La morte e la virtù nella narrazione biblica

Giuditta uccide Oloferne per salvare il suo popolo!

A confronto le due interpretazioni più suggestive compiute nell'ambito della pittura italiana del '600: Michelangelo Merisi e Artemisia Gentileschi.

La storia dell’arte ci insegna che tra i soggetti più rappresentati in epoca cristiana vi sono quelli tratti dai racconti della Bibbia. Ciò avveniva soprattutto nei secoli passati, anche perché coloro che commissionavano le opere d’arte erano molto spesso alti prelati, oppure aristocratici proprietari di cappelle private nelle chiese. Un episodio biblico interpretato in ambito artistico è quello della storia di Giuditta e Oloferne. Nella Bibbia, più precisamente nel “Libro di Giuditta”, si narra il modo in cui questa vedova ricca, bella, ma soprattutto virtuosa e timorata di Dio e per questo profondamente amata dal popolo ebraico, riuscì a salvare la propria gente dall’assedio del re assiro Oloferne. Una notte Giuditta si preparò, si vestì e, bellissima, si recò assieme ad una serva presso la tenda di Oloferne, portando con sé dei doni e fingendo di voler tradire il suo popolo per consegnarlo al nemico. Oloferne le credette, la invitò al suo banchetto, bevve e si ubriacò. La invitò nelle sue stanze e Giuditta attese il momento giusto per ucciderlo tagliandogli la testa con due colpi di scimitarra. Dopo averlo ucciso, mise la testa nel cesto delle vivande e tornò, vittoriosa, presso il suo popolo. Giuditta è, tra le figure bibliche, simbolo di virtù e di devozione a Dio; molto popolare nella tradizione cattolica, ha da sempre ispirato scrittori, pittori ed artisti in generale.
Tra i dipinti più noti, due furono realizzati a distanza di vent’anni, tra il 1599 e il 1620, in un periodo in cui cominciò a diffondersi un nuovo gusto per la narrazione pittorica che prediligeva soggetti che oggi definiremmo “forti”, capaci cioè di suscitare un intenso impatto emotivo.
Il primo è opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio che lo dipinse all’età di 28 anni. Nel suo “Giuditta e Oloferne” la scena si concentra tutta nel momento in cui il dramma raggiunge il culmine: Giuditta sta tagliando la testa di Oloferne. Il sangue schizza dalla gola ricadendo sul cuscino e sulle lenzuola bianchissime; il re assiro è ritratto tra la vita e la morte, mentre tenta con un ultimo spasimo di risollevarsi. I muscoli delle sue braccia e delle spalle sono ancora tesissimi, ma il volto è già impietrito dalla morte. L’emozione è inoltre accentuata dal modo in cui Caravaggio ha dipinto l’eroina Giuditta: altera, impassibile, giovane e bella, con la veste candida e pura, come puro è il suo cuore, puro nell’istante stesso in cui annienta l’esistenza di colui che le ha causato tanta sofferenza.
Il secondo dipinto fu invece realizzato da Artemisia Gentileschi quando di anni ne aveva 27. La sua interpretazione dell’uccisione di Oloferne da parte di Giuditta contiene sicuramente il riferimento all’opera di Caravaggio, ma ne rappresenta al tempo stesso l’evoluzione. Nella scena dipinta da Artemisia, infatti, scompaiono i riferimenti simbolici dell’interpretazione dell’evento in senso biblico e tutta la concentrazione è dedicata alla resa drammatica: Giuditta non è più la fanciulla candida, simbolo di virtù, ma una donna energica che adopera tutta la sua forza fisica per uccidere Oloferne. La lama della spada entra ed esce dal collo della vittima i cui occhi sono volti all’osservatore, anche se le pupille sono già rivoltate verso la fronte perché la morte è sopraggiunta in quel preciso istante. La figura della serva che in Caravaggio serviva solo a far emergere ancora più fortemente la bellezza di Giuditta, nell’interpretazione di Artemisia partecipa all’assassinio, tanto che Oloferne è colto nel tentativo di respingerla, con il braccio destro alzato e la mano che stringe le sue vesti all’altezza del petto. A rendere ancora più agghiacciante la scena, il sangue della vittima cola verso il basso, spargendosi in tanti rivoli rossi sulle lenzuola candide.
Sia Caravaggio che Artemisia hanno scelto Oloferne per rappresentare la violenza dell’atto: Oloferne sanguina, sta morendo, tenta invano di contrapporsi alla sua carnefice. Molto diversa è invece, nei due pittori, la figura dell’eroina, che in Caravaggio appare come presenza simbolica della virtù che trionfa sul male, mentre in Artemisia è completamente partecipe e co-protagonista della scena che si sta svolgendo.
 
Daniela Argiropulos

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