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Gli hospice e il fine vita

Morire dignitosamente: "la morte buona" proposta nelle strutture dedicate agli ultimi mesi di vita dei malati.

Il processo del morire non è sempre breve, né tantomeno semplice o indolore, soprattutto se il moribondo è un malato terminale che ha lottato per anni contro una patologia inesorabile che alla fine reclama la sua vittoria.

Cercare di morire dignitosamente è, però, un diritto inalienabile di ciascun individuo e, sebbene forse ognuno di noi abbia la propria idea riguardo a cosa significhi concretamente morire con dignità, oggi è comunque possibile offrire anche ai malati terminali delle alternative al decesso in ospedale. Alcune persone desiderano morire a casa propria, nel proprio letto, circondate dall’affetto dei familiari e degli amici più intimi, trascorrendo, quindi, gli ultimi momenti che rimangono in un ambiente protettivo che consente di eseguire in totale libertà e tranquillità i rituali della propria cultura o confessione religiosa. Chi, invece, non desidera morire in ospedale ma si sentirebbe a disagio a dipendere completamente dall’assistenza familiare, da alcuni anni può scegliere di entrare a far parte del programma hospice.
Nato negli Stati Uniti negli anni Settanta del secolo scorso come servizio di assistenza dedicata per le strutture a lunga degenza, ad oggi il servizio hospice è particolarmente orientato all’assistenza a domicilio, a supporto del malato terminale e della sua famiglia. In Italia gli hospice sono ancora quasi esclusivamente strutture di tipo residenziale, ma i servizi che andremo a descrivere sono, nella sostanza, gli stessi offerti dai programmi statunitensi.

Alla base del concetto di hospice si trova una filosofia che vede anche nella morte e nel morire un evento naturale come quello della nascita, la conclusione naturale e necessaria di un ciclo che inizia con il parto, per così dire. L’équipe di una struttura hospice è multidisciplinare, cioè è formata da diversi professionisti che afferiscono all’ambito della salute e del benessere psicofisico ed è addestrata specificamente sul fine vita e sulle cure palliative; una delle sue peculiarità è, infatti, quella di mantenere a un buon livello la qualità della vita del malato, cercando, quindi, per prima cosa di alleviarne il dolore fisico e la sofferenza. Un’importante caratteristica degli hospice riguarda l’ambiente in cui i pazienti vengono accolti, che deve essere rasserenante e piacevole, come se fosse una casa; bisogna ricordare, infatti, che non si tratta di una struttura ospedaliera e che le cure che vengono somministrate in queste residenze sono di tipo palliativo: volte, quindi, a prevenire o lenire il dolore e ad agevolare un trapasso il più sereno possibile. Al contempo, negli hospice viene offerto sostegno e supporto psicologico sia al malato che alla sua famiglia, sempre al fine di favorire l’elaborazione dell’imminente trapasso. Trattandosi, appunto, di strutture che forniscono sostanzialmente cure palliative, accoglienza e sostegno, per accedervi è necessario che un medico certifichi che al paziente non resta un’aspettativa di vita superiore ai sei mesi. Gli hospice attuano un approccio olistico, globale, alla persona, un approccio in cui al termine “cura” viene sostituito quello di “prendersi cura”. A questo stadio, infatti, la cura intesa come trattamento (farmacologico, chirurgico ecc.) orientato alla guarigione non è più realisticamente somministrabile (perché non esistono cure adeguate per la patologia in questione o perché il paziente non risponde più ai trattamenti proposti), ma è ancora possibile e doveroso aiutare il malato terminale a vivere serenamente i suoi ultimi giorni e a prepararsi alla morte, così come è possibile offrire sostegno e supporto psicologico e sociale ai familiari che dovranno affrontare un lutto imminente.

Se è vero che l’hospice offre una valida alternativa al decesso in ospedale o al proprio domicilio ma senza assistenza, è altrettanto vero che non tutti i malati terminali desiderano accedervi. Le motivazioni possono essere molteplici, prima fra tutte quella di dover fare i conti con la propria morte imminente, di dover almeno parzialmente elaborare il pensiero della propria dipartita, rinunciando realisticamente a una speranza di guarigione che ormai non è più possibile. La stessa speranza di una guarigione “miracolosa” può essere presente anche nei familiari e negli amici intimi del paziente, che possono, quindi, essere contrari a un suo ricovero in un hospice e spingere invece il malato a tentare ulteriori cure. Anche i medici non sono sempre favorevoli al ricorso all’hospice del proprio paziente perché ciò significa in qualche modo “gettare la spugna”, dichiararsi sconfitti da una malattia che magari si è contrastato e combattuto per molti anni e su diversi fronti, perché la previsione di morte a breve termine non è comunque una certezza, ma soltanto un’altissima probabilità. è doveroso prendere atto che in situazioni così delicate e complesse le decisioni da assumere dipendono da molti fattori e sono del tutto personali. Il fine vita è un ambito su cui si dibatte da molto tempo relativamente a varie questioni etiche, che toccano diverse sfere: da quella biologica a quella psicologica, da quella sociale a quella spirituale; ma forse è importante non scordarci che qualsiasi decisione che abbia a che fare con la propria morte e con il proprio percorso legato al processo del morire, non può che essere personalissima, legata alla propria coscienza e personalità, ai propri valori e non ultimi, alla propria cultura di appartenenza e al proprio ambiente familiare.
Bibliografia di riferimento per approfondimenti sul tema e su temi affini:
Belsky, J. (2009). Psicologia dello sviluppo 2 – Età adulta età avanzata. Bologna: Zanichelli
Farneti, P. (2016). Gratitudine, dono, perdono, spiritualità. Le emozioni positive nella vita individuale e sociale. Milano: Franco Angeli
 
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