emotiva, ci riesce benissimo: pensiamo ai film d’azione, in cui la morte assume un aspetto quasi coreografico, potremmo dire. Ma il tema della morte può anche essere affrontato in modo catartico, per favorire nello spettatore la presa di consapevolezza che l’atto del morire è un tabù da abbattere, che il morire rappresenta l’ultima esperienza terrena dell’individuo: quella che conclude la sua autobiografia, il suo “romanzo di vita” e dà senso a tutto ciò che ha compiuto fino a quel momento.

Il cinema può parlarci della morte e della perdita sia in modo realistico (documentari, film basati su biografie), sia in modo simbolico o metaforico: il sapiente utilizzo della luce, della colonna sonora, delle inquadrature, del silenzio tra i personaggi, degli eventuali flashback e del montaggio permettono al regista di parlare di qualcosa di difficilmente traducibile in parole ma che “arriva” allo spettatore in maniera immediata, perturbando il suo mondo emotivo e innescando la riflessione.
Ogni genere cinematografico declina la morte e il morire secondo i propri canoni: l’horror lo fa attraverso la paura, mettendoci davanti a terrori atavici che ci portiamo dietro dall’infanzia (la paura del buio, dello sconosciuto, del diverso, della follia); il giallo declina la morte come un rebus da sciogliere e ne attenua la portata emotiva spostando il focus sulla ricerca (tutta razionale) degli indizi che poi porteranno a smascherare il colpevole; il thriller spesso indaga nella mente dell’assassino e dei sospettati, mettendo a nudo, durante lo svolgimento della vicenda, gli aspetti più oscuri e celati di ognuno dei personaggi, inclusa la vittima; i film di fantascienza cercano di rispondere alle domande sull’immortalità e sull’eternità, mentre con i film fantasy si possono esplorare con la fantasia mondi e universi paralleli in cui le leggi della vita e della morte spesso sono sovvertite; infine, i film drammatici possono accompagnarci lungo l’elaborazione di un lutto o di una perdita, attraverso i vissuti dei protagonisti e le loro storie.

Il film come terapia?

A questo punto possiamo chiederci se la visione di alcuni film può essere “terapeutica” a livello esistenziale per facilitare l’elaborazione di una perdita significativa, nello stesso modo in cui lo è la narrativa utilizzata in modo libroterapico. I film, proprio per la loro forte valenza emotiva, si prestano molto bene a favorire la rielaborazione simbolica degli eventi critici, quindi anche dei decessi di persone care, permettendo un’identificazione veloce e saliente con i personaggi che affrontano qualcosa di simile sul grande schermo, ma sempre in maniera protetta (“come se”).
La distanza sicura, che viene a crearsi tra lo spettatore e i personaggi, permette di non rimanere travolti dal caos emozionale e di iniziare, invece, una graduale accettazione non soltanto dell’evento in sé ma anche di ciò che accade dentro di noi (shock, incredulità, rabbia, dolore, nostalgia…).
La catarsi emotiva che può avvenire tramite la visione di un film ha il vantaggio, su quella che avviene tramite la lettura di un romanzo, di essere in qualche modo “guidata” non soltanto dalle immagini che scorrono, dalla recitazione degli attori e dal sapiente montaggio delle varie scene, ma anche dalla musica della colonna sonora che accompagna e punteggia tutta la vicenda narrata, suscitando a sua volta emozioni. La catarsi narrativa, d’altro canto, necessita di un’immaginazione attiva da parte del lettore, di un’attenzione costante e di un’inclinazione alla riflessione personale. Inoltre, la lettura ha un impatto emotivo meno immediato e favorisce una riflessione più prolungata nel tempo.

Non esistono modalità giuste o sbagliate per “curarsi” attraverso le varie forme d’arte, ma soltanto quella che ci è più affine e a cui possiamo chiedere conforto nei momenti di maggior stress emotivo. Immergersi in un film, in un libro o nella contemplazione di un quadro, così come nell’ascolto di una canzone, può aiutarci a superare momenti difficili, in cui fatichiamo a trovare un senso a ciò che ci accade e può favorire una nostra nuova apertura al mondo.
 
Linda Savelli
Bibliografia di riferimento:
Fatemi, S. M. (2018).Film therapy: Practical applications in a psychotherapeutic context. Routledge.

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